Nashr

Lunedì 13 aprile 2026 ore 08:29

Notizie

L’arrampicata, una conversazione continua tra corpo e spazio

Lunedì 6 aprile 2026 ore 05:00 Fonte: Menti in fuga
L’arrampicata, una conversazione continua tra corpo e spazio
Menti in fuga

«È nell’arrampicare che mi avvicino di più a capire chi sono» [1] Arrampicare è una delle cose più antiche che facciamo. Prima ancora di correre, prima ancora di costruire, l’essere umano si è sollevato da terra aggrappandosi a qualcosa.

Ė un gesto istintivo, quasi primordiale, che appartiene alla nostra memoria più profonda. Oggi lo chiamiamo sport, lo organizziamo in competizioni, lo misuriamo con gradi e cronometri.

Ma ridurlo a questo sarebbe un errore. L’arrampicata è molto più di una disciplina sportiva: è esplorazione, controllo, paura, movimento.

Ė una conversazione continua tra corpo e spazio, tra limite e possibilità, tra noi e gli altri. Ė forse tra le attività che in maniera più evidente tratta del singolo, eppure è anche quella che più prepotentemente si affida all’altro, per la nostra sicurezza e i nostri progressi.

Molto prima delle corde dinamiche, delle scarpette aderenti e delle prese colorate delle palestre moderne, l’uomo scalava per necessità. Le pareti rocciose erano rifugi, vie di accesso, luoghi da conquistare per sopravvivere.

In regioni come il Mustang in Nepal, complessi di grotte funerarie sono stati raggiunti solo attraverso arrampicate su pareti verticali; nel Sud-Ovest degli Stati Uniti, intere popolazioni vivevano tra le scogliere delle mesas [2]. La verticalità non era una scelta, ma una condizione.

Ė solo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento che questo gesto cambia natura. Nelle Dolomiti, nelle regioni montuose inglesi e nell’Elbsandstein tedesco nasce una nuova idea: salire non perché si deve, ma perché si vuole.

La salita diventa fine a sé stessa[3]. Arrampicata @ Elisa Campilongo Con questa trasformazione emergono anche le prime tensioni etiche.

Non si tratta più solo di arrivare in cima, ma di come arrivarci. Già nei primi decenni del Novecento si sviluppa una distinzione fondamentale tra free climbing e aid climbing.

Nel primo caso, l’arrampicatore utilizza esclusivamente il proprio corpo per progredire, mentre corde e protezioni servono solo per la sicurezza. Nel secondo, invece, l’attrezzatura diventa parte attiva della progressione: ci si tira su utilizzando chiodi, staffe e altri dispositivi.

Non è una differenza puramente tecnica, ma una questione filosofica. Nel 1911 il climber Paul Preuss scriveva: «Il chiodo da roccia è un ausilio di emergenza e non la base di un sistema di alpinismo»[4].

Era una presa di posizione netta, che avrebbe segnato per sempre il dibattito sull’etica dell’arrampicata. Questa tensione tra purezza del gesto e utilizzo della tecnica attraversa tutta la storia della disciplina e contribuisce a generarne le diverse forme.

Tra queste, il bouldering rappresenta forse la sintesi più radicale. Nato sui massi di Fontainebleau, il boulder elimina tutto ciò che non è essenziale: niente corda, niente grandi altezze, niente progressioni lunghe.

Solo movimento[5]. I cosiddetti boulder problem sono sequenze brevi, spesso composte da pochi movimenti, ma estremamente intensi e complessi.

Si cade spesso, ma da altezze ridotte, protetti da materassi di protezione (crash pad) e compagni a terra (spotter) che attutiscono la caduta essendo legati al climber. La dimensione è quella del tentativo continuo, della ricerca della soluzione.

In questo senso, il boulder è un laboratorio del movimento: un luogo in cui la forza, tecnica e creatività si fondono. Come molti scalatori amano dire, è la forma più pura dell’arrampicata.

Parallelamente, l’arrampicata si sviluppa anche nella sua dimensione più epica e verticale. Le grandi pareti della Yosemite Valley, in California, diventano il simbolo di una nuova frontiera.

Nel secondo dopoguerra, grazie anche all’introduzione di nuovi materiali e tecniche, nascono le grandi salite su alte pareti (big wall): imprese che richiedono giorni di permanenza in parete, pianificazione, resistenza fisica e mentale. Ė qui che l’arrampicata si confronta con i propri limiti più estremi.

Ma anche in questo contesto emerge una nuova consapevolezza. Negli anni ’70, con il movimento del clean climbing, si afferma l’idea che la roccia non debba essere danneggiata.

L’uso ripetuto dei chiodi viene criticato perché altera irreversibilmente la parete. Si diffondono così protezioni removibili, come nuts e friend, che permettono di scalare senza lasciare tracce.

L’arrampicata diventa non solo sfida, ma anche responsabilità [6] Boulder nel Centro Andino di Buenos Aires @ Aurora Tinari Poi, nel giro di pochi decenni, accade qualcosa che cambia radicalmente il panorama. L’arrampicata esce dalla montagna ed entra nelle città.

Le prime pareti artificiali compaiono già nella metà del Novecento, ma è dagli anni ’80 che si diffondono su larga scala [7]. Inizialmente rudimentali, con prese improvvisate e strutture essenziali, evolvono rapidamente fino a diventare gli ambienti sofisticati che conosciamo oggi.

Nasce un’intera industria: produttori di prese, tracciatori professionisti, centri di allenamento. L’arrampicata diventa accessibile, replicabile, quotidiana, e non più solamente uno “sport estremo”.

Oggi si può arrampicare praticamente ovunque. Dopo il lavoro, nel cuore di una città, sotto luci artificiali.

Si scala su plastica e legno, si condividono “problemi” con altri climber, si costruisce una comunità. Questo ha aperto la disciplina a un pubblico vastissimo, contribuendo a una crescita senza precedenti.

In Italia questo fenomeno è particolarmente evidente. L’arrampicata sportiva, nata ufficialmente negli anni ’80 con eventi noti a tutti gli affezionati quali Sportroccia e Bardonecchia, è rimasta per anni una pratica di nicchia, legata principalmente all’ambiente alpino[8].

Ma negli ultimi anni ha conosciuto una crescita esponenziale. I tesserati della federazione sono passati da circa 15.000 nel 2010 a oltre 90.000 (quasi 100.000) nel 2024, con centinaia di migliaia di praticanti complessivi [9].

Le palestre indoor si sono moltiplicate, soprattutto nei grandi centri urbani. Milano, ad esempio, conta decine di strutture dedicate.

Come ha dichiarato il presidente della federazione, «le palestre sono letteralmente prese d’assalto»[10]. L’arrampicata è diventata una forma di fitness urbano, accessibile e inclusiva, capace di attrarre persone di tutte le età.

Boulder nel Centro Andino di Buenos Aires @ Aurora Tinari Ma ridurre questa crescita ad una semplice moda sarebbe superficiale. L’arrampicata risponde a bisogni profondi.

Chi si avvicina lo fa per curiosità, per sfida personale, per migliorare la propria forma fisica. Ma resta per qualcosa di più difficile da definire.

Arrampicare significa imparare continuamente. Ogni via è diversa, ogni movimento richiede attenzione e adattamento.

Ė un processo di apprendimento costante, in cui il corpo sviluppa consapevolezza e la mente affina la capacità di risolvere la complessità. Ė anche esplorazione.

Non solo di luoghi, ma di possibilità. Scegliere una linea su una parete, interpretarla, trovare la sequenza giusta: tutto questo implica una relazione attiva con l’ambiente.

E poi c’è l’elemento forse più potente: l’evasione. Molti studi descrivono l’arrampicata come uno spazio in cui «nulla esiste al di fuori del gesto». –  A cosa pensi quando arrampichi? – A niente in realtà, ha senso? – Vedi? (ad un’altra persona) Questo è esattamente quello che intendevo.

Uno stato mentale in cui il tempo si comprime o allarga, e l’attenzione è totale (chiedetelo ad Alex Honnold). Ė ciò che gli atleti chiamano flow: in questo stato, ogni movimento è perfettamente allineato con l’intenzione, e il corpo sembra muoversi senza sforzo.

Sulla parete, questo stato è amplificato: non c’è spazio per la distrazione. O sali, o cadi! [11].

Dal punto di vista fisico, l’arrampicata è una disciplina completa. Richiede forza, soprattutto nelle dita e nel core, ma anche resistenza, mobilità, coordinazione.

Tuttavia, non è la forza a determinare il successo. Ė l’efficienza del movimento.

La capacità di usare il minimo indispensabile per ottenere il massimo risultato. Come spesso si dice tra climber, non vince chi è più forte, ma chi si muove meglio.

A questo si aggiunge una componente mentale fondamentale. La gestione della paura, la capacità di rimanere lucidi sotto stress, la fiducia nel proprio corpo e negli altri.

Arrampicare con la corda implica un rapporto di totale affidamento con il compagno che fa sicura (ecco perché lo faccio sempre fare ad altri climber più esperti!). Ė un gesto che richiede fiducia reciproca, responsabilità condivisa.

Boulder nel Centro Andino di Buenos Aires @ Aurora Tinari Nel panorama contemporaneo, il rapporto tra indoor e outdoor è centrale. Spesso vengono percepiti come due mondi separati, quasi opposti.

In realtà, sono profondamente interconnessi (anche se non per tutti gli arrampicatori). L’indoor rappresenta il punto di accesso: un ambiente controllato in cui imparare, allenarsi, sperimentare.

L’outdoor, invece, è il contesto originario: la roccia, la variabilità, l’imprevedibilità. Ė lì che l’arrampicata ritrova il suo legame con la natura.

Sempre più spesso, il percorso di un climber segue questa traiettoria: si inizia in palestra, si sviluppano tecnica e sicurezza, poi si passa alla roccia. L’indoor non sostituisce l’outdoor, ma lo prepara (anche se per le nuove generazioni questo non è sempre il caso).

Come sottolineano diversi studi, molti climber che iniziano in palestra sviluppano successivamente il desiderio di confrontarsi con l’ambiente naturale. I due mondi non sono in competizione, ma in continuità.

Anche le discipline riflettono questa dualità. Il boulder, breve e intenso, rappresenta la dimensione più esplosiva e immediata.

L’arrampicata su corda, nella sua forma sportiva o tradizionale, introduce invece una componente di resistenza, strategia e gestione del rischio. Due modi diversi di affrontare la stessa sfida: salire.

All’estremo di questa disciplina si collocano figure come Alex Honnold, diventato celebre per le sue magnifiche ascensioni in free solo, senza corda. La sua salita di El Capitan ha reso evidente a un pubblico globale ciò che i climber sanno da sempre: nell’arrampicata, le conseguenze sono reali.

Non è un gioco. Ė una pratica che richiede controllo assoluto, presenza totale.

Come lui stesso ha detto: «The consequences are real, and that’s what makes it meaningful»[12]. Oggi l’arrampicata è uno sport olimpico, una disciplina globale, una comunità in espansione.

Ma la sua essenza rimane invariata. Ė ancora quel gesto semplice e profondo: sollevarsi da terra, cercare un appiglio, salire (che cos’è la vita se non questo?).

Un gesto che unisce istinto e tecnica, corpo e mente, città e natura. E forse è proprio questa tensione verso l’alto – questa continua ricerca di equilibrio tra controllo e abbandono – che rende l’arrampicata qualcosa di più di uno sport.

Qualcosa a cui si torna, inevitabilmente, ancora e ancora. Perciò, ho solamente un consiglio per tutti i neofiti e per tutte le persone che vogliono approcciarsi alla disciplina (e che stanno iniziando ad osservare come tutti i loro amici ormai siano dentro quel mondo, come è successo a me): guardate Free Solo.

Non si torna più indietro! «Quando arrampico in free solo, sono completamente concentrato. Non c’è spazio per nient’altro».[13] Aurora Tinari [1] Alex Honnold, Free Solo documentary [2] National Geographic, Rock climbing facts and information | National Geographic [3] Ivi [4] Preuss, P. (1911), German Alpine Journal, Alpine Journal (archivio Alpine Journal) [5] National Geographic, sezione “Bouldering: the art of movement” e National Library of Medicine, Indoor climbing and well-being of young adults:

Perspectives among climbers Indoor climbing and well-being of young adults: Perspectives among indoor climbers – PMC [6] Climbing, Ceaning Up Climbing History.

The Truth Behind 13 Pivotal Ascents and Events, Cleaning Up Climbing History. The Truth Behind 13 Pivotal Ascents and Events – Climbing e Patagonia, Bring Back Clean Climbing, Bring Back Clean Climbing – Patagonia Stories | Patagonia MT [7] Indoor Climbing History Studies (University of Leeds / Washington references) and UKC Articles – ARTICLE:

Relative Energy Deficiency in Sport – A Cautionary Tale [8] Davide Battistella spiega il boom dell’arrampicata | Gazzetta.it [9] Arrampicata sportiva: benefici fisici e mentali e numeri in Italia | Gazzetta.it [10] Arrampicata sportiva: benefici fisici e mentali e numeri in Italia | Gazzetta.it [11] Il richiamo dell’arrampicata, lo sport che ‘regala’ coordinazione e autostima – la Repubblica [12] Free Solo | National Geographic Documentary Films [13] Free Solo | National Geographic Documentary Films The post L’arrampicata, una conversazione continua tra corpo e spazio appeared first on Mentinfuga.

Articoli simili