Politica
Perù, ancora un cambio di presidente
José María Balcázar Zelada, membro del partito Perú libre, la formazione marxista che aveva portato alla vittoria il maestro campesino Pedro Castillo (vedi qui), è stato eletto presidente del Congresso. E grazie all’attuale meccanismo di successione costituzionale, è diventato presidente della Repubblica.
Su lui sono confluiti sessantaquattro voti dei centotredici deputati presenti, superando, con una certa dose di sorpresa, María del Carmen Alva, di Acción popular, che ha ottenuto quarantasei voti. Il Congresso ha optato per un profilo “meno polarizzante” e più funzionale, in uno scenario di estrema frammentazione.
Il suo sarà un mandato breve, che terminerà il 28 luglio, quando il vincitore delle elezioni, che si terranno tra meno di due mesi, assumerà la presidenza. Balcázar Zelada è nato a Cajamarca e ha 83 anni.
È stato docente dell’Università nazionale di Trujillo, a Lambayeque; dal 2021, è membro del Congresso. Conta su una carriera come avvocato, con studi post-laurea, e ha lavorato nella magistratura tra il 1982 e il 2021.
È conosciuto come un uomo vicino a Vladimir Cerrón, il chirurgo fondatore del partito Perú libre, condannato per corruzione e attualmente latitante. Nonostante si dichiari di sinistra, il partito si oppone all’approccio di genere e all’agenda Lgbtq+, è contrario all’unione civile e al matrimonio egualitario, difendendo la famiglia tradizionale.
I suoi rappresentanti sono spesso contrari anche all’interruzione volontaria della gravidanza. Il neopresidente è stato espulso dall’Ordine degli avvocati di Lambayeque per appropriazione di fondi, e ha una denuncia per scambio di favori con l’ex procuratore della nazione, Patricia Benavides.
Politico finora poco conosciuto, è però ricordato per la sua opposizione alla legge contro il matrimonio infantile in Perù e per le sue affermazioni davanti al Congresso della Repubblica riguardo alla sessualità adolescenziale, quando ha affermato che “i rapporti sessuali precoci aiutano parecchio il futuro psicologico di una donna”, a condizione che non ci sia violenza. Infine, è stato al centro dell’attenzione per la controversia nomina di sua nuora, Scarlett Gálvez Campos, come procuratore a Lambayeque.
Subito dopo il giuramento, ha voluto escludere un’eventuale grazia a favore di Pedro Castillo, dichiarando: “Non abbiamo molto tempo, non stiamo pensando a nessun tipo di grazia”.
Ma si è saputo che Castillo gliel’ha già chiesta dal carcere, giovedì scorso. Ha garantito l’organizzazione di libere elezioni, la continuità della politica economica e il rafforzamento della lotta contro l’insicurezza dei cittadini, e ha chiesto ai membri del Congresso di lavorare insieme.
L’economista e politico peruviano Hernando de Soto, 85 anni, sarà il presidente del Consiglio dei ministri. De Soto, sostenitore di candidature di taglio conservatore, come quella di Keiko Fujimori, è il principale architetto dello “shock neoliberista” attuato durante il primo governo di Alberto Fujimori, negli anni Novanta.
La sua influenza è stata decisiva nella liberalizzazione dell’economia peruviana, nella lotta contro l’iperinflazione e nella progettazione di politiche che, sebbene abbiano stabilizzato il Paese in termini macroeconomici, hanno prodotto effetti sociali negativi e aumento dell’economia informale. Settori della società civile e sindacati professionali si sono detti preoccupati per l’inadeguatezza etica del neopresidente di fronte alla responsabilità di guidare lo Stato, in un periodo di alta tensione istituzionale.
Mentre le denunce e le accuse emerse contro di lui, solo poche ore dopo l’avvio del mandato, fanno dubitare sulla durata della sua permanenza al potere. Più che a una vittoria della sinistra – messa all’angolo dopo il tentato autogolpe di Castillo, nel 2022 –, l’elezione si deve a una spaccatura tra Renovación popular, formazione ultraconservatrice ispirata al fondamentalismo cristiano, che puntava su María del Carmen Alva, e Fuerza popular di Keiko Fujimori, figlia di Alberto, ex uomo forte del Perù.
Le due formazioni di destra avevano annunciato il loro sostegno ad Alva, ma qualcosa è andato storto con il voto segreto. E il risultato ha innescato un vicendevole scambio di accuse tra Fuerza e Renovación per avere consegnato il governo alla sinistra radicale.
Sta di fatto che Fuerza popular e Perú libre, agli estremi opposti dello schieramento politico, per l’occasione si sono accordati, facendo nascere il termine fujicerronismo, fusione di (Keiko) Fujimori e (Vladimir) Cerrón, del partito che ha eletto alla presidenza prima Castillo e ora Balcázar. Sebbene nessuno dei trentasei candidati alle prossime elezioni presidenziali susciti l’entusiasmo popolare, un sondaggio Ipsos del 13 febbraio colloca l’ultraconservatore Rafael López Aliaga, di Renovación popular, in testa con appena il 12%, seguito da Keiko Fujimori con l’8%, e da altri quattro candidati con il 4%.
Con le schede bianche o nulle al 42%, la coalizione autoritaria appare in vantaggio. La frammentazione degli schieramenti rende improbabile che la corsa presidenziale si risolva il 12 aprile, al primo turno, richiedendo probabilmente un ritorno al voto in giugno.
Nel 2024, il parlamento peruviano ha approvato una riforma costituzionale che introduce il sistema bicamerale con un Senato di sessanta membri e una Camera dei deputati di centotrenta. Mentre il Senato dovrà eleggere i suoi sessanta membri, il Congresso ne rinnoverà soltanto ottantotto.
L’arrivo alla presidenza, da parte di José María Balcázar Zelada, si deve al fatto che, lo scorso 17 febbraio, con settantacinque voti a favore, ventiquattro contrari e tre astenuti, il Congresso peruviano ha destituito José Jerí, subentrato a Dina Boluarte il 10 ottobre, allontanata dopo essere stata coinvolta in diversi casi di presunta corruzione. Jerí è caduto per due motivi.
Il primo, il cosiddetto chifagate, per essersi incontrato segretamente in un ristorante cinese – una chifa in Perú – con uomini di affari originari del Paese orientale, uno dei quali è stato coinvolto in un processo per la presunta partecipazione a un contrabbando di legno. Il secondo, dal sapore boccaccesco, per avere ricevuto visite di giovani donne al Palacio de gobierno, alcune trattenutesi per l’intera notte, che sono state poi assunte dallo Stato.
Con la destituzione di Jerí, sono sette i presidenti che si sono avvicendati, dal 2016, senza completare il periodo costituzionale di cinque anni. L’ultimo a rimanere in carica, per tutta la durata del proprio mandato, è stato Ollanta Humala, dato che il suo successore, Pedro Pablo Kuczynski, ha inaugurato la sarabanda delle presidenze incompiute.
Kuczynski poteva contare solo su diciotto seggi al Congresso, mentre l’opposizione fujimorista aveva la maggioranza assoluta, con settantatré seggi su centotrenta, pur essendo stata sconfitta Keiko Fujimori, leader di Fuerza popular, da Kuczynski, nella corsa per le presidenziali. Utilizzando la sua maggioranza, Keiko è riuscita a rendere impossibile l’azione di governo a Kuczynski, costringendolo, nel marzo del 2018 a dimettersi per evitare una mozione di “vacanza” per il suo coinvolgimento nella vasta trama di corruzione della società brasiliana di costruzioni Odebrecht.
È da quel tempo che si è andato formando un gruppo intorno alla destra fujimorista, distintosi per manipolare, subordinare, e affondare, tutti i presidenti che si sono avvicendati in Perù. Caduto Kuczynski, era stata la volta del suo vice, Martín Vizcarra, in conflitto con i parlamentari, a essere licenziato, nel novembre 2020, per “incapacità morale permanente”.
Lo aveva seguito Manuel Merino che, come presidente del Congresso, aveva assunto la funzione di capo dello Stato. Merino è rimasto in carica solo sei giorni, costretto a dimettersi per le manifestazioni di massa costate la vita a due civili.
Finalmente, Francisco Sagasti, designato dal Congresso, aveva guidato l’amministrazione e il processo elettorale fino alla vittoria di Castillo al ballottaggio, nonostante al primo turno Perú libre, la sua formazione, avesse ottenuto solo il 19% dei suffragi. A causa delle sue tensioni con il Congresso, il 7 dicembre 2022, Castillo aveva cercato di sciogliere il parlamento per evitare di essere mandato a casa da una mozione contro di lui, ricorrendo a un tentativo di autogolpe, che gli aveva procurato la destituzione e l’arresto.
Recentemente, Castillo è stato condannato dalla Corte suprema a undici anni, cinque mesi e quindici giorni di carcere per il reato di cospirazione. La vicepresidente, Dina Boluarte, a lui subentrata, aveva scatenato critiche e proteste per la sua mancanza di legittimità.
Boluarte era riuscita ad aggrapparsi alla poltrona presidenziale fino all’ottobre 2025, priva di ogni sostegno popolare e subissata di accuse di corruzione, quando è stata destituita per “incapacità morale permanente”, lasciando il posto a Jerí, pure lui caduto l’altro giorno. La “vacanza per dichiarazione di incapacità morale permanente” è prevista dall’articolo 113 della Costituzione.
In origine, si riferiva all’impossibilità fisica o mentale di un presidente, ma il suo uso si è ampliato fino a includere oggi i comportamenti etici, trasformandosi nell’arma cui il Congresso fa ricorso quando vuole rimuovere i presidenti per via legale. Nella realtà peruviana, poco importa quale linea politica segua un presidente, quel che conta è quanto sia manipolabile dalle maggioranze variabili che si formano di volta in volta in parlamento.
Per dichiarare la “vacanza” di un presidente per incapacità morale, il Congresso necessita di due terzi dei suoi centotrenta membri, cioè, attualmente, ottantasette voti. In Perù vige un sistema presidenziale, in cui la funzione di capo del governo coincide con quella del capo dello Stato.
La cui figura originariamente aveva un potere che, da dieci anni a questa parte, è andato diminuendo non in virtù di qualche cambio costituzionale, ma per il fatto che a comandare ora è il Congresso. Ciò ha fatto sì che la figura presidenziale, svuotata del potere decisionale, sia ormai priva di ogni autonomia necessaria per governare.
Detto diversamente, per il Perù si potrebbe affermare che il presidenzialismo ha lasciato de facto spazio a una repubblica parlamentare, sebbene sui generis, dato che il sistema ha generato un parlamentarismo forzato o, per meglio dire, un autoritarismo parlamentare. In tal modo, succede che i parlamentari del blocco dominante siano sempre più influenzati da sindacati informali di minatori e pescatori, federazioni di trasportatori semi-informali, da contadini coltivatori di foglie di coca, ecc., organizzati per difendere i propri interessi.
A tal punto, che prevalgono gli interessi particolari o di parte e non l’interesse pubblico, mentre le ideologie pesano meno degli accordi di convenienza e dei calcoli di sopravvivenza parlamentare. A causa di modifiche normative, approvate dallo stesso organo legislativo, che in pratica hanno ridotto la dinamica dei contrappesi, il Congresso riunisce un potere maggiore rispetto alle altre istituzioni dello Stato, esecutivo incluso, nonostante sia uno degli organi più disprezzati dai peruviani, con l’80% di disapprovazione.
Vista la grande frammentazione dello schieramento politico, nonostante lo sbarramento del 5% per entrare in parlamento, che scatterà al prossimo appuntamento elettorale, sarà difficile che un futuro presidente possa contare su una propria maggioranza parlamentare. La conseguenza sarà che la crisi continuerà, e il presidente non riuscirà ad affrancarsi dalla dipendenza dai blocchi parlamentari.
L’instabilità cui il Paese è soggetto rende anche altamente improbabile che un prossimo presidente possa riuscire a riequilibrare il sistema politico, liberandosi dai condizionamenti corporativi esercitati attraverso i gruppi di potere parlamentari. Il che costituisce la ragione del crollo di fiducia di molti peruviani nei confronti dei partiti e della politica in generale, laddove i desiderata della gente guardano al miglioramento della sicurezza, alla stabilità economica, e a un sistema politico in equilibrio, non soggetto a crisi ricorrenti.
Un recente sondaggio ha rivelato come in Perù l’autocrate salvadoregno, Nayib Bukele, goda di ampie simpatie, dato che il 51% del campione lo ha scelto come presidente preferito. Un fattore che fa temere che una delle soluzioni che il Paese si trova davanti potrebbe condurre a esiti a dir poco inquietanti.
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