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Decreto “sicurezza”, la nuova stretta arriva in Senato

Giovedì 26 febbraio 2026 ore 16:00 Fonte: Terzogiornale
Decreto “sicurezza”, la nuova stretta arriva in Senato
Terzogiornale

Dopo il “decreto rave” contro gli innocui raduni, dopo quello “Cutro”, per una inutile lotta ai trafficanti di migranti (lasciarono andare Almasri), dopo quello “Caivano”, per far paura alle baby gang, e dopo quello del 2025 che uccide il diritto di manifestare, arriva il nuovo decreto legge sulla sicurezza, “bollinato” dalla Ragioneria dello Stato e controfirmato dal Colle. Nonostante alcune piccole novità, il testo annuncia una nuova stretta democratica, proseguendo a tessere la tela della “insicurezza”, che tanto serve a un governo in difficoltà soprattutto sul fronte delle politiche sociali (di fatto inesistenti).

Stavolta, però, alcuni significativi eventi hanno disturbato lo “stile della casa”: palazzo Chigi ci ha abituati ai decreti scritti e approvati (proprio come una pietanza cotta e mangiata) sulla scia di fatti di cronaca che colpiscono l’opinione pubblica, e di cui si appropria per una narrazione in chiave propagandistica del suo operato, al di là dell’efficacia, del loro profilo giuridico costituzionale, e spesso della semplice umanità delle norme. I fatti di Rogoredo – li abbiamo raccontati (vedi qui), ma con il passar delle ore hanno assunto un carattere sempre più inquietante: l’uccisione di Zack appare sempre più una esecuzione a freddo, l’agente Cinturrino sembra emergere come un vero boss del racket – hanno impedito l’esaltazione dello scudo penale per gli agenti delle forze dell’ordine, come sarebbe tanto piaciuto non solo a Matteo Salvini, ma a ciascuna faccia di questo governo.

Lo scudo, tuttavia, si ripresenta in forma mitigata (ma non meno preoccupante), anche per il noto intervento del Quirinale che ha messo a disposizione i propri uffici legislativi (prassi nuova) per scrivere il testo, il quale recita all’articolo 12: “Quando si procede ad incidente probatorio il pubblico ministero provvede all’iscrizione del nome della persona nel registro di cui all’articolo 335, comma 1-bis”.

Si chiamerà “annotazione preliminare” l’atto con cui il pm procederà nel caso in cui il reato appaia commesso in presenza di una causa di giustificazione, cioè per legittima difesa, ma in caso di nuove prove l’iscrizione sarà trasferita nel classico registro degli indagati. La novità, si badi bene, dovrà essere tecnicamente messa a punto da uno specifico decreto ministeriale nei prossimi sessanta giorni, un’altra mina vagante in clima pre-elettorale.

Un altro punto critico riguarda il fermo preventivo in occasione di manifestazioni pubbliche, articolo 7, originariamente previsto sulla base di semplici circostanze di fatto a giudizio delle forze dell’ordine: sarà ora possibile ma con “attuale pericolo” (come da prescrizione del Quirinale). L’attualità del pericolo potrà essere valutata dal magistrato, che potrà poi ordinare il rilascio, ma è evidente la forzatura sulla libera circolazione.

Il terzo nodo di questo nuovo decreto riguarda la vendita dei coltelli, questione anch’essa nata dall’uso strumentale delle tragiche vicende di cronaca che hanno coinvolto alcuni ragazzini: è confermato il divieto di vendita ai minori (nella triste realtà gli affilati oggetti non erano certo stati comprati ma presi in casa), tuttavia, nella nuova versione, scompare la previsione che imponeva agli esercenti l’obbligo di registrare le vendite delle lame con lunghezze superiori a determinate dimensioni: evidentemente, c’è stata una sotterranea rivolta, e il governo non ha voluto scontentare la categoria. Tanto gli basta gridare ai quattro venti che sono intervenuti con il “pugno duro”.

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