Politica
La sinistra e il pacifismo selettivo: se la solidarietà diventa un reato
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Negli ultimi giorni, la polemica esplosa a Bologna attorno alle iniziative di solidarietà con l’Ucraina ha assunto contorni che vanno ben oltre il legittimo dissenso politico. Ciò che si sta osservando non è soltanto un conflitto di posizioni, ma un processo di delegittimazione sistematica nei confronti di chi, all’interno della sinistra, ha scelto di sostenere apertamente la resistenza ucraina.
Al centro della vicenda c’è un evento previsto per il 10 aprile negli spazi di Làbas, storico spazio sociale bolognese: la proiezione del documentario Anti-authoritarians at war, seguito da un dibattito con una rappresentante dei Solidarity Collectives, rete ucraina di ispirazione anarchica, antifascista e transfemminista. Solidarity Collectives è una rete di volontariato che supporta combattenti di sinistra nelle forze armate ucraine e fornisce aiuti umanitari alle popolazioni delle aree di frontiera, con principi cardine che includono anti-autoritarismo, anti-imperialismo e antifascismo.
Non si tratta dunque di un’organizzazione nazionalista o filo-governativa, ma di una realtà radicata nelle tradizioni libertarie della sinistra internazionale. Eppure l’evento ha scatenato reazioni che si faticano a definire altrimenti che come un tentativo di censura politica.
Rifondazione Comunista ha chiesto formalmente all’amministrazione comunale di intervenire per impedire l’iniziativa, definendo l’appuntamento “un insulto alla memoria della Resistenza” e richiamando il regolamento sulle collaborazioni tra soggetti civici e istituzioni, chiedendo una verifica sulla compatibilità dell’evento con i principi costituzionali. L’argomentazione è tanto prevedibile quanto rivelatrice:
Solidarity Collectives viene presentata come “filo-nazista” perché raccoglie fondi per equipaggiamento militare a favore dei combattenti ucraini. Un’accusa che, applicata con coerenza, avrebbe dovuto portare le stesse forze politiche a condannare ogni forma di resistenza armata nella storia – compresa quella partigiana italiana.
Lo spazio Làbas ha difeso la propria scelta con chiarezza: “Abbiamo conosciuto Solidarity Collectives poco dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia di Putin.
Ci siamo detti che era fondamentale aprire un confronto con chi, condividendo con noi ideali di libertà e uguaglianza, si trovava di fronte alla contraddizione di impugnare le armi per non soccombere al potere militare di una aggressione imperialista”. Le realtà impegnate nella raccolta di aiuti e nel supporto diretto alla popolazione colpita dall’aggressione russa sono dunque diventate bersaglio di attacchi che mescolano insinuazioni, distorsioni e, in alcuni casi, vere e proprie campagne diffamatorie.
Il fatto che tali attacchi trovino sponda anche in ambienti che si definiscono “movimenti” o “spazi sociali” pone interrogativi profondi sulla crisi di una certa cultura politica. Vale la pena soffermarsi sul tipo di pacifismo che anima queste prese di posizione.
Non si tratta di un pacifismo coerente – quello che pretenderebbe il ritiro russo dai territori occupati e il rispetto del diritto internazionale – ma di un pacifismo selettivo che colpisce soltanto chi si difende. Lo ha detto con estrema lucidità Mira, attivista di ABC Kyiv e di Solidarity Collectives, in una recente intervista pubblicata nell’ambito del progetto “Decolonising Cultures of Remembrance”:
“Noi siamo i veri antimilitaristi: vogliamo che la guerra finisca. Ed è per questo che alcuni dei nostri compagni sono entrati nell’esercito – per fare in modo che la Russia lasci questa terra e la guerra si concluda”.
Una posizione che smonta la narrazione dominante secondo cui sostenere la resistenza equivale a sostenere la guerra: al contrario, è il diniego delle armi a chi si difende – come ricorda anche il documento programmatico del Laboratorio Internazionalista – a non essere pace, ma condanna alla resa e al massacro. Mira ha descritto come, in paesi come Grecia, Italia e Spagna, i cosiddetti “pacifisti” ripropongano ossessivamente cliché distorti sugli eventi del 2 maggio 2014 a Odessa e sulla questione del Donbas, ripetendo narrazioni stereotipate che in alcuni casi si accompagnano ad atti concreti di intimidazione.
È una dinamica che il sito Antiauthoritarian Alliance, promotore del tour italiano dei Solidarity Collectives, sintetizza con precisione: “Contro il disfattismo mascherato da radicalità.
Con la resistenza ucraina, senza ambiguità”. Il caso di Bologna è emblematico, ma non isolato.
Da un lato esistono reti solidali che operano in modo trasparente, con l’obiettivo di fornire aiuti concreti a una popolazione sotto attacco. Dall’altro emergono prese di posizione che, nel nome di un anti-imperialismo spesso astratto e selettivo, finiscono per negare o relativizzare la responsabilità dell’aggressione russa, spostando il fuoco polemico su chi prova ad agire.
L’articolo di antiauth.space intitolato “Lo stalinismo con la A cerchiata” – a cui la vicenda bolognese fa da sfondo – suggerisce che questa deriva non sia casuale: esiste una corrente del movimento anarchico e libertario italiano che, nella sua ostilità alla resistenza ucraina, riproduce schemi autoritari e campisti difficilmente distinguibili, nella sostanza, dalle posizioni della sinistra statalista che pretende di combattere. È in questo slittamento che si consuma una frattura significativa.
Non si discute più “come” aiutare o quale sia la strategia migliore per la pace, ma si stabilisce chi sia legittimato a esprimere solidarietà e in quali termini. E quando la risposta implicita diventa che ogni forma di sostegno alla resistenza ucraina è sospetta o addirittura complice di logiche belliche, si entra in un terreno pericoloso – che il Laboratorio Internazionalista definisce con precisione come espressione di una sinistra “tossica, nociva, destinata ad essere fagocitata dalla destra”.
A rendere il quadro ancora più preoccupante è la provenienza di alcune delle narrazioni circolate in questi giorni. Senza bisogno di amplificarne la visibilità, è evidente come certi contenuti ricalchino fedelmente schemi propagandistici ben noti: la riduzione del conflitto a uno scontro tra blocchi, la negazione dell’autonomia ucraina, la criminalizzazione di ogni forma di resistenza come “nazista” o “strumentale”.
Il fatto che questi frame vengano ripresi, più o meno consapevolmente, anche da ambienti della sinistra radicale italiana è esattamente il problema strutturale che il documento del Laboratorio Internazionalista individua come causa del fallimento politico della sinistra di fronte alle rivoluzioni nordafricane e, poi, di fronte all’invasione dell’Ucraina: un catalogo rigido degli oppressi “accettabili”, che esclude sistematicamente i popoli dell’est europeo. Non è la prima volta che accade.
Ma il caso bolognese mostra con particolare chiarezza quanto queste dinamiche possano incidere sul tessuto politico e sociale. Quando la polemica si trasforma in attacco personale, quando il dissenso diventa delegittimazione morale, quando si arriva a chiedere a un’amministrazione comunale di impedire un dibattito pubblico, il rischio è quello di erodere gli spazi stessi del confronto democratico – proprio quelli che le stesse organizzazioni protestatarie dicono di voler difendere.
In questo senso, l’esperienza di “Sinistra per l’Ucraina” e del Laboratorio Internazionalista rappresentano un tentativo importante di ricomposizione. Non perché offrano una linea unica o indiscutibile, ma perché rivendicano la possibilità, per chi si riconosce in valori progressisti, di sostenere una popolazione aggredita senza per questo rinunciare a una visione critica del contesto internazionale.
È una posizione scomoda, certo, perché rompe schemi consolidati e mette in discussione riflessi ideologici radicati. Ma è anche l’unica che prende sul serio il principio di solidarietà internazionalista senza doppi standard – quella solidarietà che la sinistra ha praticato verso il Cile, il Vietnam, i curdi del Rojava, e che non può essere negata al popolo ucraino in virtù di un anti-imperialismo geograficamente selettivo.
La vicenda di Bologna, allora, non è un episodio isolato, ma un sintomo. Indica quanto sia urgente, anche dentro la sinistra italiana, riaprire uno spazio di discussione che non sia prigioniero di automatismi o narrazioni importate, ma capace di partire dalla realtà concreta.
E la realtà, oggi, è che esiste un popolo che resiste a un’invasione, che esistono compagni e compagne che lo fanno con gli strumenti dell’autoorganizzazione, del mutuo soccorso e dell’antifascismo militante. Decidere da che parte stare – o almeno riconoscere questa asimmetria fondamentale – dovrebbe essere il punto di partenza, non quello di arrivo.
CREDITI FOTO: Manifestazione in solidarietà con l’Ucraina.
Vuk Valcic/ANSA L'articolo La sinistra e il pacifismo selettivo: se la solidarietà diventa un reato proviene da MicroMega.