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Cultura

Orlando e Agricane: raccontare un duello

Lunedì 9 febbraio 2026 ore 16:42 Fonte: La ricerca
Orlando e Agricane: raccontare un duello
La ricerca

Pupi catanesi. Fonte Wikimedia, Photo © Lucarelli Da piccolo, le rare volte in cui ho assistito all’opera dei pupi, ho sempre fatto fatica a distinguere i “buoni” dai “cattivi”.

Nei duelli, chi era l’eroe? E chi l’avversario?

I contendenti, entrambi cavalieri, erano sempre troppo simili tra loro. Nel ciclo carolingio, poi, gli scambi di armature sono frequenti come quelli delle maglie tra calciatori.

Ancora oggi, cercando in rete immagini del duello tra Orlando e Agricane, mi ci vuole un po’ di tempo per distinguere il paladino cristiano dal guerriero tartaro. Il duello tra Orlando e Agricane è uno dei passaggi più belli dell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, opera del 1483 che, nella tradizione cavalleresca italiana, soffre di una collocazione ancillare, quasi un prequel dell’Orlando Furioso, di una trentina d’anni più tardo, capolavoro dell’Ariosto e summa di ottave perfette dal cui confronto (a proposito di duelli) è difficile uscire vittoriosi.

Eppure il poema di Boiardo, pur con la sua lingua ancora sporca e intrisa dei volgari del settentrione, presenta comunque personaggi con uno spessore non comune per i suoi tempi e pagine di grande bellezza. Illustrazione presente sul frontespizio dell’edizione del 1528.

Fonte: Wikimedia Ci troviamo verso la fine del Canto XVIII del Libro Primo.

Orlando, in viaggio verso il Catai alla ricerca di Angelica di cui è innamorato, si ritrova ad affrontare il re dei Tartari, Agricane. Dopo essersele date di santa ragione per tutto il giorno, i due campioni decidono di riposare.

Un po’ come se Achab, stanco di far saettare arpioni contro Moby Dick, dicesse alla balena bianca: basta, sono stanco, vado sottocoperta, riprenderemo domani. Eppure è proprio questo che succede alla 39ma ottava.

Non una tregua negoziata o una pacificazione morale. Proprio una pausa fisica che ci ricorda come questi due personaggi di un poema cavalleresco hanno limiti e debolezze umane.

Ma poi che il sole avea passato il monte, E cominciosse a fare il cel stellato, Prima verso il re parlava il conte: – Che farem, – disse – che il giorno ne è andato? – Disse Agricane con parole pronte: – Ambo se poseremo in questo prato; E domatina, come il giorno pare, Ritornaremo insieme a battagliare. –[1] E così ecco Orlando e Agricane, nemici fino a un attimo prima, che ora stanno sdraiati uno accanto all’altro sull’erba, «come fosse tra loro antica pace»[2].

Orlando, da bravo paladino cristiano, indica il cielo stellato e fa notare ad Agricane «il bel lavoro che fece la divina monarchia»[3]. Agricane intuisce il tentativo di indottrinamento e lo rimanda al mittente con una battuta ironica degna del genere eroicomico che si sarebbe sviluppato quasi due secoli dopo.

Agricane dice a Orlando che ha capito che l’altro vuole conversare di temi profondi, ma: Io de nulla scienzia sono esperto, Né mai, sendo fanciul, volsi imparare, E roppi il capo al mastro mio per merto;

Poi non si puoté un altro ritrovare Che mi mostrasse libro né scrittura, Tanto ciascun avea di me paura.[4] E prosegue dicendo che «dottrina al prete ed al dottore sta bene»[5] ma un cavaliere deve soprattutto primeggiare in destrezza e forza corporea. Il duello tra Orlando e Agricane si sta trasformando letteralmente in una tenzone (dibattito, contrapposizione di diverse tesi).

Posate le armi, i due continuano a battagliare opponendo le loro diverse idee di cavalleria: quella di Orlando, che è un tutt’uno con la nobiltà dell’animo e la difesa dei valori sacri, e quella di Agricane, che è agilità, astuzia e prestanza fisica. La conversazione prosegue.

Scopriamo così che la lingua di Orlando è affilata quanto la sua spada («Ed è simile a un bove, a un sasso, a un legno / Chi non pensa allo eterno Creatore»[6]) e Agricane si rivela meno bestia di quanto voglia apparire («Ogni cavallier che è senza amore, / Se in vista è vivo, vivo è senza core. –»[7]). Si confidano come liceali e viene fuori che sono entrambi innamorati della stessa compagna di classe, cioè della stessa principessa.

L’armistizio cessa di colpo e riprendono le ostilità. Boiardo spende numerose ottave per descrivere la battaglia tra i due, non risparmiando i particolari cruenti.

All’inizio Agricane è in vantaggio, ma dopo alcuni fendenti tocca a Orlando assestare il colpo esiziale. Il crudel brando nel petto dichina, E rompe il sbergo e taglia il pancirone;

Benché sia grosso e de una maglia fina, Tutto lo fende in fin sotto il gallone: Non fo veduta mai tanta roina.

Scende la spada e gionse nello arcione: De osso era questo ed intorno ferrato, Ma Durindana lo mandò su il prato.[8] Agricane sa di essere spacciato.

La lama di Durindana (che belle le storie in cui le spade hanno un nome) lo ha quasi tagliato in due. Il re è cieco, pallido, ha i minuti contati.

Qui accade una cosa che è facile liquidare come propaganda del tempo (era un’epoca in cui lo scontro di civiltà non era retorica giornalistica ma realtà), ma che Boiardo risolve con un paio di ottave particolarmente riuscite: Agricane chiede a Orlando di battezzarlo.

Da il destro lato a l’anguinaglia stanca Era tagliato il re cotanto forte; Perse la vista ed ha la faccia bianca, Come colui ch’è già gionto alla morte;

E benché il spirto e l’anima li manca, Chiamava Orlando, e con parole scorte Sospirando diceva in bassa voce: – Io credo nel tuo Dio, che morì in croce.[9] E subito dopo: Batteggiame, barone, alla fontana Prima ch’io perda in tutto la favella;

E se mia vita è stata iniqua e strana, Non sia la morte almen de Dio ribella. Lui, che venne a salvar la gente umana, L’anima mia ricoglia tapinella!

Ben me confesso che molto peccai, Ma sua misericordia è grande assai. –[10] Se sorvoliamo su quell’anima tapinella, che effettivamente suona un po’ stucchevole, va riconosciuto che i versi E se mia vita è stata iniqua e strana, / Non sia la morte almen de Dio ribella sono degni della Commedia. La conversione in punto di morte di re Agricane, insomma, ci appare ancora oggi come sincera e tutta la scena che ne segue – con i due avversari che pregano insieme, tra lacrime, commozione e battesimi improvvisati alla fonte – chiude degnamente questa incredibile scena di combattimento.

Non vorrei che si perdesse infatti l’unità narrativa che ci ha accompagnato dal Canto XVIII al Canto XIX lungo una manciata di ottave. Boiardo ha descritto un unico lungo duello tra due contendenti che dapprima se le danno, poi si concedono una poetica tregua notturna, poi ricominciano a darsele con più ferocia di prima.

Il duello si chiude quindi con un finale inaspettato: lo sconfitto Agricane è in realtà quello che si salva (in senso religioso) mentre il vincitore Orlando ha cominciato il suo lungo viaggio verso la follia. Niente male per un’opera che è “solo” il prequel del Furioso.

Note [1] Matteo Maria Boiardo, Orlando Innamorato, Libro Primo, Canto XVIII, ottava 39 (pag. 349), Garzanti, Milano 1978. [2] Ivi, ottava 40 [3] Ivi, ottava 41 (pag. 350) [4] Ivi, ottava 42 [5] Ivi, ottava 43 [6] Ivi, ottava 44 [7] Ivi, ottava 46 (pag. 351) [8] Ivi, Libro Primo, Canto XIX, ottava 11 (pag. 358) [9] Ivi, ottava 12 [10] Ivi, ottava 13 L'articolo Orlando e Agricane: raccontare un duello proviene da La ricerca.

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