Venerdì 9 gennaio 2026 ore 07:51

Politica

Arte e “creatività” nell’era dell’intelligenza artificiale

Giovedì 8 gennaio 2026 ore 16:00 Fonte: Terzogiornale

Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Arte e “creatività” nell’era dell’intelligenza artificiale generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

Il libro "Quel che resta dell’umano ai tempi dell’intelligenza artificiale" è nato da seminari organizzati dall’Associazione "in tempo" sull’argomento arte e intelligenza artificiale e esplora le relazioni complesse tra creatività umana e tecnologie artificiali cercando di comprendere quali aspetti dell’umanità rimangono significativi in un mondo in cui l’intelligenza artificiale sta modificando profondamente la produzione artistica e la concezione stessa dell’arte.
Arte e “creatività” nell’era dell’intelligenza artificiale
Terzogiornale

Dai seminari su arte e intelligenza artificiale, organizzati dall’Associazione “in tempo”, è nato un libro dal titolo inequivocabile: Quel che resta dell’umano ai tempi dell’intelligenza artificiale (edizioni Bordeaux).

Il progetto si è concluso con una mostra dal titolo “L’intelligenza della mano”. Una ricerca originale, ma anche una campagna di resistenza culturale per difendere il carattere irriproducibile della creatività.

Rita, cominciamo allora dall’iniziativa “Quel che resta dell’umano ai tempi dell’intelligenza artificiale”, nata da una serie di incontri ispirati da Ennio Calabria. Qual è il cuore del progetto?

Partendo dagli insegnamenti di Ennio Calabria e dall’Associazione da lui fondata nel 2009, abbiamo proseguito il cammino da lui tracciato nel corso degli anni. I contenuti del suo pensiero partivano dalla necessità di comprendere i mutamenti antropologici che connotano il nostro tempo per cercare l’orientamento, il senso, in un mondo sempre più in veloce trasformazione.

Anche l’indagine sull’intelligenza artificiale, sui rapporti tra artificiale e umano, è nata dalle intuizioni di Ennio Calabria, che, nei suoi ultimi anni di vita, tornava spesso a interrogarsi su questo tema. C’era una frase che lui ripeteva spesso: “l’esclusione dell’interiorità ha aperto la strada all’intelligenza artificiale”.

Abbiamo cercato quindi di problematizzare questo argomento che ormai sempre di più farà parte del nostro vivere quotidiano e di ogni altro campo. Anche questo percorso di indagine sviluppato dall’Associazione è stato multidisciplinare.

Un contributo insostituibile, nel realizzarlo, è stato quello di Giulio Latini, regista, artista video e docente di comunicazione multimediale, che purtroppo ci ha lasciato recentemente. È stata una grande perdita.

Abbiamo perso un amico carissimo, l’interlocutore che ha condiviso e realizzato con noi il recente cammino. Era dotato di un’intelligenza rara e di una capacità di comprensione veramente eccezionale.

È stato lui a dare il titolo al ciclo dei quattro incontri dedicati all’intelligenza artificiale e a curarlo. Agli incontri hanno partecipato studiosi e ricercatori di vari ambiti: scientifico, umanistico e artistico.

Uno di questi incontri è stato dedicato interamente ai rapporti tra arte, creatività e intelligenza artificiale. Dagli incontri è nata l’idea di fare un libro che raccogliesse i contributi dei relatori, le riflessioni di alcuni esponenti dell’Associazione, i pensieri degli artisti e, infine, che documentasse la mostra dal titolo “Intelligenza della mano”.

Espressione geniale coniata da Calabria. Anche per questo motivo, l’intero progetto e il libro sono dedicati a lui.

Torniamo quindi ai contenuti e alle “scoperte” della vostra ricerca. Un altro pensiero di Ennio Calabria che ci è rimasto impresso dagli incontri avuti con lui:

“La verità del tempo è la non verità”. Che cosa intendeva? “La non verità è la verità del tempo. Noi siamo la verità, non ciò che riteniamo vero, non le nostre opinioni”: questo affermava Calabria.

È necessario tornare all’interiorità, ma la “società della superficie”, che ne è l’antitesi, la esclude. Per l’alta velocità con cui la mente scambia, tutto ciò che è complesso ha bisogno di tempo, di ascolto: per questo viene escluso.

Anche il concetto di tempo si modifica. Non c’è il tempo per vivere e il tempo, invece, è regolatore di vita.

Con l’intelligenza artificiale è urgente comprendere quanto si stia ulteriormente modificando. L’intelligenza artificiale ha una capacità straordinaria di calcolo, che la mente umana non possiede, una capacità enorme di mettere insieme miliardi di dati.

Ma al tempo stesso non è senziente, non ha memoria, non ha vita. Per questo non possiamo immaginare di delegare ogni nostra funzione, che non sia di utile servizio, a uno strumento nato per simulare la mente umana, soprattutto quando si tratta di espressioni che attengono alla psicofisicità creativa.

C’è anche un altro importante aspetto che è emerso dalle nostre riflessioni. Si tratta di quello che sta producendo l’invasività tecnologica a livello sia individuale sia dei rapporti sociali.

L’intelligenza artificiale muta i processi mentali, il nostro rapporto con la realtà smaterializzandola, svuotandola, con pesanti conseguenze psicosociali. Come non interrogarci su quanto sta accadendo e potrà accadere?

Legata a questi discorsi sorge spontanea un’altra domanda: l’intelligenza artificiale può essere considerata un momento evolutivo della più generale comunicazione estetizzata che opera attraverso i mille espedienti della rete, dai like alle opzioni di gusto, alle indicazioni degli influencer? Avrei dei dubbi a definire l’avvento dell’intelligenza artificiale come un momento evolutivo della comunicazione estetizzata.

È vero che tutto quel che l’uomo fa modifica la realtà, ma non è detto che questo risponda sempre ai suoi reali bisogni. Voglio dire che l’evoluzione tecnologica non sempre è al servizio della vita.

In teoria dovrebbe e potrebbe esserlo; ma se guardiamo alle nuove tecnologie, ai social, o ai chatbot generativi, dobbiamo chiederci chi detiene tali strumenti. Sappiamo che appartengono a potenti oligarchie tecnologiche, che usano gli avanzamenti tecnologici per aumentare il loro potere economico, sociale, e certamente anche quello politico.

Lo scopo principale, come al solito, è il profitto, e la modalità di realizzazione è il potere e la volontà di renderci sempre più dipendenti e manipolabili attraverso questi strumenti. Se quanto detto è vero, mi rimane difficile definire “evolutivo” questo processo.

Inoltre, cambia il rapporto tra vero e falso, cambia il gusto e il senso estetico, che vengono indotti. In questo tipo di società è vero solo ciò che muove interessi.

Tutto quello che non comporta interessi è “non vero”, non interessa, non esiste. Con l’intelligenza artificiale questo processo subisce un’accelerazione anche per mezzo degli algoritmi predittivi.

I nostri dati ormai valgono più dell’oro. Viviamo sempre più spaesati nel percepire una vita che non ha tempo e perde senso.

Il danno sta purtroppo riguardando soprattutto le cosiddette generazioni digitali. Se ora passiamo dal livello del vero e del falso, nella conoscenza, a quello del bello e del brutto in campo estetico, quali sono i cambiamenti?

L’essere umano, l’artista, sono portatori di un mistero. Ma oggi, come già detto, la “società della superficie”, escludendo l’interiorità, esclude il mistero.

Se finiamo con il delegare a qualcosa che non ha vita ciò che ci appartiene, come nel caso dell’arte, rinunciamo a quel processo creativo dell’essere portatore di unicità e di verità. Questo influenzerà senz’altro il gusto, la concezione estetica, e possiamo immaginare come.

L’ intelligenza artificiale non ha un reale processo generativo: si tratta solo della simulazione di un processo che attiene alla vita, e di dati esistenti che tale strumento assembla, ma non c’è vita in tale processo, non c’è memoria, non c’è sentimento, non c’è verità né unicità. È l’estetica del nulla.

Arriviamo così a un elemento fondamentale nell’elaborazione teorica di Ennio Calabria e ora portato avanti dall’Associazione “in tempo”: “L’ intelligenza della mano”.

È questo il vero strumento della creatività? Quali nessi ci sono ancora tra l’uomo contemporaneo e gli uomini primitivi che disegnavano bisonti sulle pareti delle grotte?

Forse il salto antropologico è legato a una profonda modificazione del rapporto dell’uomo con la realtà. In un tempo in cui non ci sono più riferimenti cambia anche il modo con cui l’artista si relaziona al mondo.

Nella storia, c’è sempre stato una sorta di pensiero condiviso, che poi l’artista tendeva a tradire per rinnovare, ma c’era sempre stata una relazione tra l’artista e la società. Ora questa relazione, così come l’abbiamo conosciuta, non c’ è più.

Le stelle fisse sono cadute. Come ripeteva Calabria, “oggi noi siamo la verità, non ciò che riteniamo vero”; nel nostro sentire, siamo il nostro vero orientamento.

In questo, l’artista percepisce i sintomi non ancora verbalizzabili del vivere, ne intercetta i germi del futuro e riesce attraverso l’opera a darne viva testimonianza aprendoci all’ascolto di noi stessi e del mondo. Nelle pitture rupestri la rappresentazione della caccia era espressione di un rito propiziatorio e nel contempo di sentimenti profondi legati alla condizione umana, come la paura del vivere, del morire, e c’era anche un’intima sacralità verso ciò che viveva.

Oggi la soggettività è mutata, ma dentro di essa vive ancora quel mistero a cui è necessario attingere per vivere. Nell’arte resta come espressione unica e insostituibile attraverso il processo creativo che Calabria definiva dell’“intelligenza della mano”.

Arte, quindi, come difesa dell’identità umana dal rischio di una robotizzazione. L’umano anche come imperfezione dunque?

Certo, noi siamo esseri imperfetti, siamo – ripeto – mistero. La nostra mente, come ha sostenuto Giulio Latini nell’introduzione al nostro libro, riesce a immaginare, a elaborare strutture semantiche complesse, infinite.

Quindi siamo esseri imperfetti dalle infinite possibilità. La mano dell’artista non è uno strumento, è un tutt’uno con il proprio essere.

La mano sente e pensa, dà senso e forma. È la mano che guida, che sa dove andare e dove fermarsi, che fa emergere la parte inconsapevole, quella che l’artista non controlla.

Il processo nasce da un profondo sentire e da un tutt’uno tra consapevolezza e inconsapevolezza. Ovviamente è necessario che l’artista abbia da dire qualcosa che percepisce, ma di cui non è del tutto consapevole, altrimenti non dirà nulla di autentico.

Da quello che dici, da questo discorso sulla mano che crea, emerge un altro aspetto del vostro lavoro con l’Associazione “in tempo”. Non si tratta più, mi pare, di una ricerca teorica, ma anche di una testimonianza, di una battaglia culturale.

Una forma di resistenza? Esattamente, perché senza averlo stabilito a monte, ci siamo trovati di fatto su un ulteriore piano, quello della difesa dell’umano.

Ennio diceva che si sarebbe dovuta creare una rete interdisciplinare, un movimento, in difesa dei fondamentali dell’identità umana; quegli elementi sconosciuti di cui l’essere è portatore. Nel Manifesto per l’arte (2017) della nostra Associazione abbiamo affermato l’insostituibilità dell’arte per mezzo del processo creativo dell’essere che, nell’epoca della non verità, è il solo portatore di verità e unicità.

Noi continuiamo a credere in questo. Oggi è molto difficile produrre arte, perché tutto può essere considerato tale se muove interessi per le grandi speculazioni finanziarie alla base del sistema dell’arte contemporanea, funzionale all’attuale modello di sviluppo.

Come ho cercato di dire, noi consideriamo l’arte tutt’altra cosa. Con le iniziative portate avanti dall’Associazione cerchiamo di contrapporci a ciò che ci viene perentoriamente imposto, identificando nuovi contenuti.

Ora, con l’intelligenza artificiale applicata all’arte, con i prodotti realizzati dai robot venduti nelle aste a cifre esorbitanti, l’artista finisce per abdicare al suo ruolo delegandolo alla macchina. Racconto un episodio.

Durante un incontro realizzato dall’ambasciata di Francia a Roma, a palazzo Farnese, un’artista ha ammesso con candore che lei non realizzava direttamente le sue opere. “Io penso una cosa e l’intelligenza artificiale me la realizza”.

L’incontro si è concluso sottolineando il grande progresso di democratizzazione che in tal modo si avrà nell’arte. Nel senso che tutti potranno essere artisti.

Una tragica menzogna, in veste ufficiale. Nella storia si è parlato tante volte della fine dell’arte.

Con l’avvento dell’intelligenza artificiale e con la necessità di difendere l’umano, ci potrebbe essere oggi paradossalmente un rilancio dell’arte che per voi è vera arte? Non sappiamo quello che sarà, perché non sappiamo neppure quali saranno gli sviluppi degli esperimenti sul genoma o sul sistema neuronale che simula il cervello umano.

Non immaginiamo i traguardi tecnologici e i processi che si potranno innescare quando impianteranno strumenti di intelligenza artificiale sul tessuto umano. I cyborg, sarà questa l’evoluzione tecnologica dell’essere umano?

Sono interrogativi inquietanti. In questo contesto, riteniamo imprescindibili la difesa e la centralità delle arti quali custodi del vivente e del suo mistero.

Il rischio è grande, ma io ho fiducia, penso che il mistero che ci appartiene ci verrà in soccorso; che il desiderio di vita potrà salvarci. È in noi e si ribellerà in qualche modo, troverà una strada.

Qualche nuova avanguardia verrà fuori, e qualcosa di buono potrà accadere. Ma che rapporto c’ è allora tra arte e progresso?

I futuristi pensavano che la velocità, la macchina, il rombo del cannone erano i veri valori i traguardi da raggiungere per progredire. Da quello che dite si potrebbe interpretare l’arte come una forma di opposizione al progresso; tornano alla mente i dilemmi pasoliniani.

Non si rischia di essere accusati di conservatorismo? Prima abbiamo parlato della grande velocità con cui la mente scambia, ma come ho già detto la velocità non è sempre un elemento positivo se modifica il rapporto con la realtà, i processi mentali, se smaterializza e svuota la vita.

Il bombardamento continuo di immagini, di notizie, di continue necessità indotte con l’invasività tecnologica stanno uccidendo la vita. Il pericolo è duplice: da un lato i fenomeni appena citati, dall’altro il potere delle oligarchie tecnocratiche che detengono questi strumenti.

I processi non sono mai astratti. Dobbiamo sempre chiederci chi li detiene, come e perché.

Le nuove tecnologie non vengono usate per favorire un vero progresso, ma per realizzare profitti, spesso non sono al servizio della vita, o dei nostri veri bisogni. Le guerre ormai si fanno con l’intelligenza artificiale.

Dobbiamo distinguere il progresso dall’evoluzione. Di quale progresso parliamo se non si salvaguarda prima di tutto la vita?

Noi non siamo contro il progresso tecnologico. Se migliora la condizione umana va cercato e sviluppato.

Il problema, ripeto, è dato da chi detiene questi strumenti, come e perché. Si tratta di un problema enorme.

Il pericolo è quello di una vita non vita, manipolata e controllata, che non avrà più sogni, ma solo bisogni indotti. Nel corso del vostro percorso, avete incontrato molte persone, molti giovani, soprattutto nelle iniziative nelle scuole.

Quale messaggio vuoi mandare? Quali consigli ai giovani che vogliono diventare artisti?

Con una battuta posso dire: ascoltate, sentite quello che c’ è dentro e fuori di voi. Per essere in tempo, bisogna cercare di comprendere, essere consapevoli, fare delle scelte e agire, anche partendo dalle piccole cose.

Per questo abbiamo chiamato “in tempo” l’Associazione. Se parti dal tuo sentire, ti poni in ascolto, in qualche modo intercetti il senso che stai cercando.

Ai ragazzi che abbiamo incontrato e incontreremo, ripeto sempre questo, la sola cosa che potrà dare loro la possibilità di vivere una vita viva. Questa è già una risposta.

Se invece si vuol rimanere in superficie, allora non c’è risposta, né strada né futuro. C’è però un grande rischio (forse calcolato) di questa impostazione estetica ed etica.

Un artista che faccia queste scelte non rischia di rimanere fuori dal mercato? Se intendiamo “fuori dal mercato” come lo star fuori dalle logiche del profitto a tutti i costi, dalla mercificazione e mistificazione del “tutto è arte”, la risposta alla tua domanda è sì.

Ma è chiaro che noi proponiamo di navigare controcorrente. Se qualcuno “ascolta”, sente urgente il fare qualcosa, inevitabilmente si pone contro le logiche del sistema.

Noi abbiamo trovato una forma, una strada, ma ce ne saranno anche tante altre. Nel nostro percorso, ci siamo imbattuti inevitabilmente nell’intelligenza artificiale.

Abbiamo seguito e dato corpo alle intuizioni di Ennio Calabria e poi di Giulio Latini. Continueremo su questa strada, e credo che, anche se non sono più tra noi, in qualche modo saranno sempre con noi, perché la loro testimonianza vive in noi.

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