Cultura
Tre nessuno e centomila: intervista a Milena Aldini
Dal 15 al 18 gennaio presso il Teatrosophia a Roma va in scena Frammenti (Pirandello, Maschere e Verità), di e con Milena Aldini, Luca Falleri, Davide Ingannamorte, uno sguardo sensibile alla rielaborazione dei principali temi pirandelliani. Ne parliamo con Milena Aldini.
Con che sguardo avete riletto Pirandello? Volevamo, innanzitutto, che questo spettacolo avesse qualcosa da dire.
Qualcosa che potesse essere necessario a tutti quelli che lo avrebbero visto. Abbiamo cercato in Pirandello le parole di cui avevamo bisogno affinché tutti potessero riflettere sul suo pensiero: dai ragazzi delle scuole che lo hanno appena incontrato tra i banchi agli adulti che se lo sono dimenticato, da quelli che lo hanno amato tanto e quelli che lo hanno odiato.
Avete creato un team che scrive dirige e interpreta: su quali premesse? Esattamente come può sembrare, trovare una buona sinergia essendo tutti partecipi di ogni cosa, non è facile.
Ciascuno di noi però ha una sensibilità particolare per almeno una di queste cose e, poiché siamo tutti consapevoli dei talenti di ognuno, ci affidiamo all’altro quando sentiamo di essere in difficoltà. Con che criterio avete selezionato le opere prescelte di Pirandello?
Adesso è passato un po’ di tempo ma ricordo che Uno, nessuno, centomila era all’inizio la storia più certa, forse perché era quella che ci piaceva di più. Poi abbiamo lavorato su riduzioni e riscritture di tantissime opere che poi sono state scartate.
Ogni storia doveva in qualche modo essere una tappa a suo modo particolare dello stesso viaggio. Lo spettacolo, come le storie che raccontiamo, deve mostrare varie versioni dello stesso male, vari modi per sfuggirne, di comprenderlo e accettarlo.
Così è (se vi pare) è stata sicuramente la più problematica: l’abbiamo ripensata mille volte e ancora adesso c’è qualcuno che continua a rimuginarci sopra. Però non possiamo proprio rinunciarci.
E non abbiamo rinunciato neanche a tanti passi tratti da Sei personaggi in cerca d’autore, Enrico IV e Il Berretto a Sonagli che sono sparsi in giro per lo spettacolo. Che significa oggi “maschera sociale”?
E’ una prigione inespugnabile in cui siamo rinchiusi senza neanche rendercene conto. E’ il modo in cui ci curiamo ossessivamente di cosa pensano gli altri di noi: perché crediamo che ogni cosa che ci caratterizzi venga sottoposta a giudizio in ogni istante da chi ci è più vicino e caro fino ad un passante che ci ha guardato male.
E poi, adesso è così facile mettersi in vetrina per farsi guardare dal mondo intero e, proprio per questo, è ancora più semplice sapere tutto di tutti: arrivare a scoprire dettagli nascosti e sentire che non è comunque abbastanza. Niente e nessuno è mai abbastanza.
Perché ci sono standard da rispettare: devi, non devi, puoi, non puoi, è meglio se, è consigliato, sarebbe preferibile e via dicendo. In ogni caso ci sarà qualcosa che non va.
Che siamo noi a deciderlo o gli altri. Che relazione avete con lo spazio che ci ospita e come lo avete scelto?
Teatro Sophia è un posto speciale perché è stato il nostro primo teatro romano dopo l’accademia. Grazie al concorso PRIMO PALCOSCENICO abbiamo messo in scena il nostro primo lavoro come gruppo, “Il resto è sogno”.
In quell’occasione abbiamo vinto Miglior messa in scena e Miglior attrice ma soprattutto abbiamo conosciuto il direttore artistico Guido Lomoro che ci ha dato l’occasione di tornare, in questa stagione, con un nuovo progetto. Non è facile trovare qualcuno che abbia fiducia nelle piccole realtà come la nostra e per questo gli siamo veramente molto grati.
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