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Case green, l’Italia non ha un piano. Bruxelles chiede conto

Lunedì 13 aprile 2026 ore 05:00 Fonte: Valori
Case green, l’Italia non ha un piano. Bruxelles chiede conto
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A inizio marzo la Commissione europea ha messo in mora due terzi dei Paesi membri per non aver consegnato entro il 31 dicembre 2025 il National Building Renovation Plan (Nbrp), lo strumento di pianificazione nazionale richiesto dalla direttiva sulla prestazione energetica degli edifici, la cosiddetta direttiva Case green. In quel piano devono essere contenute le misure con cui ogni Paese intende migliorare l’efficienza del proprio patrimonio edilizio in due passaggi, al 2030 e al 2035.

Tra i destinatari della messa in mora ci sono Paesi grandi e piccoli, dalla Germania all’Estonia, da Malta alla Francia. C’è ovviamente anche l’Italia, che si trova nella non lusinghiera posizione di sommare questa procedura d’infrazione a un’altra analoga, per non aver eliminato gli incentivi alle caldaie autonome a gas entro il 1° gennaio 2025.

Un segnale del fatto che sulla riqualificazione energetica degli edifici si è accumulato un ritardo cronico. Le ragioni della direttiva europea Case green In Italia, e non solo, si discute di transizione energetica pensando alle auto e ai pannelli solari, ma raramente alle case.

Eppure gli edifici nell’Unione europea sono responsabili del 40% del consumo energetico e del 36% delle emissioni. Il riscaldamento, il raffreddamento e l’acqua calda assorbono l’80% del consumo energetico domestico.

A livello globale, secondo i dati dell’Unep (il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) il settore edilizio genera il 37% delle emissioni di CO2 del settore nel suo complesso. La direttiva Case green (direttiva Ue 2024/1275) non impone ai privati di ristrutturare casa entro una certa data, come una lettura sommaria ha fatto credere nel dibattito pubblico del 2023 e del 2024.

Chiede agli Stati di costruire una traiettoria nazionale: ridurre il consumo medio di energia primaria del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035, con almeno il 55% dei risparmi ottenuto dalla ristrutturazione degli edifici peggiori. Ogni Paese ha flessibilità su come farlo, purché lo pianifichi.

Finora due terzi dei Paesi europei sono in ritardo su questo appuntamento. Le condizioni del patrimonio edilizio italiano Secondo il sesto rapporto annuale Enea-Cti sulla certificazione energetica, in Italia nel 2024 il 45,3% degli edifici residenziali certificati si trovava nelle classi F e G (le peggiori) e solo il 20% in quelle più efficienti.

Il 61,8% degli immobili energeticamente peggiori si concentra nelle regioni centro-settentrionali, dove il riscaldamento pesa di più su bollette ed emissioni. Il 75% delle abitazioni italiane consuma tra cinque e dieci volte quanto consuma la classe più efficiente, che comprende solo il 2% degli edifici.

Per un appartamento di 80 mq il passaggio dalla classe G alla A4 vale oltre 2.000 euro di risparmio annuo in bolletta. Per portare il patrimonio ai livelli richiesti dalla direttiva europea Case green, le stime Deloitte parlano di 800-1.000 miliardi di investimenti necessari.

Una mole di risorse enorme se non affrontata ragionando in ordine di decenni, il che impone di tenere conto degli elementi di disuguaglianza che vi sono nel nostro Paese. Dal 1998 a oggi l’Italia ha puntato quasi esclusivamente sulle politiche distributive per la riqualificazione edilizia: bonus accessibili a tutti in modo indistinto, senza un target sociale.

Il Forum Disuguaglianze e Diversità ha ricostruito i risultati: dal 2008 al 2020 la metà delle detrazioni è stata fruita da poco più del 10% dei contribuenti più ricchi. Gli interventi si sono concentrati al Nord non perché le case del Sud siano più efficienti, ma perché accedere richiedeva liquidità anticipata e capacità fiscale.

Strumenti apparentemente neutrali che redistribuiscono però ricchezza verso l’alto e contribuiscono a rendere sempre più inaccessibile la casa. Il Superbonus, uno strumento giusto ma imperfetto Un tentativo di rompere questo schema è stato il Superbonus 110%, in vigore dal 2020 al 2025, la misura più imponente di intervento sull’efficienza energetica degli edifici in tutta Europa.

Da questo punto di vista i risultati ci sono stati. Il 60% delle unità coinvolte era nelle classi energetiche più sfavorevoli, il 21,4% ha poi raggiunto la classe A4.

Il risparmio medio in bolletta è di 964 euro l’anno, stima Nomisma. La quota di risorse destinata al Sud è più che raddoppiata rispetto all’Ecobonus e 1,7 milioni di italiani con reddito medio-basso hanno beneficiato della misura.

Il Superbonus non era però una politica strutturale, ma uno strumento emergenziale di ripresa economica post-Covid, con limiti profondi e fortemente osteggiato da alcune categorie. Dopo una fase in cui si sono allentate le maglie delle condizioni d’accesso, la gestione fiscale dei crediti e il suo peso sulla finanza pubblica (triplicato tra la previsione iniziale di 40 miliardi agli oltre 128) ne hanno decretato una fine anticipata, brusca e contraddittoria.

Il governo Meloni lo ha smantellato progressivamente, ristabilendo i vecchi strumenti che, però, non hanno la stessa capacità redistributiva e di giustizia sociale. Soprattutto, non ha pensato un piano alternativo per il futuro.

Newsletter Iscriviti a Valori Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile. Dichiaro di aver letto e accettato l’informativa in materia di privacy Settimanale Anteprima Finito il Pnrr, serve una politica per la casa La mancata consegna del Piano nazionale richiesto dalla direttiva Case green cade mentre il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) si avvia alla fase conclusiva.

Quando quelle risorse si esauriranno, il settore edilizio rischierà una crisi profonda, senza incentivi né una politica di sistema. Il confronto con l’Europa mostra cosa funziona quando si costruisce una politica invece di un bonus.

La Francia ha il MaPrimeRénov. Prevede un contributo a fondo perduto modulato sul reddito che va dal 100% degli interventi per le famiglie meno abbienti a scalare, con una variante per i condomini che finanzia le parti comuni con un’unica richiesta dell’amministratore.

Dal 2025, in base alla legge Clima e Resilienza del 2021, è vietato locare nuovi immobili in classe G per i nuovi contratti. Il divieto si estenderà alla classe F nel 2028 e alla E nel 2034.

La Germania ha il Beg (Bundesförderung für effiziente Gebäude), gestito da Bafa e dalla banca pubblica KfW. Consiste in contributi a fondo perduto e prestiti agevolati, crescenti per chi parte dagli edifici più inefficienti.

Il tratto comune non è l’importo ma la struttura: spesa pubblica diretta, modulata sul reddito, con orizzonti pluriennali. In Italia questo non esiste.

Avere una casa è un lusso, ristrutturarla di più Dietro i numeri del patrimonio edilizio c’è una domanda che tocca le persone direttamente: chi potrà intervenire sulla propria casa e chi ne sarà escluso? Naturalmente in questa seconda categoria ricade chi vive in affitto.

Senza obblighi per i proprietari di immobili locati, il mercato della locazione rischia di diventare un serbatoio di povertà energetica. Il 41% delle famiglie in povertà assoluta vive in affitto, contro una media del 18% sull’insieme delle famiglie.

Tema di grande complessità riguarda i condomini: chi ci abita ha bisogno di garanzie pubbliche sul credito e di supporto tecnico sistematico. Chi vive in povertà energetica abita gli edifici peggiori e ha bisogno di sovvenzioni dirette, non di detrazioni inutilizzabili con redditi bassi.

Le aree interne pongono un problema diverso: efficientare una casa che vale meno dell’intervento non ha senso senza politiche più larghe sul territorio. L’edilizia residenziale pubblica è tra i patrimoni più inefficienti d’Italia, e i fondi europei successivi al Pnrr prevedono risorse specifiche, ma usarle richiede capacità progettuali che molte amministrazioni locali non hanno.

Il Forum Disuguaglianze e Diversità, nel suo rapporto sul Superbonus del 2023, ha avanzato proposte mirate: aliquote crescenti in proporzione al salto di classe energetica; cessione del credito al 100% garantita agli incapienti; un meccanismo pubblico di controllo sulla congruità dei prezzi, sul modello delle ricostruzioni post-sismiche, per chiudere lo spazio alle frodi; esclusione delle seconde case e delle caldaie a combustibili fossili; una corsia preferenziale per l’edilizia residenziale pubblica. Non più un bonus, ma un piano; o meglio, una politica che tenga assieme investimenti e giustizia sociale.

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