Politica
“La Stampa”, un’operazione spregiudicata
Lo scorso mercoledì il gruppo Gedi, attuale proprietario della storica testata torinese, ha annunciato di avere firmato il contratto preliminare di cessione del giornale al gruppo Sae di Alberto Leonardis, da pochi anni editore di diverse testate: “Il Tirreno”, “La Provincia Pavese”, “La Nuova Sardegna”, “La Nuova di Ferrara”, “La Gazzetta di Modena” e quella di Reggio.
Il Comitato di redazione ha subito indetto uno sciopero contro quello che definiscono “uno strappo grave e senza precedenti nella storia del giornale”. Alessandra Costante, segretaria generale della Federazione nazionale della stampa italiana, ha definito l’operazionela “cronaca di una cessione annunciata”, precisando che la Fnsi “vigilerà con la dovuta attenzione e anche con rigore maggiore” su ogni passaggio della vendita, essenzialmente perché è stata “preceduta da indiscrezioni sulla consistenza economica del gruppo acquirente che, ai tavoli sindacali, dovrà dimostrare la capacità di pagare gli stipendi e mantenere l’occupazione tanto dei giornalisti quanto dei non giornalisti”.
In buona sostanza, le preoccupazioni di giornalisti/e, impiegati e tecnici della testata, trovano profonde giustificazioni: si tratta di una manovra che appare assai azzardata se non spregiudicata: Stefano Ferrante di “Stampa romana” ha detto che nella cessione a Sae si intravvedono “zone d’ombra che né chi vende, né chi compra hanno voluto illuminare, nonostante le insistenti richieste di redazione e sindacato”.
Il signor Leonardis, insomma, non ha mai fatto chiarezza sui progetti per il quotidiano, sui misteriosi soci del Nord che sarebbero pronti a entrare nella partita (il quotidiano “Domani” ha pubblicato articoli approfonditi sui retroscena della manovra), sulle garanzie per occupazione e stipendi. Né appare sufficiente a rassicurare l’amichevole (?) intermediazione che sembra avere svolto il suo amico ministro, Guido Crosetto, secondo indiscrezioni una sorta di garante istituzionale, chiamato in forza della sua esperienza imprenditoriale di piazzista d’armi, o forse, più semplicemente, per la piemontesità che lo lega alla famiglia Agnelli-Elkann.
In questa selva oscura, resta il fatto che “La Stampa” non è una piccola testata ma un giornale di grande caratura storica, già giardino di casa della maggiore famiglia imprenditoriale italiana. Per difenderne identità e valore economico, occorrono tante risorse e investimenti continui: ha denaro sufficiente Leonardis per poter vantare il possesso di un tale gioiello?
Perché, intanto, la sua gestione del “Tirreno”, quotidiano locale ma con grande tradizione e autorevolezza, a cui contribuì in passato anche la direzione di Sandra Bonsanti – già alla “Repubblica” ed ex parlamentare dell’alleanza dell’Ulivo –, ha mostrato sofferenza: alla vigilia della chiusura del piano di crisi – scadrà il 31 marzo –, nella redazione della testata livornese già si sente parlare, con sempre più insistenza, di cassa integrazione al 40%. Non uno scherzetto.
Insomma, dubbi di natura economica e identitaria: il signor Leonardis sembra voglia comprarsi una fuoriserie non facendo i conti con i costi della gestione. Un’ipotesi non peregrina è che sia mosso da una forte velleità, come suggerisce l’attitudine di certa imprenditoria arraffona e fanatica, che, più che fare impresa, adora stare nei salotti buoni e magari poter dettare la propria linea attraverso un giornale.
“Nel crepuscolo dell’editoria si intravvedono tanti fantasmi che non si sa che sagoma abbiano …”, sintetizza a “terzogiornale” Vincenzo Vita, già sottosegretario alla Comunicazione, grande esperto di editoria. Dice Vita che “purtroppo la caduta di peso della carta stampata consente queste operazioni a basso costo, ormai è come entrare in un discount.
Ma quale interesse possa avere Leonardis e perché si infili in un’impresa di questo tipo non è chiaro…”. Restano dunque zone d’ombra sui mezzi indispensabili per assicurare al giornale un futuro all’altezza della sua storia, sugli obiettivi di una operazione che appare spericolata e che sarà perfezionata – dicono – entro il semestre, ma che a oggi è carica di incognite: non esistono impegni concreti su occupazione, salari, assetti informativi, linea editoriale e investimenti.
L’acquisto di un giornale non è un atto neutro, perché riguarda molto da vicino i processi democratici: l’uso che se ne intenda fare, la libertà di chi lo scrive, dando corpo al diritto all’informazione, sono questioni che vengono prima di tutte le altre. Mentre sembrano non interessare affatto i soggetti coinvolti in questa strampalata e rischiosa operazione, mediata dai buoni consigli di un mercante d’armi.
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