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Russia, la guerra in Iran dà ossigeno al mercato energetico ma non basta a nascondere le crepe interne
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Il 26 febbraio scorso, nel corso di una riunione governativa, il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov aveva delineato uno scenario che, pur apparendo prudenziale, risultava coerente con una tendenza ormai strutturale: la progressiva riduzione del peso delle entrate derivanti dalla vendita di petrolio e gas nel bilancio statale, stimate per il 2026 intorno al 20% del totale. Non si trattava di una valutazione isolata, ma della conferma di un processo già in atto.
Appena due mesi prima, il 30 dicembre 2025, lo stesso Siluanov aveva indicato come il contributo degli idrocarburi alle entrate pubbliche si fosse sensibilmente ridotto, passando dal 50% al 23%, segnalando una trasformazione significativa nella struttura fiscale russa. Questo quadro, che sembrava indicare una progressiva perdita di centralità del settore energetico, è stato tuttavia rapidamente riorientato da un evento esogeno di portata globale: l’attacco congiunto israelo-americano all’Iran, che ha ridefinito in pochi giorni gli equilibri del mercato energetico e, più in generale, delle catene di approvvigionamento strategiche.
Il deterioramento della situazione nello Stretto di Hormuz, snodo cruciale attraverso cui transita una quota rilevante del commercio mondiale di energia, non ha inciso soltanto sui flussi di petrolio e gas, ma ha prodotto effetti più ampi e meno immediatamente visibili. In quell’area non circolano esclusivamente petroliere e metaniere, ma vi transita anche circa un terzo del commercio marittimo globale di fertilizzanti.
Il quasi totale blocco dello stretto ha quindi generato una crisi che si estende ben oltre il comparto energetico, colpendo direttamente i paesi del Golfo, attori centrali nella produzione di fertilizzanti azotati, la cui sintesi dipende in maniera strutturale dal gas naturale, utilizzato insieme all’idrogeno per la produzione di ammoniaca. Ne deriva una perturbazione che non si limita all’interruzione dei flussi verso mercati ad alta domanda come Brasile, Sudan o Sri Lanka, ma che investe l’intero sistema, producendo effetti di secondo ordine tipici delle crisi delle catene di approvvigionamento globali.
La sfrenata avidità di petrolio e la guerra in Iran Il precedente del 2022 risulta in questo senso particolarmente istruttivo. L’invasione russa dell’Ucraina provocò un’impennata dei prezzi dei fertilizzanti che si trasmise, con un certo ritardo, ai mercati alimentari, generando pressioni inflazionistiche diffuse.
Anche in questo caso è plausibile attendersi un contraccolpo non immediato, ma distribuito su un orizzonte temporale di sei-nove mesi, con un impatto significativo sui prezzi al consumo. In tale contesto, come ha osservato l’economista Aleksandra Prokopenko, la Russia si trova in una posizione favorevole.
Oltre a beneficiare delle tensioni sul mercato energetico, risulta infatti uno dei principali attori anche nel settore dei fertilizzanti, con circa il 23% dell’export globale di ammoniaca, il 14% di quello di urea e, insieme alla Bielorussia, circa il 40% delle esportazioni di potassa. A differenza dei produttori del Golfo, l’infrastruttura russa non dipende dal passaggio attraverso Hormuz, il che consente, almeno in linea teorica, di mantenere e persino incrementare i flussi verso i mercati internazionali.
Non sorprende, dunque, che si registrino già segnali concreti di riallocazione della domanda. Importatori in Africa occidentale, in particolare in Nigeria e Ghana, hanno iniziato a collocare ordini per i mesi successivi presso fornitori russi.
Si tratta di una risposta razionale a una contrazione dell’offerta globale, ma le implicazioni di lungo periodo sono ben più rilevanti. L’esperienza del 2022–2023 ha mostrato come Mosca sia in grado di trasformare strumenti apparentemente tecnici, come l’accordo sul transito del grano nel Mar Nero, in leve di influenza politica, ottenendo in cambio atteggiamenti più accomodanti da parte di paesi africani e mediorientali, fino a forme di allineamento nelle sedi internazionali.
In questa prospettiva, i fertilizzanti si configurano come uno strumento di influenza potenzialmente ancora più efficace degli idrocarburi, poiché incidono direttamente sulla sicurezza alimentare. Si comprende così la malcelata soddisfazione manifestata da Vladimir Putin nelle riunioni con i vertici del settore energetico, di fronte a scenari che, complice anche la sospensione delle sanzioni statunitensi sul petrolio, aprono nuove possibilità sul mercato globale.
Tra repressione e insoddisfazione, cosa si muove nella società russa A queste possibilità si affianca tuttavia, sul piano interno, una dinamica di segno opposto, caratterizzata da un’intensificazione del controllo e della repressione. Il progressivo blocco di internet, inizialmente limitato alle regioni di confine con l’Ucraina e successivamente esteso alle aree con presenza di infrastrutture militari e raffinerie, è divenuto nelle ultime settimane una realtà anche nelle principali metropoli, Mosca e San Pietroburgo.
Le interruzioni prolungate della connessione dati, emerse già nella seconda metà di febbraio, si sono trasformate in un elemento ricorrente della quotidianità, con ripercussioni dirette anche sui servizi essenziali. Le reazioni sociali a questa nuova condizione sono state immediate e rivelatrici.
Nelle prime due settimane di marzo si è assistito a un aumento della domanda di strumenti analogici o ormai marginali, come mappe cartacee, walkie-talkie e cercapersone, che richiamano pratiche diffuse nella Russia degli anni Novanta, accompagnati da un’intensa circolazione di meme e da un diffuso malcontento. La tempistica di questo irrigidimento non appare casuale: l’attacco all’Iran e l’assassinio dell’ayatollah Khamenei avrebbero indotto il Cremlino a prendere piena consapevolezza delle capacità di intercettazione e localizzazione rese possibili dalle infrastrutture digitali, accelerando così il processo di isolamento della rete nazionale.
In questo quadro si inserisce il progressivo avvicinamento al modello iraniano, basato su shutdown selettivi e sull’introduzione di white list di servizi autorizzati, accessibili anche in condizioni di disconnessione generalizzata. Tale soluzione, ritenuta più facilmente implementabile rispetto al modello cinese, è al centro della ristrutturazione della rete russa, ma comporta conseguenze difficilmente prevedibili su un sistema economico e sociale che, dalla seconda metà degli anni Duemila, ha fatto della connettività uno dei principali motori di sviluppo.
Basti considerare il settore della logistica urbana, con circa 120.000 rider a Mosca e un milione e mezzo sull’intero territorio nazionale, caratterizzato da salari relativamente elevati e da una domanda di lavoro insoddisfatta, stimata in circa 200.000 unità, in un comparto interamente basato su infrastrutture digitali. All’interno di questa strategia di controllo, il bersaglio principale resta Telegram, piattaforma che, per la sua natura ibrida e per la pluralità di contenuti che ospita, continua a rappresentare uno spazio difficilmente governabile.
Il conflitto tra le autorità russe e il servizio fondato da Pavel Durov precede la guerra attuale, e ha una lunga storia poiché già nel 2017, con il cosiddetto pacchetto Yarovaya, erano state avanzate richieste di accesso ai dati, seguite nel 2018 da un primo tentativo di blocco, fallito anche grazie alla mobilitazione della società civile e alle capacità tecniche del team di Telegram. Oggi il contesto è radicalmente mutato, perché gli strumenti legislativi introdotti in tempo di guerra, uniti alla possibilità di disconnessioni su larga scala giustificate da esigenze di sicurezza, consentono a Roskomnadzor, sotto la supervisione dell’FSB, di stringere progressivamente il controllo.
In questo scenario si colloca anche l’introduzione di Max, applicazione promossa dallo Stato e progressivamente integrata nei servizi digitali, la cui diffusione non ha nulla a che vedere con dinamiche di mercato, ma risponde a una scelta precisa: sostituire spazi comunicativi relativamente autonomi con infrastrutture più facilmente controllabili. Il punto, però, non è soltanto tecnico.
La compressione di Telegram sta producendo effetti politici non marginali, perché l’irritazione non riguarda solo utenti comuni o ambienti critici, ma attraversa anche settori apertamente lealisti, compresa quella galassia di sostenitori della guerra che negli ultimi anni ha svolto una funzione centrale nella mobilitazione. In questo contesto si inserisce la presa di posizione di Anastasiya Kashevarova, una delle voci più visibili tra i voenkory, i cosiddetti corrispondenti militari, in realtà blogger e attivisti ultranazionalisti impegnati al fronte: tra le figure femminili di spicco di questo ambiente, già attiva alla Duma nell’apparato della frazione parlamentare dell’LDPR, il partito fondato da Vladimir Zhirinovsky, e in seguito consigliera del presidente del parlamento Vyacheslav Volodin.
Il suo intervento, al netto del linguaggio iperbolico e aggressivo tipico di questo campo, ruota attorno a un’idea piuttosto chiara: la distanza crescente tra potere e società, alimentata non tanto da pressioni esterne quanto da decisioni interne percepite come arbitrarie, opache, spesso incomprensibili. Non è in discussione la guerra, né la necessità del controllo; ciò che viene messo in evidenza è piuttosto l’effetto di disorientamento che queste misure producono, fino a trasformarsi in un fattore di indebolimento dello stesso fronte interno.
È però nel modo in cui questa critica viene costruita che si coglie il passaggio più interessante. Kashevarova non parla mai direttamente “contro” il sistema, ma utilizza l’anti-occidentalismo come dispositivo retorico per articolare un discorso sui problemi interni.
L’attacco a Trump, accusato di mentire sui contatti con Teheran, e la derisione dello “spirito di Anchorage” non sono che un preambolo: servono a spostare il focus sulla necessità di “appoggiarsi al proprio popolo”, contrapposta implicitamente al sistema che, nelle sue pratiche concrete, appare distante, incoerente, incapace di comunicare, e la proibizione di Telegram, mai menzionata esplicitamente ma definita nella frase “il potere blocca e non spiega, getta la società nel flusso della disinformazione”, viene vista come l'ennesima ferita inflitta in questo rapporto. Anche il richiamo all’Iran, assunto in modo piuttosto libero come modello di unità tra popolo e autorità, funziona più come figura retorica che come riferimento reale, tanto più se si considera che molte delle misure oggi adottate in Russia ricalcano proprio quelle implementate a Teheran.
In altri termini, l’anti-occidentalismo diventa il linguaggio attraverso cui si rende dicibile una critica interna che, formulata in modo diretto, risulterebbe difficilmente tollerabile. Questa ambivalenza emerge con ancora maggiore chiarezza nel momento in cui la critica rischia di oltrepassare una soglia implicita.
Di fronte al caso Remeslo, infatti, la stessa Kashevarova ha inizialmente reagito in modo opposto, mettendo in guardia dai possibili effetti destabilizzanti di simili prese di posizione e invitando i lettori a sostenere il paese e il presidente. È un passaggio rivelatore, perché segnala con precisione dove si colloca la linea di confine: la critica è ammessa finché resta funzionale al rafforzamento del sistema, ma diventa immediatamente problematica quando investe il vertice e la sua legittimità.
Quella linea Ilya Remeslo l’ha varcata di colpo, ad effetto, senza risparmiare aggettivi né epiteti. Eppure non ci troviamo davanti a un oppositore: al contrario, Remeslo è un prodotto tipico di quel sottobosco del potere russo che negli anni ha costruito la propria visibilità nella delegittimazione sistematica dell’opposizione, a partire dal caso Kirovles contro Alexey Navalny, fino al ruolo svolto nel 2021 nella costruzione di un impianto accusatorio contro il leader politico anti-putiniano, all'epoca reduce dall'avvelenamento avvenuto nell'estate precedente, e tornato in Russia dopo le cure e la convalescenza in Germania per essere arrestato, basato anche su testimonianze poi rivelatesi false.
Non a caso, Remeslo viene considerato complice della morte di Navalny, e mai, fino a qualche giorno fa, questa figura di terza fila non risultava potesse essere candidata a diventare un oppositore… eppure, il 17 marzo scorso sul suo canale Telegram, l'attivista accusa Vladimir Putin di essere un tiranno e un criminale di guerra, lo indica come responsabile diretto del conflitto in Ucraina, ne attacca lo stile di vita, il lusso, la ricchezza. Parole che, per provenienza e contenuto, appaiono subito fuori scala, tanto da far pensare a un hackeraggio, ma è lo stesso Remeslo, poco dopo, a smentire questa ipotesi con un video in cui rivendica tutto, concede interviste a media d'opposizione, seguono prese di posizioni contrarie o preoccupate da parte dei propri compagni d'area.
Il giorno seguente viene ricoverato in una struttura psichiatrica a San Pietroburgo, e il caso, almeno al momento, appare chiuso: secondo alcune informazioni, l'attivista dovrebbe essere dimesso tra due settimane. Le interpretazioni si moltiplicano, ma restano ipotesi.
C’è chi, come la ONG Slova Zashchite (La parola alla difesa, impegnata nel sostegno ai prigionieri politici), legge l’episodio come un tentativo di riposizionamento, una mossa per costruirsi retroattivamente un profilo di vittima del regime, anche alla luce di possibili coinvolgimenti in circuiti opachi legati agli ambienti vicini a Sergei Shoigu durante il periodo in cui quest'ultimo era a capo del ministero della Difesa; altri invece puntano su un possibile crollo emotivo, una rottura psicologica a cui spingerebbe anche l'avvenuto ricovero volontario in clinica. In ogni caso, il dato che resta è un altro: la rapidità con cui un attore interno al sistema può passare da ingranaggio utile a elemento potenzialmente scomodo e da neutralizzare, e la modalità con cui questa neutralizzazione avviene.
Se si leggono insieme le parole di Kashevarova e il caso Remeslo, ciò che emerge non è la formazione di un dissenso strutturato, ma una tensione interna al campo lealista, in cui l’anti-occidentalismo continua a funzionare come linguaggio dominante, ma viene sempre più spesso piegato a esprimere frizioni, malumori e critiche che riguardano, in ultima istanza, il funzionamento stesso del sistema. Si delinea così una traiettoria ormai evidente: mentre la Russia cerca di sfruttare le condizioni determinate dalla crisi internazionale per rafforzare la propria posizione nei mercati globali, al suo interno procede lungo un percorso di crescente chiusura, in cui il controllo delle infrastrutture digitali e dei flussi informativi assume un ruolo centrale nella gestione del potere, paradossalmente arrivando a erodere, potenzialmente, la base del sistema.
Un processo in cui, è necessario chiarire, le forze lealiste non assumono posizioni d'opposizione, non diventano improvvisamente progressiste e democratiche, ma iniziano a rivendicare la necessità di un proprio spazio d'azione autonomo dal potere e indicano, nelle scelte del regime, il pericolo di una tensione eccessiva in grado di portare al rovesciamento del sistema stesso; non appare un caso che, assieme ai blocchi alla connessione, l'abbattimento indiscriminato di migliaia di capi di bestiame nella regione di Novosibirsk, in Siberia, dovuto allo scoppio di una epidemia di pasteurellosi, con focolai in alcuni villaggi. sia presente persino tra le denunce degli attivisti pro-guerra. La gestione dell'emergenza ha assunto contorni che vanno ben oltre la dimensione sanitaria, perché proprio nella regione siberiana si è proceduto a una serie di abbattimenti su larga scala che hanno colpito soprattutto piccoli allevatori, spesso senza test diagnostici chiari e con modalità percepite come arbitrarie, e, fino a qualche giorno fa, con compensazioni irrisorie per la perdita di quel che spesso è l'unica fonte di reddito delle famiglie.
Le autorità parlano di pasteurellosi e rabbia, ma diversi veterinari e allevatori contestano sia le diagnosi sia i protocolli applicati, ricordando che nel caso della pasteurellosi il trattamento sarebbe possibile e che l’abbattimento indiscriminato rappresenta una misura estrema, ma soprattutto a risultare particolarmente problematiche sono l’assenza di spiegazioni, la comunicazione tardiva dello stato di emergenza, la sensazione che le decisioni vengano imposte dall’alto senza trasparenza, mentre a essere colpiti sono soprattutto i segmenti più fragili del settore agricolo. Sono numerosi i video, circolati sui canali Telegram, di allevatori e contadini, spesso donne, in cui si denunciano i soprusi delle autorità, e che hanno un enorme effetto comunicativo, perché a parlare non sono oppositori in esilio, ma gente comune, semmai con parenti al fronte, che si trova a dover affrontare sopraffazioni e incompetenza, con il seguito di minacce, fermi, arresti, per aver chiesto semplicemente chiarimenti.
Il caso dell’allevatrice Svetlana Panina, che ha denunciato pubblicamente la perdita di oltre duecento capi e la totale assenza di comunicazione preventiva, affrontando il ministro regionale dell'agricoltura Andrei Shindelov, fuggito dalle domande della donna è emblematico non tanto per la sua eccezionalità, quanto per la sua tipicità: piccoli produttori colpiti in modo sproporzionato, mentre grandi aziende risultano meno esposte agli abbattimenti, e una gestione che appare tanto più coercitiva quanto più è priva di spiegazioni convincenti. Panina è stata successivamente fermata e interrogata, il marito accusato di aver incendiato un macello dove sarebbero dovuti essere abbattuti i propri animali.
Un altro allevatore, Petr Polezhaev, si è cosparso di benzina quando le autorità sono arrivate a requisirgli il bestiame, minacciando di darsi fuoco, senza però riuscire, se non temporaneamente, a fermarle. Episodi che raccontano come l'equilibrio tra ciò che è ritenuto tollerabile e non da parte del potere sia molto precario e possa essere capovolto in modo repentino.
Le proteste, iniziate a partire dallo scorso 9 marzo, si sono mosse istintivamente: blocchi stradali, resistenza passiva, appelli diretti a Vladimir Putin per fermare le autorità locali. L'incapacità del governo regionale di riuscire a gestire la situazione senza far ricorso alla forza appare il riflesso di come la centralizzazione del potere abbia reso, in molti casi, le istituzioni locali impossibilitate a elaborare una propria strategia di gestione delle crisi e delle contestazioni, ricorrendo semplicemente alla repressione.
Quanto analizzato non appare, almeno al momento, un processo già avviato verso una crisi profonda del regime putiniano, ma sarebbe superficiale non tener conto di come le contraddizioni, sempre più diffuse, nella società russa possano giocare un ruolo nel prossimo futuro. La congiuntura apertasi con la guerra in Iran appare come una manna dal cielo per le casse statali russe, ma non sembra in grado di risolvere, almeno nell'immediato, alcuni dei problemi pressanti, che vanno da una progressiva mancanza di uomini al fronte fino al taglio dei bilanci regionali, passando per i contraccolpi causati dalle misure di blocco della connessione dati su un settore importante dell'economia.
In questo contesto si possono aprire spazi, seppur ridotti, alla luce della stanchezza dalla guerra (elemento rilevato persino dai centri di ricerca governativi quale il VCIOM, che in un bollettino riservato dello scorso autunno descriveva il 56% degli intervistati come “affaticati”), e che potrebbero rappresentare una possibilità per forze in grado di promuovere un'agenda capace di tenere assieme pace, lavoro e diritti. Ma, come già ci si è chiesti nella storia russa, “esiste questo partito?”.
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