Politica
La nuova egemonia sunnita targata Erdoğan
Dal 7 ottobre 2023, la geografia politica del Medio Oriente sta attraversando una fase di ridefinizione profonda, caratterizzata nell’ultimo anno almeno, dal riposizionamento strategico della Turchia sotto la guida di Recep Tayyip Erdoğan. Ankara è passata dall’uso della diplomazia del soft power a una proiezione di forza militare e revisionismo, che punta a fare della Turchia, come dichiarato dallo stesso Erdoğan, il pilastro centrale della ummah, ovvero della comunità dei fedeli musulmani sunniti.
Il presidente turco ha saputo orientare l’approccio verso la regione, presentandosi come l’avanguardia della nazione musulmana sunnita oppressa. Un’ambizione neo-ottomana, che non si è limitata alla retorica, ma si è manifestata concretamente attraverso interventi militari in Libia per salvare il governo di accordo nazionale, la disputa sulle Zone economiche esclusive nel Mediterraneo orientale, contro Grecia e Cipro, e il sostegno decisivo alle forze che hanno portato al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria.
Questa crescente influenza turca ha generato un forte allarme a Tel Aviv, dove le aspirazioni di Ankara sono percepite come una minaccia strategica di prim’ordine. L’ex primo ministro israeliano, Naftali Bennett, ha espresso questa preoccupazione con estrema durezza, definendo esplicitamente il Paese come il “nuovo Iran”.
Secondo Bennett, la Turchia e il Qatar stanno alimentando il “mostro” dei Fratelli musulmani, cercando di estendere la propria influenza in tutta la regione, e persino a Gaza, entrando “dalla porta principale”. Il timore espresso dai vertici israeliani è che Ankara possa guidare un asse sunnita ostile, coinvolgendo anche il Pakistan, dotato di armi nucleari, per isolare Israele e limitarne la libertà d’azione nel Golfo e oltre.
Questa visione è condivisa da Benyamin Netanyahu, che osserva con sospetto la formazione di quello che i media israeliani hanno soprannominato il “Muro sunnita”, un blocco che vedrebbe la Turchia collaborare con Arabia saudita ed Egitto per contenere la supremazia regionale israeliana. In risposta a questa configurazione, Netanyahu ha annunciato la creazione di una contro-alleanza, denominata “Asse delle nazioni” o “Esagono delle alleanze”.
Questo sistema strategico mira a riunire Paesi che condividono una visione comune delle sfide regionali, per opporsi a quelli che il premier israeliano definisce “assi radicali”: sia quello sciita a guida iraniana, sia quello sunnita emergente sotto l’egemonia turca. Il perno dell’architettura disegnata da Tel Aviv è l’India del premier Narendra Modi (vedi qui), la cui collaborazione con Israele si è intensificata con accordi miliardari nel settore della difesa, inclusi sistemi antimissile, armi laser e droni.
L’Esagono comprende, oltre a Israele e India, anche Grecia, Cipro, non meglio specificati Paesi “arabi” (probabilmente gli Emirati) e “africani”, con l’obiettivo di rimodellare l’equilibrio di potere dal Mediterraneo orientale fino all’Asia meridionale. Netanyahu punta a dimostrare che, nonostante l’ostilità di Ankara, Israele può tessere una rete di alleanze con potenze globali e partner mediterranei per garantire la propria resilienza futura, diventando così il Paese ebraico alla guida di una coalizione musulmano-cristiana.
Un elemento centrale di questa partita geopolitica è il ruolo della Turchia nella crisi siriana e il suo sofisticato equilibrismo militare. Ankara è stata la mente dietro l’azione che ha rovesciato Bashar al-Assad, nel dicembre 2024, sostenendo gruppi di opposizione e organizzazioni come Hay’at Tahrir al-Sham (Hts), guidata dal jihadista al-Julani, poi diventato Ahmad al-Sharaa, una volta preso il potere.
Nonostante la Russia sia stata scalzata dalla Siria, Ankara è riuscita a mantenere rapporti pragmatici con Mosca, culminati nell’acquisto dei sistemi di difesa missilistica S-400. Questa mossa, che ha portato all’esclusione della Turchia dal programma statunitense F-35, è stata motivata da Ankara con la necessità di difendersi dall’Iran.
Tuttavia la Turchia, in quanto membro chiave della Nato, ha saputo trasformare questa tecnologia russa in una risorsa per i propri alleati occidentali: i sensori avanzati dell’S-400, come il radar 91N6E “Big Bird”, hanno la capacità di osservare fino a seicento chilometri di profondità nel territorio iraniano. Ankara ha ammesso che i dati ottenuti dalla tecnologia – come quelli della stazione radar turca di Kurecik – sono condivisi con gli alleati Nato.
Le informazioni, potenzialmente, rappresentano segnali di allerta precoce di inestimabile importanza per proteggere le forze americane e israeliane dagli attacchi balistici iraniani. In questo modo, Ankara riesce a mantenere un’agenda autonoma, pur restando un partner indispensabile per la sicurezza dell’Occidente nella regione.
I rapporti tra la Turchia e Israele sono segnati da una profonda dicotomia tra retorica e realtà economica. Sul piano diplomatico, Erdoğan ha utilizzato toni durissimi, definendo Netanyahu un “vampiro che si nutre di sangue”, accostandolo ad Adolf Hitler.
Il leader turco ha dichiarato l’interruzione dei rapporti commerciali e diplomatici, presentandosi come il paladino della causa palestinese contro il “genocidio” a Gaza. Eppure, i flussi economici raccontano una storia differente: nel corso del 2025, le importazioni israeliane di petrolio azero, attraverso la Turchia, sono aumentate di oltre un terzo.
Il greggio continua a fluire senza sosta dall’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan fino al terminal turco di Ceyhan, da dove viene spedito ai porti israeliani per coprire una quota strategica del fabbisogno energetico di Tel Aviv. Inoltre, molte merci turche, come cemento e acciaio, continuano a raggiungere Israele attraverso triangolazioni che le vedono registrate come esportazioni destinate alla “Palestina”, nascondendo una violazione sistematica dell’embargo annunciato.
L’ambiguità continua, anche se ha subito una scossa violenta dopo la caduta di Assad in Siria. Il vuoto di potere, lasciato dal regime, ha innescato una competizione diretta tra le ambizioni di Ankara e le necessità di sicurezza di Gerusalemme.
Israele ha intensificato i raid aerei sul suolo siriano, colpendo l’aeroporto militare di Hama e la base T4 a Homs per impedire che la Turchia trasformasse le strutture in basi per i propri droni e aerei da guerra. Il ministro della Difesa israeliano Katz ha esplicitamente avvertito il nuovo leader siriano di non permettere a “forze ostili” di minacciare Israele, rivendicando il diritto a un’occupazione a tempo “indefinito” di alcune zone.
Questo ha aperto un nuovo fronte di tensione tra Ankara e Gerusalemme, con la Turchia che vede in Israele la minaccia principale alla stabilità della nuova Siria. Intanto, Ankara ha intrapreso la strada di una maggiore indipendenza energetica, riducendo la subordinazione alle forniture di Teheran e Mosca, per potersi permettere maggiore mobilità nella gestione delle alleanze.
Il declino dell’influenza iraniana nella regione, accelerato dalle sanzioni e dai conflitti interni, ha lasciato un vuoto di potere che la Turchia è pronta a sfruttare per imporsi come leader del mondo sunnita. Questo scenario sembra essere accettato tacitamente dall’amministrazione Trump, che vede in Erdoğan una figura dominante capace di gestire l’instabilità regionale in un contesto di potenziale disimpegno statunitense.
Un alleato Nato, che potrebbe essere una buona e gestibile alternativa nella regione. Al contrario, Israele vede il riposizionamento come un grave e imminente pericolo.
Gerusalemme teme infatti che il piano Trump per Gaza, e suoi strumenti come il Board of Peace e la Forza di stabilizzazione internazionale, possano permettere alla Turchia di assumere un ruolo nel controllo dei territori palestinesi. L’idea che Ankara possa posare “gli stivali in Palestina”, attraverso una forza armata o un mandato diplomatico, è uno scenario che Israele intende evitare a ogni costo, poiché segnerebbe la fine della sua esclusiva libertà d’azione militare e politica nell’area.
La Turchia, forte della sua posizione nella Nato e del suo crescente peso energetico e militare, si candida a diventare il nuovo sfidante geopolitico capace di ridisegnare i confini del potere mediorientale. L'articolo La nuova egemonia sunnita targata Erdoğan proviene da Terzogiornale.