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Cultura

La scuola ferita. È importante parlare con i ragazzi del tema della violenza, senza militarizzare le aule

Sabato 28 marzo 2026 ore 01:01 Fonte: ReWriters
La scuola ferita. È importante parlare con i ragazzi del tema della violenza, senza militarizzare le aule
ReWriters

La scuola italiana è ferita da diverso tempo ormai, sebbene gli ultimi fatti di cronaca abbiano riportato in primo piano il tema della violenza nelle nostre aule. Una violenza atroce che lascia attoniti e spaventati.

Accompagnata poi dall’ingresso a scuola di coltelli o di altri strumenti atti a offendere. Ma è da tempo ormai che la nostra scuola versa il proprio sangue, in senso figurato e no.

Perché la scuola, i dirigenti, gli insegnanti e gli allievi sono lasciati a loro stessi in una dinamica quotidiana che comporta una frequenza giornaliera non comune a tante altre professioni. A scuola invece, volenti o nolenti, ci si vede tutti i giorni e giocoforza si instaura una dialettica che, se non supportata dall’aiuto di altri, può sfociare in manifestazioni tossiche e nocive.

Queste manifestazioni – casi limite e devianze patologiche a parte – però si presentano come il frutto di una paura collettiva. La scuola ferita.

La paura dei dirigenti È infatti la paura dei dirigenti, troppo oberati di incarichi ormai aziendali e di rendicontazione (vedi la voce Pnrr) e a capo di più sedi dislocate in più comuni, a causa dei tagli e degli accorpamenti degli istituti per far quadrare i conti dei bilanci pubblici (quali bilanci, poi?). Come può, allora, un preside essere vicino alla propria comunità di allievi e docenti se è preso da mille incombenze e stressato come un amministratore delegato di un’azienda con somme in entrata e spese da giustificare continuamente?

Può in questo modo, non certo per sua responsabilità, un dirigente presentarsi ancora come il punto di riferimento di una comunità educante? Può essere sempre presente per chi lo cerca?

No, e non per demeriti suoi. È la paura dei docenti che si ritrovano di fronte a sé frotte di adolescenti e ragazzi che ostentano le proprie fragilità nei modi più strani, spesso ben oltre il confronto civile e al di là di una normale infarinatura di quell’educazione che dovrebbe essere data da una famiglia sana.

Come si può comportare un insegnante, specialmente di fronte a ragazzi nuovi o imprevedibili? Non è la stessa imponderabilità, tanto più nella versione adolescenziale, a essere il primo motore della paura?

Tanto più ora che gli stessi ragazzi trovano nello smartphone che hanno in mano, sin dai primi anni della loro vita, il loro unico referente credibile? Lo dico da insegnante quale sono.

L’unica cosa certa di ogni mattina è quella di entrare a scuola. Poi, si sa che possono accadere tante cose dentro quelle aule, sebbene la speranza resti sempre quella che per ogni accadimento ci sia sempre una soluzione e non un esito tragico.

Ma non posso non riconoscere, per primo a me stesso, che questa mia riflessione di ogni giorno parta da presupposti che non dovrebbero essere mai posti (Chissà cosa succederà oggi?) mentre qualsiasi professionista della scuola dovrebbe essere tutelato nella sua incolumità fisica e, non da meno, nella sua dignità deontologica. Ma non è così, purtroppo.

Lo spiega bene anche il pedagogista Daniele Novara, in uno dei suoi ultimi libri, "La manutenzione dei tasti dolenti". La paura degli allievi, quella più imprevedibile Per questo il dialogo a scuola con i ragazzi è fondamentale.

Perché, se esiste una risposta a questo problema, è quello di offrire almeno una forma di rassicurazione a queste generazioni di giovani a cui sono state tolte tante cose (un futuro garantito, una prospettiva occupazionale, le certezze affettive, la stessa salvaguardia di un ambiente che sia sicuro e non sempre più inquinato e, infine, più di ogni altra cosa qualcuno che possa e voglia ascoltarli). Le insicurezze dei ragazzi devono trovare un interlocutore disponibile ad ascoltarle.

Lo ripete spesso lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini. Alle incertezze dei ragazzi e alle loro fragilità bisogna offrire la rassicurazione degli adulti, pur anch’essi nelle loro fragilità e manchevolezze.

È indispensabile, ora più che mai, la rassicurazione del confronto, del dialogo. E pure di altri esperti che però non ci sono nei nostri istituti, dotati di competenze che gli insegnanti non possono possedere.

Come fa un docente a relazionarsi con allievi con neurodivergenze, tanto per fare un esempio? Non potrà mai avere le qualifiche necessarie per questa tipologia di problematiche.

Per l’autismo, tanto per restare nell’esempio, gli insegnanti di sostegno non sono e non possono essere qualificati, se non rare eccezioni. Non si può demandare tutto all’insegnante di cattedra e all’insegnante di sostegno.

Non è possibile. Altroché la militarizzazione degli istituti e l’introduzione dei metal detector!

Serve invece che quegli stessi adulti, i quali sono a loro volta così fragili (dirigenti, insegnanti, personale scolastico) perché sono esseri umani, cerchino di affrontare a viso aperto le insicurezze degli allievi, spingendoli a reazioni sane e non rabbiose (o vendicative) ma che non siano lasciati da soli a farlo e che abbiano i mezzi per farlo. Eppure, non è così.

Provate a entrare in un’aula con 20-25 allievi, molti dei quali con problemi simili a quelli appena elencati. Cosa può fare da solo il singolo docente con il collega di sostegno, spesso reclutato senza le adeguate preparazioni ed esperienze?

Eppure, l’unico dato quasi certo è che per una buona parte dei casi ci si improvvisa insegnanti. E dov’è allora quello Stato che dovrebbe offrirsi come garanzia di una comunità macroscopica educante, liberando le scuole di tante incombenze amministrative e aziendalistiche, e lasciando a esse invece il compito prioritario per cui sono nate, cioè quello di fare didattica con gli studenti e di promuovere il benessere psicologico tra i discenti?

Bisognerebbe invece liberare, sulla base del mio ragionamento, dirigenti e docenti da mansioni che nulla hanno a che fare con la pedagogia mentre, più ancora degli stessi contenuti disciplinari di ogni materia (italiano, inglese, scienze, ecc.) , è necessario insegnare a tutti l’arte della parola e dell’ascolto, in vista del fine più grande di ogni ente formativo: la condivisione di quel senso di umanità che ci rende tutti più inclini all’altro e meno propensi invece agli istinti di rabbia e ai desideri di ritorsione, suscitati dall’incomprensione e dalla solitudine. Solo la condivisione, docenti e allievi, consente la crescita umana di tutti gli interlocutori.

Solo la condivisione dell’umanità più profonda farebbe emergere la parte migliore di ciascuno, e non la peggiore. Bisognerebbe intervenire prima con scelte lungimiranti, non con politiche repressive.

Ma finché la stessa scuola sarà lasciata ad affrontare in solitudine e in abbandono un problema che è ben più grande di se stessa e che riguarda nondimeno tutta la società, allora l’istruzione continuerà a produrre frutti sterili o, nel peggior dei casi, frutti velenosi. The post La scuola ferita.

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