Politica
Il giorno della marmotta di Keir Starmer. Troppo morbido con Trump, si apre la battaglia per la leadership Lab
Al meeting di Davos il presidente ucraino Zelensky ha chiesto all’Europa di non far rivivere quotidianamente al suo popolo il giorno della marmotta, ricordando lo splendido film con Bill Murray in cui il protagonista rivive tutti i giorni la stessa giornata, ovvero chiedendo un cambio di passo nel contrasto alla guerra di Putin. I leader europei non hanno gradito, principalmente perché a difendere l’Ucraina siamo rimasti solo noi dopo il progressivo abbandono dell’amministrazione Trump.
Ma se a qualcuno sono fischiate le orecchie probabilmente era il meno europeo dei leader europei: il britannico Keir Starmer. Londra, proteste anti Trump.
Foto di Krisztian Elek / SOPA Images/Sipa USA È infatti accaduto spesso ai commentatori politici britannici di menzionare il giorno della marmotta descrivendo i ripetuti tentativi di Starmer di fare un “reset” della sua premiership, in crisi terminale ormai da mesi, dopo le disfatte a ripetizione in tutte le elezioni seguite a quella che, con meno voti di Jeremy Corbyn, l’aveva portato a Downing Street, appena un anno e mezzo fa. Ed in effetti la prima reazione di Starmer alla decisione di Trump di imporre dazi ai paesi europei in risposta al dispiegamento di truppe in Groenlandia aveva solleticato le speranze di chi, in questo reset, continua a sperare.
“Completamente sbagliati” sono state le parole più critiche pronunciate da Starmer sui dazi, le più critiche nei confronti dell’amministrazione USA dall’inizio della seconda presidenza Trump, ma non esattamente memorabili, specie se contrastate con l’“incredibilmente stupido” scelto nelle stesse ore da Trump per screditare l’accordo britannico sulle isole Chagos, e tutto sommato deludenti per chi sperava nella volontà di imprimere un cambiamento a un rapporto con gli USA fino a qui improntato all’ossequio. Pensando alle Falkland In realtà la linea rossa di Starmer a difesa dell’integrità della Groenlandia e della sovranità danese non era ispirata soltanto da un approccio valoriale ma anche da considerazioni di interesse nazionale, o meglio delle vestigia dell’interesse imperiale britannico, se hanno fondamento le voci che vedono alcuni supporter del mondo MAGA di Donald Trump risultare simpatetici alla rinnovate rivendicazione del Presidente argentino Javier Milei sulle isole Falklands, legalmente britanniche, ma geograficamente argentine.
Milei, a differenza di Starmer, ha scelto di sedere nel neonato board of Peace di Trump ed è lecito ritenere che Trump non sia ostile al suo nazionalismo populista che lo porterà senza dubbio ad intensificare una rivendicazione a cui in realtà Buenos Aires non ha mai rinunciato, nemmeno dopo il fallito tentativo di invasione del 1982. E quindi al di là delle prime polemiche verso Trump, ribadite in una dichiarazione di venerdì scorso, che chiede di scusarsi per le offese ai militari non americani che Trump aveva sottilmente accusato di codardia in un’intervista, la linea di Starmer verso gli USA rimane sostanzialmente simile a quella di Meloni, volta a mantenere il dialogo, enfatizzando ogni interdipendenza, a partire da quella militare.
Nessun accenno all’idea di una ritorsione tariffaria, nessuna sponda a quella parte del partito e del suo stesso governo, a partire dall’ex ministro degli esteri Lammy (anche per questo spostato alla giustizia in un recente rimpasto) che chiedono con sempre maggiore insistenza una vera rinegoziazione della Brexit, riaprendo i capitoli di un ritorno nel mercato unico e nell’unione doganale che Starmer ha fin qui tenuto chiusi, tanto per mancanza di immaginazione quanto per eccesso di moderazione. Foto di Jordan Petttit / ipa-agency.net /Fotogramma Esattamente il contrario dell’approccio scelto dal presidente canadese Mark Carney nel suo coraggioso e immaginifico discorso a Davos dove senza nominare nemmeno una volta Trump o gli USA ha chiaramente delineato le minacce delle “potenze egemoni” e la necessità di un’alleanza delle nazioni medie che vi si opponga con regole e valori.
Carney, che ha studiato ad Oxford e che dal 2013 al 2020 è stato il primo non britannico alla guida della Banca d’Inghilterra, è spesso invocato come modello da seguire per un governo Starmer che non manca occasione di dimostrarsi incapace di trovare una linea chiara, così come di difendere valori e regole. Basta pensare al fatto che pochi giorni prima della denuncia dei dazi americani, il suo governo collaborava con l’amministrazione Trump per l’assalto in acque internazionali di una nave russa salpata da un porto scozzese, una situazione di dubbia legalità internazionale e nazionale, visto che il governo scozzese non era stato informato.
Anche per questo la sua leadership continua ad avere i mesi contati e le manovre per sostituirlo hanno visto un’ulteriore accelerazione negli ultimi giorni con l’annuncio delle dimissioni di un deputato laburista in un seggio di Manchester, una scelta funzionale al ritorno in Parlamento del sindaco della stessa Manchester, quell’Andy Burnham già due volte candidato alla leadership del Labour, nel 2010 e ancora nel 2015, quando fu sconfitto da Jeremy Corbyn. Il piano del sindaco di tornare nel gruppo parlamentare Labour per guidare il tentativo di sfiduciare Starmer, la cui leadership è ormai considerata screditata e senza speranza da larghissima parte dei deputati laburisti, è stato però immediatamente bloccato in una riunione di emergenza del comitato esecutivo del partito, generando un vero e proprio terremoto interno, con dichiarazioni di fuoco da parte di tutti i leader delle correnti di sinistra che denunciano l’autoritarismo di governo e partito.
Gli scenari di questa crisi rimangono ancora piuttosto nebulosi ma almeno su una cosa concordano quasi tutti: esploderà dopo le elezioni del 7 Maggio, quando si voterà per il rinnovo dei parlamenti devoluti di Galles e Scozia e in alcuni council inglesi. Tutti i sondaggi prefigurano un tracollo per il partito di Starmer, al punto che molte elezioni di enti locali inglesi sono state incredibilmente rimandate con decreti di dubbia democraticità (giustificati con un riordino degli enti locali in programma per l’anno prossimo) che il governo non ha però il potere di emettere per le nazioni devolute, dove ci si aspetta invece una affermazione netta delle forze indipendentiste scozzesi e gallesi.
Non serve allora molta immaginazione per vedere come la crisi dello stato accelererà quella del governo. A 10 anni dal referendum sulla Brexit, e al ritmo di un cambio di governo ogni paio d’anni, suona quasi come un dé jàvu per il Regno Unito.
Che sia questo il vero giorno della marmotta? L'articolo Il giorno della marmotta di Keir Starmer.
Troppo morbido con Trump, si apre la battaglia per la leadership Lab proviene da Strisciarossa.