Politica
Il prof Di Maio e quelle domande su un anticasta diventato casta
Ha generato molto scandalo la nomina di Luigi Di Maio a professore onorario al King’s College di Londra, annunciata da lui stesso sul social venerdì scorso. Comprensibile e per molti aspetti condivisibile, in particolare per la folta comunità di accademici italiani nel Regno Unito, che, come chi scrive, ha lavorato duramente per studiare e fare ricerca, un certo livello di sdegno per un personaggio noto per non essersi mai laureato e che viene ora a fare lezione in una delle più prestigiose università del Regno Unito.
La sua nomina al King’s College è davvero scandalosa? Ma si tratta davvero e soltanto di una questione scandalosa?
Per capire la decisione del King’s College occorre forse allargare la prospettiva. È un fatto che per dieci anni Luigi Di Maio sia stato uno dei personaggi più influenti della scena politica italiana.
Fin da quando entra in Parlamento nel 2013 con l’exploit del 25% del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, nelle cui liste era entrato da totale sconosciuto, e con 189 preferenze nel processo di selezione interna, Di Maio si afferma come uno dei leader del gruppo parlamentare pentastellato, sebbene al momento dell’elezione abbia appena 26 anni. Scelto da Grillo e Casaleggio come uno dei cinque membri del direttorio, il primo organo direttivo del gruppo, Di Maio viene sostenuto da Grillo nelle primarie per la scelta del capo politico e si presenta dunque alle elezioni del 2018 come candidato primo ministro.
Nella scorsa legislatura Di Maio è stato letteralmente il dominus della politica italiana. Leader del primo partito italiano (il M5S era uscito dalle politiche del 2018 con il 33%), diventa vicepremier, e rimane ministro in tre governi consecutivi, come responsabile dei dicasteri per lo sviluppo economico, il lavoro e gli esteri.
È sotto la sua guida che il M5S propone Giuseppe Conte come Primo Ministro e c’è la sua impronta nelle negoziazioni che portano alla formazione sia del Conte I, il governo gialloverde con la Lega di Salvini, che del Conte II, il governo giallorosso con PD e sinistra. Di questa stagione si ricordano anche la richiesta di impeachment di Mattarella, in protesta contro il veto alla nomina di ministro di Paolo Savona, e il tragicomico annuncio di avere abolito la povertà, dal balcone di Palazzo Chigi, dopo l’approvazione nel Settembre 2018 del reddito di cittadinanza.
Di Maio lascia la leadership politica del M5S nel 2020 in polemica con i conflitti interni ma rimane saldamente alla Farnesina da dove continuerà a dirigere la politica estera italiana anche nel complicato passaggio dal Conte II al governo Draghi di cui è fin da subito uno dei più accesi sostenitori, al punto da entrare in conflitto con la linea critica di Conte. Il resto è storia, nell’estate 2022 Di Maio se ne va e lancia, insieme a una sessantina di parlamentari ex M5S, il suo movimento politico, in polemica con Conte anche sul debole supporto di questi all’Ucraina.
Conte per tutta risposta fa cadere il governo, nelle elezioni anticipate di settembre Di Maio resta al palo e fuori dal Parlamento mentre la destra postfascista conquista Palazzo Chigi. Da capo politico a ministro: tutta la carriera di un grillino doc Ministro in tre governi sorretti da maggioranze diversissime, leader prima e scissionista poi del gruppo parlamentare di maggioranza nella legislatura più incredibile della storia repubblicana, l’ex giovane divenuto navigato democristiano Di Maio pare destinato a un ingloriosa uscita di scena quando nel 2023 viene nominato a sorpresa rappresentante speciale dell’UE per il Golfo Persico, su proposta dell’allora Alto rappresentante Ue per la politica estera, il socialista spagnolo Josep Borrell, e, si dice, con esplicita benedizione di Mario Draghi.
Si tratta addirittura di una nuova carica che va ad affiancare altri 9 rappresentanti speciali UE per regioni calde o zone di conflitti, uno dei ruoli più prestigiosi e meglio remunerati nella UE. Dopo i primi due anni la posizione viene rinnovata fino al 2027.
Risponde direttamente all’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kallas. La posizione di Professore onorario al King’s va dunque letta alla luce di questo cursus honorum, oggettivamente non banale, alla luce del quale la posizione accademica apparirà anche a Di Maio come relativamente inferiore al suo ruolo ufficiale, anche perché probabilmente non si tratta di un ruolo per cui riceve un compenso fisso, ma per il quale immaginiamo al massimo gli sarà chiesto di fare qualche lezione o seminario.
E poco importa che di tutti questi anni al vertice del potere politico italiano, agli italiani non resti quasi nulla, nessuna riforma significativa, nemmeno quel reddito di cittadinanza abolito dal governo Meloni, nessun lascito politico di qualche rilievo a parte il decreto spazzacorrotti, in parte modernizzante, in parte inutilmente giustizialista, e la tristissima riforma costituzionale che ha decurtato di un terzo la rappresentatività del Parlamento. Al King’s College la sua esperienza ai vertici del potere passato fa gola forse meno del suo attuale ruolo per la UE in un’area cruciale del mondo quale quella del Golfo Persico, e tutti i dossier che passano dalla sua scrivania, soprattutto nell’inasprirsi delle tensioni in Iran e con l’Iran.
Se allora è certamente lecita l’indignazione per l’incoerenza politica di un personaggio passato dagli status indignati su Facebook e dalle raccolte firme per uscire dall’Euro, allo stipendio in euro erogato dagli eurocrati accompagnato dall’annuncio su Linkedin della prestigiosa posizione accademica, questo percorso lo si può inquadrare sia come il trionfo della sempreverde arte di mangiare nel piatto su cui si è sputato, sia, soprattutto per chi, culturalmente o socialmente, si sente più vicino al piatto che a uno sputo, la speranza sempre viva che qualunque essere umano possa capire e maturare. Ma allora se tutto questo è vero forse oltre l’indignazione e altrettanto lecito porsi delle domande.
Ne individuiamo almeno tre, dalla risposta non necessariamente banale. Tre domande sulla parabola di Di Maio Nel secondo decennio dell’era social, sono più potenti i populisti o l’establishment?
Cosa ci racconta la parabola di Di Maio, portato all’apice del potere politico italiano dal populismo di Beppe Grillo, mentre la UE gli garantisce un ruolo importante ma non di primo piano nell’Europa alle prese con Trump? Contava di più il primo Di Maio o conta di più il secondo?
Hanno più impatto sulla vita delle persone i governi nazionali o le istituzioni europee? E hanno più impatto sul modo di pensare delle persone, e quindi sul mondo, gli status indignati su Facebook o gli annunci su Linkedin?
Domande che stimolano riflessioni su come i social media abbiano cambiato i meccanismi di formazione e gestione del potere. E ancora, a quasi vent’anni dal Vaffa Day che lanciò il movimento di Grillo nella scena politica nazionale, cosa ha lasciato all’Italia e agli italiani il Movimento Cinque Stelle?
Cosa resta di un movimento contro la casta della politica il cui leader diviene a sua volta “casta”, una volta scoperto che “uno non vale uno”? La seconda versione di Giuseppe Conte potrebbe dire: il contributo determinante alle negoziazioni per il Recovery Fund certo.
Ma la prima versione di Giuseppe Conte menzionerebbe invece i primi decreti sicurezza e l’inizio delle strizzatine d’occhio a Trump. Mario Draghi potrebbe invece semplicemente dire: un rappresentante speciale della UE per il Golfo Persico!
Come si vede, tutto e il contrario di tutto in una storia che anche a distanza di tre lustri rimane un’anomalia tutta italiana, come anomalo e altalenante rimane il ruolo di Giuseppe Conte. Infine, l’Unione Europea e l’Italia al suo interno, cosa fa dei suoi rappresentanti speciali?
Qual è il loro impatto sui nostri interlocutori nel mondo? E a nome di chi lo esercitano?
Certo, i rappresentanti speciali informano il Parlamento europeo ma non ricevono da esso il proprio mandato. Non sarà forse il caso di accelerare la costruzione di un’altra Europa, una in cui la politica estera sia unitaria, chiara, e scelta democraticamente dal Parlamento europeo?
Domande le cui risposte contribuiranno a definire il futuro della politica italiana ed europea. Chissà cosa ne pensa l’interessato.
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