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Netanyahu, la “guerra eterna” e la complicità delle élite intellettuali: cosa resta della democrazia israeliana
Una nuova fragilissima tregua imposta da Trump l’ultimo giorno della Pasqua ebraica, nella notte tra martedì e mercoledì, ha messo temporaneamente fine a sei settimane estenuanti, trascorse dagli israeliani dentro e fuori dai rifugi in condizioni di emergenza permanente, tra restrizioni alla mobilità, chiusura delle scuole e dei cieli e paralisi parziale dell’economia, mentre i missili a grappolo iraniani piovevano dal cielo distruggendo interi quartieri. Il bilancio riportato il 7 aprile dalla piattaforma ynet era di circa 93145 sirene, 6305 sfollati, 40 morti e 7035 feriti ai quali si sommano la paura e la stanchezza, ma soprattutto la rabbia e lo spaesamento di fronte alle imbarazzanti dichiarazioni contraddittorie della leadership politica e militare.
Come era avvenuto con la liberazione degli ostaggi l’ottobre scorso, anche questa volta la popolazione ha appreso la notizia dagli americani perché nessun esponente del governo israeliano ha ritenuto di dover comunicare con gli elettori che da anni pagano in ogni modo possibile il prezzo della loro scelleratezza. Prima del discorso alla nazione di Netanyahu, mandato in onda in differita solo mercoledì sera all’uscita dalla festa, sono giunte le condanne dell’opposizione che ha accusato il governo di un fiasco senza precedenti.
Il copione è sempre lo stesso: il primo giorno di guerra, quando l’IDF sferra l’attacco, la sinistra sionista di Lapid e Golan rilascia dichiarazioni a sostegno delle imprese militari promosse dalla destra, salvo fare lentamente marcia indietro con il passare dei giorni via via che l’impresa si rivela fallimentare e il consenso cala. Del resto neppure ai più ingenui o entusiasti sostenitori del tracotante Primo Ministro israeliano sfugge che nessuno degli obiettivi da lui sventolati all’inizio della campagna è stato raggiunto: il programma nucleare non è stato “definitivamente” neutralizzato e il regime non solo non è cambiato, ma ne è probabilmente uscito rafforzato e più feroce.
In compenso Israele affronta un isolamento internazionale senza precedenti, accusato in Europa di mettere a repentaglio gli equilibri economici ed energetici mondiali e negli Stati Uniti di aver istigato il loro presidente a intraprendere una guerra disastrosa. Così, mentre Netanyahu si riversa con ferocia sul fronte libanese, autorizzando attacchi senza precedenti, per mantenersi sul trono e lontano dall’aula di tribunale dove dovrebbe tenersi il processo a suo carico, le sirene al Nord di Israele non smettono di suonare, mentre nel resto del paese si parla di come potenziare gli spazi protetti per le guerre a venire.
Libano, la guerra di Netanyahu Benché alle manifestazioni antigovernative del sabato sera – che si vanno lentamente rianimando – si levino sempre più voci di protesta contro il metodo della guerra eterna che sta portando Israele e il suo esercito al collasso, in ampi settori della società civile si registra ancora una passiva rassegnazione rispetto a quello che viene percepito come un destino imposto da una condizione di minaccia permanente, invece che una scelta tra alternative politiche. Non si tratta di un banale dato sociologico, bensì del risultato di una riorganizzazione delle categorie attraverso cui la guerra viene inscritta in un linguaggio di sicurezza, deterrenza e inevitabilità.
In questo senso questa tregua seppur parziale apre uno spazio per riflettere non solo sulle scelte geopolitiche, ma anche sulle categorie morali e intellettuali mediante le quali la violenza viene pensata, giustificata o rimossa. Le guerre, infatti, non sono soltanto eventi militari, ma dispositivi di conoscenza che ridefiniscono ciò che può essere detto, pensato e sentito.
Le proteste che negli ultimi anni hanno riempito le strade di Tel Aviv hanno mostrato la vitalità della società civile israeliana e la sua costanza nel mobilitarsi contro provvedimenti percepiti come erosivi del pluralismo democratico. Ciononostante, a pochi chilometri di distanza si consumava la tragedia di Gaza, in Cisgiordania milioni di palestinesi continuano a vivere senza diritti fondamentali, bersagli quotidiani di fanatici estremisti e ora anche altre popolazioni, come quella libanese, pagano il prezzo della nuova dimensione regionale del conflitto.
Per approfondire la dimensione psicologica e strutturale di questo paradosso di “democrazia selettiva”, è utile richiamare le analisi di Frantz Fanon che ha evidenziato come i contesti coloniali producano una divisione non solo politica, ma psicologica: una separazione tra vite pienamente riconosciute e vite amministrate in quanto percepite come problema. I diritti e la democrazia, in questa logica di esclusione, valgono all’interno di una certa comunità politica, mentre al di fuori di essa prevalgono logiche burocratiche e militari.
Per Fanon non si tratta solo di un ordine politico di dominazione, bensì di una forma di produzione di soggettività che legittima l’esclusione sistemica di una parte della popolazione dalla piena cittadinanza morale e politica. Il risultato è una separazione profonda tra soggetti la cui sofferenza è pienamente riconosciuta e soggetti la cui sofferenza è marginalizzata, se non del tutto invisibilizzata all’interno del discorso pubblico.
Questa dinamica psicologica spiega perché una società democratica possa mobilitarsi intensamente per la difesa dei diritti interni e rimanere indifferente o coesa dietro una narrativa securitaria quando si tratta di altri. Nel caso israeliano contemporaneo, il discorso pubblico dominante legittima la guerra preventiva come risposta obbligata a minacce esistenziali, confonde la difesa nazionale con l’espansione militare e definisce il dissenso critico come debolezza o tradimento morale.
Il risultato è un restringimento del campo morale dove la violenza non è più oggetto di discussione, ma di gestione, e posizioni alternative sembrano incomprensibili o irrazionali. Non si tratta solo di una crisi politica, ma del fallimento etico delle élite intellettuali nel fronteggiare in maniera coerente e universale la violenza strutturale, il militarismo e la negazione dei diritti umani fondamentali.
Nel contesto israeliano, questo significa riconoscere che molti fra i giuristi, gli accademici e i professionisti della cura che da tre anni animano le proteste antigovernative della sinistra liberale a difesa dell’indipendenza della magistratura e dello stato di diritto, accettano con troppa facilità la violenza a carico delle altre popolazioni contribuendo a normalizzarla senza tuttavia percepirsi agenti di essa. Il fallimento delle élite interpretative non consiste soltanto nel loro silenzio rispetto ai crimini dell’occupazione a Gaza e in Cisgiordania, ma nella loro partecipazione, spesso implicita, alla costruzione di un orizzonte di senso che rende la violenza pensabile e accettabile all’interno di una configurazione duale della sovranità e della perdita.
Se prendiamo ad esempio il mondo accademico, recentemente denunciato dallo storico israeliano Amos Goldberg – tra i primi ad aver inquadrato la distruzione di Gaza in termini riconducibili alla categoria di genocidio, mettendo in guardia contro l’uso strumentale della memoria storica per giustificare violenze attuali – osserviamo la deriva del modello ideale del dopoguerra. Da spazio autonomo di riflessione critica, l’università si è trasformata in un campo identitario e polarizzato in cui la critica radicale convive con prese di posizione prudenti, spesso dettate dal timore di delegittimazione, ma anche con la complicità vera e propria a supporto delle infrastrutture statali, dal momento che la ricerca scientifica e tecnologica israeliane sono strettamente connesse al complesso militare.
La responsabilità della memoria Le stesse contraddizioni sono evidenti anche tra i giuristi, in particolare i giudici della Corte Suprema. Osteggiati dalla destra e ultima speranza della sinistra, essi si rivelano spesso complici nel mantenere sistemi di diritto che legittimano violazioni strutturali all’esterno: detenzioni senza processo, demolizioni di case, confische di terre, impunità per torture e violenze nelle carceri e nei territori occupati.
Questa situazione può essere inquadrata nel concetto di “costituzionalismo etnico”, in cui lo Stato di diritto funziona a pieno regime per una parte della popolazione mentre produce esclusione e discriminazione per un’altra. Un discorso analogo vale anche per gli psicanalisti che, ignorando sistematicamente il trauma palestinese, finiscono per tradire l’etica stessa della disciplina, che dovrebbe essere orientata al riconoscimento dell’alterità e della sofferenza in una prospettiva universalista.
Come sostiene lo psichiatra, psicoanalista e storico israeliano Eran Rolnik, mentre riconoscono e lavorano profondamente sui traumi ebraico-israeliani che comprendono la Shoah, le guerre e il terrorismo, troppi analisti si dimostrano miopi di fronte al trauma palestinese della Nakba. Inoltre, invece di assolvere al compito di smascherare le difese, attraverso meccanismi di diniego, scissione e razionalizzazione la terapia presta il fianco ad una difesa collettiva che consente ai pazienti ebrei di mantenere un’immagine morale coerente, ignorando la sofferenza dell’altro.
In sostanza, invocando la neutralità del setting terapeutico, gli operatori della cura aggirano il contesto storico-politico dell’occupazione e della violenza strutturale, ma, come spiega Rolnik, si tratta di un’operazione illusoria in quanto il politico rientra comunque in forma non pensata o rimossa. Così facendo la pratica clinica riproduce la stessa “asimmetria morale” che abbiamo visto nel caso degli accademici e dei giuristi e, invece di mettere in discussione le strutture sociali e politiche che riproducono i traumi, contribuisce all’istituzionalizzazione della Shoah quale dispositivo di legittimazione politica che genera memorie antagoniste.
L’intero “regime di verità” foucaultiano, ovvero quel sistema di potere che produce verità attraverso istituzioni e discorsi, dal 7 ottobre 2023 vacilla anche fuori da Israele, dove le società democratiche sono costrette a confrontarsi con l’impotenza e l’iper-politicizzazione del diritto internazionale, dei diritti umani e della memoria. Il governo israeliano, le destre europee e la lotta all’antisemitismo Paradossalmente proprio il lessico della denuncia va perdendo la propria funzione regolativa, trascinato in un campo di battaglia semantico dove lemmi come colonialismo, apartheid e genocidio sono divenuti oggetto di contesa politica, mobilitati da chi tende a organizzare la realtà secondo uno schema binario, in cui i soggetti vengono classificati come oppressori o oppressi, a scapito della vulnerabilità dei singoli.
Tale riduzione del campo umano a categorie rigide pecca di semplificazione e comporta un costo epistemico ed etico, rivelandosi incapace di incidere sulla realtà che pretende di regolare. Vittime di tale cortocircuito sono gli stessi civili israeliani i quali, pur asimmetricamente esposti alla violenza, alla paura, al lutto e all’incertezza, vengono giudicati indiscriminatamente dall’esterno quali collettività omogenea a scapito della comprensione dei diversi livelli di implicazione e a favore di una gerarchia della sofferenza.
Quando la critica si estende dalla politica alla collettività, riemerge la confusione tra responsabilità e colpa descritta da Hannah Arendt. Il tentativo di attuare una legittima e doverosa critica della violenza non deve quindi radicalizzarsi perdendo il contatto con la complessità dell’esperienza umana universale, pena la riproduzione involontaria di dinamiche selettive di esclusione.
Inoltre, in un contesto mediatico accelerato come quello occidentale, non vi è pazienza per processi lenti o ambivalenze, e si rivela difficile opporre resistenza alla seduzione di “deumanizzare” i civili israeliani a prescindere dal loro orientamento politico. La crisi che stiamo vivendo non è dunque soltanto di natura geopolitica e la sfida per il futuro — non solo per Israele, ma per tutte le società democratiche coinvolte nei grandi conflitti — è di ripensare il significato profondo di diritti umani e comunità politica in un’ottica di etica universale.
In attesa di tempi migliori la responsabilità morale non può essere semplicemente delegata alle istituzioni, bensì è un compito che ogni cittadino deve affrontare senza rinunciare alla propria capacità critica. Nel frattempo, nonostante i tentativi di repressione della polizia del fanatico ministro Ben Gvir, il dissenso in Israele si fa strada anche fuori dai confini della sinistra radicale, ma la strada verso le prossime possibili elezioni è ancora tutta in salita.