Politica
Se l’Intelligenza Artificiale automatizza il nulla
Il testo che segue è un riassunto generato dall'IA dell'articolo "Se l’Intelligenza Artificiale automatizza il nulla" . L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.
Al forum di Davos, a gennaio, Dario Amodei – ceo di Anthropic, padre di Claude e, più recentemente, bestia nera di Donald Trump – ha predetto che, in pochi anni, metà dei lavori white collar – impiegatizi in senso lato – saranno sostituiti dall’Intelligenza Artificiale. Uno scossone al mercato del lavoro che non siamo preparati ad assorbire.
Non parlava da sindacalista, né davvero da critico della tecnologia (per quanto ami occasionalmente vestirne gli abiti). Parlava da capo della seconda più grande azienda di IA al mondo: lui l’IA la costruisce e la vende.
Di fronte a dichiarazioni del genere l’opinione pubblica oscilla generalmente tra due reazioni. Da un lato ci sono i catastrofisti, quelli che “l’IA ci renderà tutti superflui”;
Umberto Eco li chiamava apocalittici. Dall’altro ci sono gli scettici che fanno notare – con buone ragioni – che la Silicon Valley ha tutti i motivi (finanziari) per esagerare.
Come spiega Cory Doctorow, i giganti tecnologici vogliono e devono vendere la narrazione di una rottura radicale perché è quella narrazione che tiene alti i loro titoli in borsa. Checché ci raccontino, non stanno vendendo uno strumento che possa aiutare i lavoratori a lavorare meglio.
Stanno vendendo la promessa che le aziende potranno licenziare gran parte della forza lavoro e mantenere eguale produttività a una frazione del costo. La tecnologia è – e può essere – tante cose, anche meravigliose.
Ma il prodotto è questo, non altro. Ed è la promessa di questo prodotto che attira le iniezioni miliardarie degli investitori che tengono a galla compagnie cronicamente in perdita.
Se Doctorow ha ragione – e ce l’ha –, allora non importa se l’IA sia davvero capace di fare ciò che OpenAI, Anthropic e Google promettono che saprà fare (molti – basti leggere per esempio Gary Marcus – sostengono in realtà che non lo sia, non da sola, non ora, forse mai). È questo che viene venduto, e gli effetti saranno più che reali.
L’obiettivo dell’adozione dell’IA sarà ridurre la forza lavoro. Punto.
E al diavolo gli effetti sulla qualità dei servizi, sulla vita delle persone, sulla sopravvivenza dei lavoratori. L’alternativa è allora tra apocalittici e… apocalittici?
Il problema è più profondo, e non riguarda soltanto l’Intelligenza Artificiale. Nel 2018, David Graeber pubblicò un libro che oggi, in questa congiuntura storica, dovrebbe tenerci svegli la notte.
Il libro si chiama Bullshit Jobs e parte da un’osservazione semplice e radicale: da quarant’anni a questa parte una quota vasta e crescente dei posti di lavoro nelle economie avanzate è, per ammissione stessa di chi li occupa, del tutto priva di senso. Non produce nulla.
Non aiuta nessuno. Esiste perché decenni di capitalismo manageriale e di ipertrofia burocratica hanno finito per generare un’economia in cui un numero enorme di persone viene pagato per svolgere mansioni che non hanno ragione di esistere.
Peggio, che rendono la vita di tutti più difficile. Addetti alla compliance che controllano altri addetti alla compliance.
Consulenti che scrivono rapporti per altri consulenti. Interi strati di management intermedio la cui funzione è supervisionare la produzione di documentazione che nessuno legge né leggerà mai.
Graeber mostrava poi che questa degenerazione va ben oltre quei lavori che sono esplicitamente inutili. Professioni indubbiamente utili, importanti, imprescindibili – l’insegnante, il medico, l’ingegnere – annegano sempre di più in un mare di compiti-spazzatura: moduli, valutazioni, audit, metric.
Il lavoro ne è soffocato. Un insegnante passa più tempo a compilare report burocratici che a insegnare.
Un medico riempie schede anziché ascoltare i pazienti. Un sistema insensato e insieme crudele, perché la maggior parte delle persone che svolgono questi compiti sa, a qualche livello, che ciò che fa è privo di significato.
Graeber documentava un’epidemia silenziosa di disperazione tra lavoratori che sentono che la propria vita professionale non contribuisce in nulla alla società, e la cui unica consolazione è lo stipendio. Ora l’IA promette di toglierci anche quello… La triste ironia è questa: ciò che rende il mercato del lavoro contemporaneo così vulnerabile all’IA non è tanto che l’IA sia (già) una superintelligenza totale capace di sostituire il lavoro umano, anche quello più complesso e creativo.
Può adiuvarlo, renderlo più rapido, potente, produttivo. Ma non può sostituirlo.
È piuttosto il fatto che decenni di gestione neoliberista, di nefasto new public management nel settore pubblico, abbiano ridisegnato l’economia proprio attorno a quei compiti che anche una tecnologia limitata e non autonoma è facilmente in grado di replicare: compilare moduli, spuntare caselle, costruire e poi navigare meccanismi di gatekeeping burocratico, percorsi a ostacoli di scartoffie digitali. Lo vediamo ogni giorno, nella nostra vita come nel nostro lavoro.
Quando una compagnia telefonica o aerea mi deve dei soldi e mi seppellisce in un labirinto inestricabile di procedure progettate per farmi desistere, io, oggi, uso Claude (o quel che è) per difendermi. Gli faccio scrivere lettere in giuridichese che citano le normative pertinenti (vere o presunte) in pochi secondi.
Recentemente ho vinto un arbitrato per il risarcimento (secondo normativa EU) di un volo in forte ritardo dando in pasto a un LLM centinaia di pagine di documentazione tecnica meteorologica e aeronautica prodotta dalla compagnia aerea. Ne è uscita una difesa articolata che da solo non avrei mai potuto scrivere; non ne ho le competenze.
E ho vinto, e mi hanno dovuto pagare, com’era mio diritto. L’IA, in questo senso, ha effetti genuinamente democratizzanti: buca il muro burocratico eretto tra il cittadino e i suoi diritti.
Non solo, per quelle professioni “utili”, essenziali, ma invase da montagne della più inutile burocrazia, porta con sé persino la promessa di liberare tempo ed energia per il lavoro che conta davvero. Una bella notizia, insomma?
Solo in parte. Basta allargare un po’ lo sguardo e tutto diventa più inquietante.
Perché i lavoratori che presidiano quei muri burocratici, che alimentano quelle montagne, soffocanti, di scartoffie digitali – le persone il cui mestiere è amministrare il labirinto – sono proprio quelle di cui parla Amodei, che l’IA sostituirà. Il loro lavoro diventa superfluo, però, non perché l’IA sia un male apocalittico, ma perché quel lavoro era, nel senso preciso di Graeber, già bullshit.
Non ce n’era bisogno, già in partenza. La domanda che dovremmo porci, allora, non è se davvero l’IA possa sostituire il lavoro umano.
È invece: perché abbiamo costruito un’economia in cui gran parte della forza lavoro è impiegata a fare cose di cui nessuno ha bisogno, che non migliorano la vita di nessuno (la peggiorano!), e che persino una tecnologia in fasce, imperfetta e limitata, è già in grado di fare? Data center mastodontici stanno mangiando le risorse di un pianeta già boccheggiante.
Per risolvere la situazione, Elon Musk dice di voler lanciare decine di migliaia di satelliti a pannelli solari, un muro di data center spaziali che oscureranno il sole e le stelle. Una potenza computazionale immensa.
Un consumo di energia enorme. La tecnologia più avanzata nella storia dell’umanità.
E a cosa servirà? In larga parte – quando non starà prendendo la mira per un drone o gestendo un bombardamento – servirà a processare, perpetuare e navigare la colossale montagna di insensatezza burocratica in cui le nostre vite sono immerse.
I sistemi più potenti mai creati, che consumano l’energia di piccoli paesi, impiegati in mansioni inutili e avvilenti. Se quelle macchine avranno mai qualcosa che assomigli a una coscienza, saranno macchine… depresse.
Come tanti, troppi lavoratori prima di loro, sapranno che il grosso delle loro straordinarie capacità viene sprecato. Viene riversato, cioè, in un’economia che genera, premia – e adesso arriva anche ad automatizzare – il nulla.
CREDITI FOTO: Sebastian Herrmann | Unsplash L'articolo Se l’Intelligenza Artificiale automatizza il nulla proviene da MicroMega.