Politica
Cuba, la crisi infinita
Giovedì 12 febbraio, due navi della Marina messicana sono arrivate all’Avana con oltre ottocento tonnellate di aiuti umanitari. La prima, la Papaloapan, trasportava latte liquido, prodotti a base di carne, biscotti, fagioli, riso, tonno, sardine, olio vegetale, e articoli per l’igiene personale, per un totale di 536 tonnellate.
Sulla seconda, la Isla Holbox, c’erano circa 277 tonnellate di latte in polvere, mentre in Messico rimangono ancora millecinquecento tonnellate di latte in polvere e fagioli da spedire nei prossimi giorni, non appena i due natanti faranno ritorno nel porto di Vera Cruz. Dopo il rapimento del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, da parte degli Stati Uniti e la firma di Donald Trump, il 29 gennaio, su un ordine esecutivo che minaccia di dazi qualsiasi Paese che continui a spedire greggio sull’isola, la carenza di carburante ha aggravato i blackout che già colpivano Cuba, e ha avuto un impatto sul trasporto aereo.
Ciò ha colpito ancora di più il turismo, una delle fonti di reddito dell’economia locale, che sta affrontando il suo peggiore periodo degli ultimi anni, dopo avere registrato una diminuzione di oltre il 50% degli arrivi tra il 2018 e il 2025. Senza peraltro alcuna prova, nel provvedimento si sostiene che il governo cubano ha adottato misure che “pregiudicano e minacciano” gli Stati Uniti, poiché “fornisce un rifugio sicuro a gruppi terroristici transnazionali come Hezbollah o Hamas”, e “sostiene avversari nell’emisfero occidentale”, come Russia, Cina e Iran.
E che Cuba “persegue e tortura i suoi avversari politici, nega al popolo cubano la libertà di espressione e di stampa, approfitta in modo corrotto della sua miseria e commette altre violazioni dei diritti umani”. Figlio di fuoriusciti cubani, Marco Rubio, il ministro degli Esteri statunitense, ha chiesto a lungo un cambio di regime, fin da quando era senatore.
Il giorno della cattura di Maduro, in conferenza stampa a Mar-a-Lago, ha affermato: “Se vivessi all’Avana e fossi al governo, sarei preoccupato, almeno un po’”.
Trump ha confermato che la situazione cubana è un problema, precisando che non ritiene necessario un intervento militare degli Stati Uniti, perché Cuba starebbe per crollare: “Non credo che abbiamo bisogno di alcuna azione.
Sembra che stia cadendo a pezzi”, ha detto. E ha aggiunto:
“Non so se resisteranno, ma Cuba ora non ha entrate. Tutte le sue entrate provenivano dal Venezuela, dal petrolio venezuelano”.
Rubio ha poi ammesso, in un’udienza al Senato, che l’amministrazione statunitense vorrebbe un cambiamento di regime a Cuba, anche se – ha precisato – “ciò non significa che lo provocheremo”. Intanto sono circolate voci di colloqui ad alto livello tra statunitensi ed esponenti cubani, e, da più parti, si è sospettato che siano state diffuse da ambienti vicini a Rubio, interessato a dimostrare a Trump il fallimento di ogni trattativa con la leadership cubana: il che potrebbe favorire un intervento che provochi la sua caduta, per quanto un blocco totale delle forniture di petrolio comporterebbe il collasso dell’isola, con una conseguente ondata di migranti in cerca di rifugio presso i loro parenti a Miami o in Texas, in gran parte elettori repubblicani.
Non una prospettiva allettante per un Trump che sta avendo più di qualche problema con l’Ice. Qualche tempo fa, il “Wall Street Journal”ha rivelato che emissari di Trump starebbero cercando di individuare nella dirigenza cubana elementi disposti a collaborare.
Si è vociferato che Alejandro Castro Espín, il figlio di Raúl Castro, avrebbe incontrato rappresentanti di Trump per raggiungere un qualche tipo di accordo tra Cuba e gli Stati Uniti. Più recentemente, si è parlato di una trattativa in corso con Óscar Pérez-Oliva Fraga, pronipote di Fidel e Raúl Castro, ingegnere elettronico di 54 anni, che negli ultimi mesi è asceso al vertice del potere dell’Avana.
Secondo diversi analisti, potrebbe essere lui a svolgere a Cuba lo stesso ruolo svolto da Delcy Rodríguez in Venezuela. Ma l’ipotesi di colloqui ad alto livello è stata smentita, direttamente, dal viceministro degli Esteri cubano, Carlos Fernández de Cossío, in una recente intervista al quotidiano messicano “La Jornada”, a cui ha anche dichiarato che “sono pettegolezzi le versioni che diffondono l’idea che i parenti di figure importanti del governo dell’isola si accordano con Washington per una transizione.
Si tratta di voci che funzionano come una cortina fumogena, per nascondere la responsabilità della Casa Bianca nel criminale e disumano strangolamento energetico contro il popolo cubano”. Il Paese caraibico, con i suoi 9,6 milioni di abitanti, ha perso il suo principale fornitore di petrolio dato che il governo degli Stati Uniti ha deciso che non avrebbe permesso la spedizione di greggio venezuelano.
Soggetta a un embargo commerciale statunitense dal 1962, Cuba vive una gravissima crisi economica caratterizzata da prolungate interruzioni di elettricità, carenza di carburante, medicinali e cibo. Di essa è responsabile anche il governo (vedi qui), che ha dato la priorità alla costruzione di hotel per affittarli alle compagnie alberghiere internazionali, a discapito di altri investimenti che sarebbero stati più necessari.
La fornitura giornaliera di greggio all’isola era iniziata nel 2000, quando Hugo Chávez e Fidel Castro avevano firmato un Accordo integrale di cooperazione tra la Repubblica di Cuba e la Repubblica bolivariana del Venezuela. Allora Caracas inviava circa centomila barili al giorno, in cambio della fornitura, da parte dell’Avana, di “servizi (…) e tecnologie e prodotti” utili allo sviluppo economico-sociale del Paese.
In pratica, servizi medici, educativi, allenatori sportivi, servizi di sicurezza e militari in cambio di petrolio. Tuttavia, negli ultimi anni, i volumi delle forniture si erano ridotti a causa del brusco calo della produzione venezuelana, tanto che nel 2025 non sono mai stati superati i trentamila barili al giorno, che in alcuni mesi sono scesi a diciottomila.
La decisione dell’amministrazione Trump di confiscare le petroliere venezuelane ha aggravato la crisi del carburante e dell’elettricità nell’isola, che sta soffrendo una profonda crisi energetica dalla metà del 2024, a causa dei frequenti guasti delle sue centrali obsolete e della mancanza di valuta estera per acquistare il carburante necessario per le unità di generazione. L’Avana ha bisogno di circa centodiecimila barili per coprire il suo fabbisogno energetico di base, di cui circa quarantamila provenienti, nel 2025, dalla produzione nazionale, mentre il resto è arrivato da importazioni dal Venezuela (61%), dal Messico (25%), e, in quantità minore, dalla Russia (10%) e dall’Algeria (4%).
Ancora l’anno scorso, Cuba ha importato una media di 1,2 milioni di barili di petrolio al mese, per un totale di 13,7 milioni all’anno (fonte S&P Global). Solo una petroliera di medie dimensioni ha attraccato dall’inizio dell’anno, mentre si ritiene che l’isola abbia una riserva di petrolio destinata a esaurirsi in due o tre settimane.
Il presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, ha definito l’attuale crisi come una delle fasi più “complesse” e “difficili” per l’isola, paragonandola al periodo especial degli anni Novanta, quando Cuba non poté più contare sull’Unione sovietica. Pur dando la colpa agli Stati Uniti, Díaz-Canel ha riconosciuto la necessità di un “cambiamento di mentalità” per affrontare la crisi, puntando sul decentramento e sulla maggiore autonomia delle imprese statali, e si è detto disponibile a un dialogo con gli Stati Uniti, ma “a condizioni di parità e rispetto per la sovranità”.
Tra gennaio e settembre 2025, Petróleos mexicanos (Pemex), ha esportato verso l’isola 17.200 barili di greggio al giorno e duemila di derivati, per un totale di quattrocento milioni di dollari, secondo i dati ufficiali del governo messicano. Il portale di notizie “Proceso” ha rivelato che, nei primi dieci mesi del 2025, le spedizioni di petrolio messicano a Cuba erano cresciute del 121% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Ma l’agenzia Bloombergha fatto sapere che Pemex ha cessato il trasferimento di petrolio a Cuba a seguito delle pressioni degli Stati Uniti. Tutto ciò a pochi mesi dalla cruciale rinegoziazione del T-Mec, l’accordo di libero scambio tra gli Stati Uniti, il Canada e il Messico, tenuto conto che l’80% delle esportazioni messicane sono dirette a nord del Rio Bravo.
La presidente messicana, Claudia Sheinbaum, ha definito le spedizioni di natura umanitaria, e ha detto che le esportazioni di petrolio verso Cuba, e altri Paesi non specificati, sarebbero state valutate caso per caso. Il governo messicano sta studiando come poter riprendere le spedizioni di petrolio senza incorrere nei dazi di Trump, e Sheinbaum ha intensificato i suoi interventi tesi a denunciare la grave situazione umanitaria che Cuba sta vivendo.
Ciò soprattutto dopo che, la scorsa settimana, il governo cubano ha dovuto varare misure di emergenza per preservare le riserve di carburante che si stanno rapidamente esaurendo, chiudendo le università, riducendo l’orario scolastico e la settimana lavorativa a quattro giorni, tagliando drasticamente il trasporto pubblico, limitando la vendita di carburante. Il governo è stato costretto anche a ridurre il personale negli ospedali.
Le misure hanno riguardato perfino i turisti, fatti traslocare in quegli alberghi che le autorità hanno deciso di tenere aperti, mentre altri hanno chiuso per risparmiare. In mancanza di bombole di metano, il cui prezzo in dollari ha toccato le stelle, la popolazione è costretta a cucinare col carbone vegetale.
A Miami, la piccola Avana, gli esuli si mettono in fila con scatole e borse con cibo, carta igienica e altre forniture di base per spedirle ai parenti nell’isola. Un contributo importante, che include cibo, medicine e vestiti, e che, nel 2025, ha quasi raddoppiato il suo volume, con un valore stimato di 130,9 milioni di dollari rispetto ai 67,8 milioni dell’anno precedente, secondo un rapporto dell’U.S.
Cuba Trade and Economic Council, l’organizzazione non governativa con sede a New York, e che va ad aggiungersi agli invii di denaro che l’amministrazione Trump si è guardata bene dall’interrompere. Nel frattempo, il tasso di cambio del peso al mercato informale ha segnato il suo minimo storico, mercoledì scorso, raggiungendo i cinquecento pesos cubani per dollaro statunitense.
Secondo l’indicatore pubblicato quotidianamente dal media indipendente “El Toque”, il tasso è sceso del 15% da inizio anno. Se l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha chiesto, in una trentina di occasioni, la fine del blocco economico degli Stati Uniti contro Cuba – l’ultima delle quali nell’ottobre 2025 e la prima nel 1992 –, venerdì scorso, l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno violando la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale con le loro sanzioni contro Cuba, causando lo “smantellamento”, del sistema alimentare, sanitario e di approvvigionamento idrico.
“Gli obiettivi politici non possono giustificare azioni che di per sé violano i diritti umani”, ha affermato l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk. In ambito sanitario, l’organizzazione ha ricordato che il funzionamento delle unità di terapia intensiva e dei pronto soccorso è compromesso, così come la produzione o lo stoccaggio di vaccini, prodotti sanguigni e altri farmaci sensibili alla temperatura.
E ciò può provocare la nascita di focolai di malattie che possono diffondersi rapidamente, mentre la carenza di carburante ha sconvolto il sistema di razionamento statale, colpendo i programmi di alimentazione scolastica, gli ospedali di maternità e le case di cura. Mentre i reparti oncologici infantili – che erano riusciti a raggiungere una sopravvivenza dell’80% dei piccoli malati di cancro, laddove i Paesi sviluppati raggiungono una sopravvivenza tra l’80 e il 90% –, a causa della limitazione delle risorse dovute al blocco, hanno visto diminuire la sopravvivenza al 65%.
Oltre a dichiararsi disponibile a offrire la propria mediazione a un tavolo di trattative tra Stati Uniti e autorità cubane, la presidente messicana ha anche proposto che il suo Paese sia punto di rifornimento di cherosene per i jet, e ponte aereo per le aerolinee che, in tal modo, potrebbero riprendere i voli per Cuba sia per gli aiuti umanitari sia per i turisti. Infatti, dopo l’annuncio da parte del governo cubano alle compagnie aeree commerciali che non avrebbero più avuto rifornimenti di carburante, i russi hanno sospeso i voli di Rossiya e Nordwind e mandato loro aerei per rimpatriare i connazionali, mentre altre compagnie aeree, comprese le quattro canadesi, non volano più all’Avana.
Con un ulteriore grave colpo all’economia cubana, dato che il turismo canadese, con 754.000 persone all’anno, copre la percentuale più alta del mercato, seguito da quello russo con 131.000 presenze. Una situazione che già Trump aveva contribuito notevolmente a peggiorare, vietando i viaggi degli statunitensi.
Sostegni umanitari non sono pervenuti solo dal Messico, ma sono stati annunciati, tra gli altri, dal governo cileno, dal Brasile, dalla Russia, che invierà petrolio, e dalla Cina, che ha annunciato la spedizione di novantamila tonnellate di riso, e una linea di “assistenza finanziaria emergente” di ottanta milioni di dollari. Sta montando, intanto, la solidarietà internazionale attraverso l’iniziativa Nuestra América Flotilla (vedi qui), una spedizione che, a marzo, attraverserà il Mar dei Caraibi per portare cibo e medicinali a Cuba, promossa dall’organizzazione Progressive International.
La campagna mondiale di raccolta di fondi e aiuti per la popolazione cubana è partita nei giorni scorsi, e l’iniziativa è stata accolta con favore da leader politici, attivisti e volontari. Tra i suoi sostenitori, l’ex leader laburista britannico, Jeremy Corbyn, e l’ex sindaca di Barcellona, Ada Colau, che aveva partecipato in prima persona alla Global Sumud Flotilla diretta a Gaza.
Secondo David Adler, uno dei promotori dell’iniziativa umanitaria per Gaza e ora di Nuestra América Flotilla, “non è esagerato vedere dei parallelismi con il trattamento riservato da Israele a Gaza”, dato che si tratta di un assedio, quindi di un atto di punizione collettiva, che viola il diritto internazionale. L’obiettivo della missione non è solo quello di portare aiuto, ma di “trasmettere il messaggio che il popolo cubano non è solo”, ha affermato Thiago Ávila della Flottiglia Sumud a Gaza.
Ávila ha sottolineato che, sia nella fascia palestinese sia a Cuba, è la popolazione civile “che subisce le conseguenze della punizione collettiva”. La crudele opera di strangolamento messa in atto da Washington, oltre a esercitare forti pressioni sulle banche internazionali per impedire la concessione di crediti al Paese, ha preso di mira la presenza dei medici cubani che prestano la loro opera in altri Paesi della regione.
Questa attività rappresenta un’altra fonte di entrata di valuta straniera, necessaria per il governo cubano non solo per pagare il petrolio, ma anche per acquistare l’80% delle importazioni, in buona parte alimentari, di cui ha bisogno. Si stima che Cuba invii più di ventiduemila professionisti della salute, principalmente medici, in circa cinquanta Paesi, nell’ambito delle sue “missioni mediche”.
Secondo alcune fonti, tale cifra ha superato i trentamila sanitari in passato, disponendo il Paese di uno dei più alti numeri di medici pro capite al mondo. I medici cubani che lavorano all’estero ricevono di solito una piccola parte di ciò che il Paese ospitante paga, mentre lo Stato cubano trattiene la quota maggiore.
Questa realtà è stata spesso criticata e ha spinto alcuni medici cubani a disertare. E nel recente passato ha spinto un personaggio squalificato, come Bolsonaro, a tagliare i programmi Mais médicos in zone disagiate del Brasile, col risultato di lasciare senza copertura sanitaria vaste fette di popolazione.
L’anno scorso, il governo del Paraguay ha annullato il suo progetto di collaborazione medica con l’isola. Lo stesso hanno fatto le Bahamas, che hanno cancellato i contratti di servizi medici con Cuba.
Più recentemente, Guyana e Saint Vincent e Grenadine hanno deciso una significativa riduzione dell’assunzione e della presenza del personale medico cubano. E ultimamente, il governo guatemalteco ha annunciato la graduale conclusione dell’accordo di cooperazione sanitaria dopo ventisette anni di presenza cubana nel Paese.
Difficile pensare che, nei casi elencati, il governo statunitense non abbia esercitato pressioni. Medici cubani hanno operato anche in Italia, durante la pandemia, e un accordo del 2022 ha portato oltre trecento professionisti della salute in Calabria per sostenere il sistema sanitario regionale in carenza di personale.
Quanto alle pressioni statunitensi, questa volta in chiave anti-immigrazione, è utile ricordare che, l’8 febbraio, perfino il Nicaragua ha sospeso il libero transito dei cubani nel Paese, che si era trasformato in un “trampolino” per chi voleva raggiungere gli Stati Uniti, quindi in un’occasione di lucro per il governo, dato che ogni migrante che arrivava a Managua per via aerea pagava tra i millecinquecento e i duemila dollari tra salvacondotti, visto e tasse. Naturalmente sono i cubani, e solo i cubani, che hanno il diritto e l’obbligo di risolvere i problemi che l’isola sta affrontando – tra ingerenze statunitensi, collasso energetico e isolamento internazionale –, ma c’è da chiedersi se l’Avana ce la farà a resistere in un futuro incerto, che potrebbe condurre a cambiamenti politici, oppure a un ulteriore aggravamento della crisi umanitaria di cui sta soffrendo la popolazione.
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