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Lungo il “Piccolo Parallelo”. Dal teatro d’arte all’immersione nella natura
Sul sito di Altreconomia prosegue una storia di semi e piante, alberi e boschi in forme umane, un’esperienza generativa di comunità in giro per l’Italia raccontata senza fronzoli o autocompiacimento da chi la pratica. Non si tratta di “buone notizie” per consolare ma di “Germogli” che escono dal seminato per provare a cambiare le cose.
Una rubrica-concime curata da Mauro Ferrari, sociologo, formatore specializzato nel welfare e nella progettazione sociale, nonché autore per la nostra casa editrice del fortunatissimo libro “Noi siamo erbacce” (2024). “Sono stato accolto, ascoltato.
Ora tocca a loro”. La storia del Piccolo Parallelo ha inizio a Bologna nel 1981, grazie alla visione di Enzo G. Cecchi, drammaturgo, regista e attore, e di Gianmarco Zappalaglio, attore e direttore artistico.
Sebbene le radici affondano nell'Emilia, è dal 1988 che la compagnia trova la sua sede stabile e il suo radicamento più profondo nella provincia di Bergamo. Piccolo Parallelo è molto più di una semplice compagnia: è un progetto artistico la cui attività principale è la produzione di spettacoli, ma che si estende all'organizzazione di manifestazioni culturali, eventi teatrali e iniziative didattiche.
Il loro scopo è divulgare e valorizzare il Teatro d’Arte Contemporaneo, mettendo in campo idee ed esperienze che trovano nel legame con il territorio il punto più alto di elaborazione dell’idea di “teatro pubblico”, contribuendo attivamente alla crescita del bene comune. Il percorso artistico di Piccolo Parallelo ha segnato un'evoluzione fondamentale, un vero e proprio "scivolamento dal teatrale al naturale", come testimoniano progetti come “Odissea - Festival della Valle dell’Oglio” ed “Essenze di fiume”.
Inizialmente, Odissea nasceva con un duplice intento: riscoprire le bellezze paesaggistiche del cuore della Lombardia, bagnato dal fiume Oglio tra le province di Bergamo, Brescia, Cremona e Mantova, e valorizzare luoghi come Parchi, Castelli, Cascine e Rive. Ma questi spazi non venivano concepiti come un "scenario muto"; al contrario, diventavano una "area dialogante", elemento ispiratore dell'evento stesso.
Dopo venti anni di vita del Festival (2001/2020), la necessità di questo dialogo si è fatta ancora più pressante. È subentrata una voglia profonda di immersione nel mistero che lega l’uomo all’inconoscibile.
Stare nella natura ha significato riscoprire le ragioni ancestrali del Teatro, misurando l'umano -visto quasi come un “corpo estraneo”- con le leggi eterne dell'ambiente circostante. Questo lento percorso ha portato alla creazione delle “Vaganze”, esperienze sensoriali diurne e notturne, più che spettacoli tradizionali.
Si trattava di esperimenti immersivi in natura dove il silenzio assoluto era d’obbligo, un modo per permettere all’animale umano di affinare i cinque sensi e percepire nuove e impreviste sensazioni. Le Vaganze conservavano elementi simbolici e ancestrali: il ritrovo attorno a un fuoco, la spogliazione e la bruciatura simbolica dei propri abiti, il lavaggio rituale nel fiume e la condivisione finale del cibo.
Il concetto di “erbacce” risuona profondamente in questa fase del loro lavoro, quasi come un manifesto. Questa filosofia si è concretizzata in esperienze come “Il Respiro del Fiume” e “Meditazioni verso Eva nascente”.
Queste camminate erano pensate come una “vaganza” attorno al cervello, esplorando zone chiare, ombre e buio. Dopo il rito iniziale attorno al falò, i partecipanti erano invitati a bruciare qualcosa di molto personale, una simbolica spogliazione per affrontare una nuova vita.
L’apice di questo percorso è stato “Il poema di Gilgamesh”, la “messa in natura” della più antica epopea umana. Lo spettacolo, itinerante e gratuito, vedeva una decina di attori danzare, lottare e amarsi dentro il fiume Oglio, circondati da fuochi.
Il pubblico non era spettatore, ma parte integrante del percorso, condotto dalla guida di Enzo Cecchi in un viaggio onirico attraverso terra, fango e acqua. L'obiettivo era la creazione di un'architettura simbolica comprensibile a tutti, assoluta, come un sogno.
Al termine di questo rito collettivo, con la condivisione del cibo portato dai partecipanti, i “corpi estranei” iniziali costituivano una nuova comunità, generando una nuova coscienza dello spazio circostante. Mauro Ferrari è sociologo e formatore specializzato nel welfare generativo e nella progettazione sociale.
Attualmente ricopre il ruolo di docente presso la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (Supsi). È coautore, insieme a Stefania Miodini, del libro “La presa in carico nel servizio sociale.
Il processo di ascolto” pubblicato nel 2018 da Carocci. È anche autore di numerosi articoli e conduce seminari sulla botanica sociale. © riproduzione riservata L'articolo Lungo il “Piccolo Parallelo”.
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