Cultura
Incerti, ruvidi, appassionanti sentieri
Impossibile affrontare il tema dell’errore senza partire da Francesco Petrarca, che sulla consonanza dell’errore e dell’errare ha costruito il nucleo fondante della sua poesia. In effetti, senza il “giovanile errore” dell’innamoramento per Laura non avremmo la raccolta che ha rappresentato per secoli l’archetipo della lirica amorosa.
Errore ed erranza di Francesco Petrarca Anonimo veneto, Petrarca. Petrarca è un uomo che ha votato sé stesso ai più alti ideali.
Il suo concetto di erranza parte certamente dall’illegittimità dell’amore profano, ma interessa anche la conflittualità tra questi suoi ideali: dalla guerra delle passioni discendono l’ossimorica dolcezza dell’errore che alimenta l’accidia, il vano desiderio di una gloria terrena che toglie spazio al perseguimento di quella celeste, la consapevolezza di un’inquietudine che è lotta interiore prima che conflitto tra sé stesso e gli altri. Le rime sparse sono il diario di un uomo che aspira alla perfezione e si scopre invece molteplice e pieno di contraddizioni: proprio quelle contraddizioni e quei conflitti sono la radice della sua arte.
Nella celebre Familiare IV, 1 a Dionigi da Borgo San Sepolcro, che racconta l’ascesa simultanea al Monte Ventoso del poeta e del fratello Gerardo, l’artificio letterario inscena l’arte del perdersi secondo un modello già agostiniano: la via della santità non è per chi è già santo, ma per chi sperimenta nella propria imperfezione una nostalgia e un’inquietudine irrisolta che mettono l’animo in cammino. La digressione alpinistica ha dunque un valore evidentemente metaforico: perdere la strada è una grazia, anche se comporta fatica e danno, perché l’erranza è esperienza di sé, del proprio limite e del proprio desiderio.
L’oracolo di Delfi, con il celebre monito «Conosci te stesso», trova nella lettera una nuova articolazione nel precetto agostiniano (Confessioni, X, 8, 15) che Petrarca così ripropone a Dionigi: E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi e lʹimmensità dellʹoceano, il corso degli astri, e trascurano se stessi.
Quando a perdersi è un eroe La digressione dell’eroe è un topos ricorrente, tappa essenziale del suo viaggio. Spesso chiama in causa tre pronomi: l’io che l’eroe è, gli altri che da lui si attendono qualcosa e infine il noi a cui tutti aspirano.
Il racconto di Ulisse sin dall’incipit avverte che l’eroe, mentre si sottrae alla sua missione e dilaziona (non solo forzatamente) il ritorno, deludendo chi lo attende, conquista una conoscenza non altrimenti perseguibile e un’esperienza che include il dolore. Vengono meno al compito assegnato anche i guerrieri dell’età moderna e contemporanea, come l’Orlando di Boiardo e Ariosto, i compagni erranti del Tasso e anche il giovane Milton di Fenoglio, che accantona la lotta partigiana per inseguire la sua personale guerra privata (e con quali involontarie e terribili conseguenze per i due ragazzini fucilati dai fascisti).
A ben vedere, proprio il sottrarsi dell’eroe alla missione assegnata è ciò che innesca la storia e rende la sua avventura umana interessante e bella (di fama e di sventura, si intende). Non c’è vero spazio letterario per i personaggi troppo risolti, perché più di chi sa come vivere ci cattura chi dubita e affronta scelte in cui è a rischio la vita stessa o la salvezza.
La posta è dunque altissima, né potrebbe avvenire altrimenti l’evoluzione del personaggio e anche la nostra, se, terminata la lettura, non avremo rovesciato un pregiudizio iniziale su chi vince e chi perde, chi è adatto e chi no. Che i nostri sciagurati eroi ed eroine trovino o non trovino infine una strada che permetta loro di risolvere l’enigma dei tre pronomi, comunque la loro vicenda testimonia che dubbio, errore, fatica e sofferenza sono parte dell’esistenza.
Potremmo dire che l’intelligenza letteraria ama le crepe, gli spigoli, i sentieri tortuosi, più delle superfici levigate che dominano l’estetica degli ultimi anni. Homer Simpson, tra Lego e realtà Nell’episodio chiamato “Un mattoncino come me”, Homer [Simpson] si risveglia in un universo alternativo come soggetto di una Springfield utopica fatta di mattoncini di Lego dove “tutto si incastra e nessuno si fa male”.
Inizialmente, si sente perfettamente a casa in questa città di plastica lucente senza rischi o conseguenze dove, senza alcun danno permanente, un elicottero Lego poteva tranquillamente precipitare e le teste delle persone potevano essere divelte facilmente dai loro torsi arrotondati – questi eventi suscitavano solo qualche condiscendente alzata di spalle. Le cose crollano, ma è molto facile rimetterle a posto.
In quel mondo, ognuno aveva il suo posto, ogni articolazione nasceva dall’incastro di un mattoncino Lego nello schema programmato. Non c’era spazio per l’erranza.
Quando Homer inizia ad avere visioni perturbanti di un mondo carnale – dove il dito affonda nella pelle e dove le mani si articolano in molli articolazioni tentacolari (chiamate dita) invece che in efficienti pinze meccaniche e dove un “mostro di carne” gli appare improvvisamente nello specchio al posto di quel piatto disegno in serie che è la sua faccia – ha un momento di panico e decide di chiedere aiuto. Impara che esiste un mondo parallelo che in realtà pare irrompere nella sua psiche, specialmente in momenti di flashback dissociativi e imbarazzanti situazioni sociali, un mondo dove le cose molto spesso vanno storte.
Quando capisce che può scegliere il mondo in cui vuole vivere e quale realtà considerare definitiva, Homer ragiona su cosa implichi la scelta di un reame molliccio, confuso e mostruoso invece del suo rassicurante paradiso di plastica. Nel mondo di pelle e sangue e membrane dovrà invecchiare, potrebbe perdere il suo lavoro in fabbrica e, peggio ancora, rischiare di perdere l’affetto e l’attenzione di sua figlia Lisa.
Ma quando Homer in un momento di illuminazione si rende conto che “il fatto che i figli crescano è ciò che rende speciale il nostro tempo con loro”, e che la ricompensa per una vita ben vissuta “è il sonno gentile della morte”, abbandona il paradiso Lego. A scrivere della straordinaria avventura di Homer è Bayo Akomolafe in Queste terre selvagge oltre lo steccato.
Lettere a mia figlia per far casa sul pianeta2. Akomolafe, filosofo di origine nigeriana, intellettuale transnazionale e poeta, scrive alla figlia Alethea lettere nelle quali si delinea una concezione antropologica che attinge alle principali autorità del pensiero occidentale non meno che alla tradizione culturale del suo popolo: la sintesi offre un punto di vista originale sul mondo in cui viviamo, ordinato secondo criteri alfabetici e classificatori e fondato sulla convinzione antropocentrica che sia sempre possibile addomesticare e perfino dominare la materia.
Parlando alla figlia, Akomolafe pone al centro del discorso sulla modernità e sull’Antropocene la radicale dissociazione tra noi stessi e il mondo in cui viviamo, ne riconosce l’origine di ogni sofferenza e ipotizza che proprio dalle crepe si possa sviluppare un diverso modo di stare al mondo e di trovare la propria “casa”. Il racconto di Homer (come già l’analogo dilemma di Ulisse che infine rinuncia alla dea Calipso per l’incerto viaggio, Itaca petrosa e Penelope non più giovane) evidenzia una grande contraddizione: se la paura della morte è la ragione del vagheggiamento di un mondo perfetto, in cui tutto ciò che si rompe torna uguale e non esistono il tempo, la malattia e la morte, la perfezione che quel mondo realizza è paradossalmente mortifera, perché sopprime tutto ciò che è proprio della vita.
Jeff Koons o della levigatezza In un certo senso Homer compie una scelta controcorrente. Il filosofo Byung-Chul Han ha aperto il suo saggio La salvezza del bello con un capitolo dedicato alla levigatezza, tratto distintivo del nostro tempo:
Perché oggi troviamo bello ciò che è levigato? Al di là dell’effetto estetico, esso rispecchia un generale imperativo sociale, incarna cioè l’attuale società della positività.
La levigatezza non ferisce, e neppure offre alcuna resistenza. Chiede solo un like.
L’oggetto (Gegenstand) levigato elimina la propria oppositività (Gegen). Rimuove cosí ogni negatività.3 L’emblema artistico di questa tendenza sono per Han le creazioni dello scultore Jeff Koons, maestro delle superfici levigate.
Il Balloon Dog non è un cavallo di Troia: non nasconde nulla. Nessuna interiorità si nasconderebbe dietro la sua superficie levigata.
Come per lo smartphone, di fronte alla lucentezza delle sculture levigate non s’incontra l’altro ma solo se stessi. L’insegna della sua arte dice:
“Il punto è sempre lo stesso: aver fiducia in te stesso e nella tua storia. Ed è questo che voglio comunicare anche a chi guarda le mie opere: deve avvertire la propria gioia di vivere”.
L’arte inaugura uno spazio d’eco in cui mi rendo sicuro di me stesso e della mia esistenza. Così viene completamente eliminata l’alterità o la negatività dell’altro e dell’estraneo.
L’arte di Jeff Koons presenta una dimensione soteriologica: promette una redenzione […] promuove una sacralizzazione della levigatezza. Mette in scena una religione della levigatezza, del banale, una religione del consumo, e per questo ogni negatività deve essere eliminata.4 Evidentemente la religione del consumo ha un orrore per la materia non dissimile da quello degli avversari di Galileo, padre della scienza moderna, accusato di aver corrotto, nominando le macchie lunari, la levigatezza del corpo celeste, che per la creazione divina si pretendeva levigato e perfetto.
Fragilità e desiderio di perfezione Pur da diversa prospettiva, Akomolafe e Han pongono una riflessione sociologica e politica che può far bene a chi ha un ruolo educativo e oggi si trova a esercitarlo tra due sollecitazioni ugualmente urgenti: una profonda e diffusa fragilità (che non necessariamente deriva dalla scuola ma che nell’ambiente scolastico può e deve trovare ascolto) e un delirante desiderio di perfezione, che non ammette alcun tipo di attrito (corpi perfetti, prestazioni sportive perfette, carriere scolastiche perfette). Spesso si dice che verifiche e valutazioni appaiono ostacoli insormontabili perché le ultime generazioni sono meno allenate alla frustrazione, così ci si muove tra due estremi: da una parte la rimozione e la banalizzazione dell’ostacolo, dall’altra il rafforzamento del limite che esso rappresenta e che (si dice) tempra le ossa, educa al sacrificio e dunque alla vita, infonde il senso del giusto e del vero – anche se ciascuno di noi sa per esperienza diretta quanto soggettiva possa essere una valutazione e quanto aleatorio il senso del giusto e del vero appreso per quella via.
Mi pare tuttavia che la questione della perfezione e della levigatezza sia più profonda e non priva di implicazioni politiche. Se, per esempio, restando nell’ambito dell’arte contemporanea, decidiamo di accostare al Balloon Dog di Koons il Grande Cretto che Alberto Burri costruì a Gibellina, città distrutta nel terremoto del Belice del 1968, oppure se scegliamo di leggere la storia del XX secolo sull’enorme tela picassiana di Guernica, compiamo una scelta precisa, che è anche un gesto politico.
Attraverso il filtro di icone meno levigate, più irregolari, ricche di crepe o cariche di pathos, stiamo dando dignità culturale e civile alla compassione: alleniamo così le coscienze a prendersi cura delle macerie altrui, almeno sul piano dell’immaginazione, e anche di quelle proprie, magari invisibili. Allo stesso modo (senza cedere alla retorica delle ginocchia sbucciate), ogni volta che favoriamo un apprendimento immersivo nella natura (che si esprime con una libertà tutt’altro che levigata) ritroviamo esperienze tattili che i più giovani frequentano meno di quanto sia capitato alla nostra generazione.
Con il corpo si impara e, forse, dovremmo tornare a immaginare ascese al monte Ventoso che non siano soltanto esperienze letterarie. Un’umanità in cammino, tra un errore e l’altro Sappiamo che la scuola non può sopperire a tutto ciò che manca: da sola non salva, non cura e non è neppure impermeabile al mondo che la circonda, però quasi ogni disciplina è il distillato di un cammino umano plurimillenario, e questo è di per sé preziosa testimonianza.
La ricostruzione filologica di un testo antico passa per la critica dell’errore: sono gli errori a costruire una mappa di familiarità tra i manoscritti superstiti e a guidare la scelta della variante autentica. Più in generale, in ogni disciplina i progressi dell’umanità sono stati spesso frutto del caso, conquiste di chi trasgrediva la regola del “si è sempre fatto così” o scoperte in cui la scienza si è imbattuta cercando altro, come quell’esploratore in rotta verso le Indie che, senza saperlo, scoprì l’America.
Non solo ai grandi del passato è concesso trasgredire e sbagliare, ma per chi è venuto dopo la grandezza di molti di loro sta proprio nella loro digressione. O nella pazienza di ricominciare ogni volta, tornando sui propri passi, senza perdere il filo.
Si è detto che il viaggio dell’eroe passa per la foresta, include molte cadute, talvolta anche fatali, ma l’apprendimento finale, per chi legge, è la virtù più alta che uomini e donne possano raggiungere, quella compassione che ricompone la frattura tra noi stessi e il mondo e regala a chi sbaglia la percezione di essere sempre in cammino. Insomma: se vogliamo prestare fede all’oracolo delfico dobbiamo riconoscere che dal disorientamento discendono una maggiore esperienza di sé e apprendimenti non meno importanti di quelli che derivano dall’aver seguito le istruzioni o l’esempio.
Ciascuno conosce sé stesso anche smarrendo il sentiero o la rotta. Non solo errare è umano, ma è realmente in cammino proprio chi può permettersi di sbagliare.
Note Ben documentato da G. Billanovich, Petrarca e il Ventoso, in «Italia medioevale e umanistica», 9, 1966, pp. 389-401; ristampato in Id., Petrarca e il primo umanesimo, Antenore, Padova 1996, pp. 168-184. B. Akomolafe, Queste terre selvagge oltre lo steccato.
Lettere a mia figlia per far casa sul pianeta, trad. e cura di F. O. Dubosc, Exorma, Roma 2017, pp. 55-56. B.-C.
Han, La salvezza del bello, trad. it. di V. Tamaro, Nottetempo, Milano 2016, p. 9.
Ivi, pp.14-15. L'articolo Incerti, ruvidi, appassionanti sentieri proviene da La ricerca.