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Cultura

I fallimenti del Museo dei fallimenti

Lunedì 2 febbraio 2026 ore 14:37 Fonte: La ricerca
I fallimenti del Museo dei fallimenti
La ricerca

Tecnologie fallimentari L’industria tecnologica è spesso associata a successi rivoluzionari e a invenzioni che hanno cambiato il mondo, ma la storia dell’innovazione è anche costellata di errori, illusioni e clamorosi passi falsi. Persino le aziende più visionarie hanno sperimentato quanto sottile possa essere il confine tra genialità e disastro.

Google Sony (2012). Photo ©Museum of failure.

Nel 2012 Google concepì Google Sony, visibile nella immagine soprastante: un telecomando per rivoluzionare l’uso della televisione che divenne il simbolo di un eccesso di complessità. Con i suoi ottantotto pulsanti, sembrava più una tastiera da astronave che un accessorio domestico.

L’Apple Vision Pro (2024–2025), presentato come l’inizio dell’“era dello spatial computing”, avrebbe dovuto fondere il mondo reale e quello virtuale in un unico spazio digitale. Invece si trasformò rapidamente in un costoso soprammobile: poche app, un prezzo inaccessibile e utenti delusi che lo lasciarono a prendere polvere.

Motorola Iridium (1998–1999) tentò di creare una rete satellitare globale investendo quasi dieci miliardi di dollari; ma al lancio i telefoni erano già obsoleti, ingombranti e inutilizzabili in città. Dopo solo un anno, il progetto collassò in una delle bancarotte più costose della storia americana.

Anche BlackBerry cercò di reagire all’ascesa dell’iPhone con lo Storm (2008), un dispositivo difettoso e instabile che segnò l’inizio della fine per il marchio, un tempo sinonimo di efficienza. Nella robotica sociale, Jibo (2018) e Anki Vector (2019) furono due tra i primi tentativi di portare nelle case robot dotati di personalità e capacità di interazione emotiva.

Jibo, sviluppato dall’omonima startup fondata dal MIT Media Lab di Boston, era progettato come un assistente domestico capace di riconoscere i volti, conversare e muoversi con gesti espressivi, quasi umani. Vector, prodotto dall’azienda californiana Anki, univa intelligenza artificiale e gioco: reagiva alla voce, esplorava l’ambiente e mostrava “emozioni” attraverso uno schermo che fungeva da volto.

Entrambi promettevano una nuova forma di compagnia domestica, più empatica e interattiva degli assistenti vocali tradizionali, ma il sogno si infranse rapidamente. Costi elevati, funzioni limitate e la difficoltà di mantenere aggiornamenti software sostenibili portarono al fallimento di entrambe le aziende, lasciando molti utenti con un robot muto e “senza vita”.

Quando gli algoritmi sbagliano Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale ha permeato ogni settore, dall’educazione alla sanità, dal commercio alla ricerca scientifica, promettendo innovazione e maggiore efficienza. Tuttavia, numerosi progetti hanno dimostrato che il potenziale dell’IA non sempre si traduce in risultati positivi: alcuni sistemi hanno prodotto errori grotteschi, conseguenze pericolose o paradossali.

Molti sono documentati nel Museo dei fallimenti, e qui ne riportiamo solo alcuni. Google AI Overviews, ad esempio.

Era concepito per sintetizzare in modo chiaro e affidabile le informazioni disponibili online, evitando la lettura di articoli lunghi o complessi. In teoria, il sistema avrebbe dovuto leggere, analizzare e condensare grandi quantità di dati, restituendo sintesi utili e precise.

Nella pratica, però, produsse consigli assurdi come “mangiare pietre per il fabbisogno minerale” o “aggiungere colla alla pizza”. Anche nel settore automobilistico e tecnologico le promesse dell’automazione si sono scontrate con la realtà.

Tesla Autopilot, presentato come guida autonoma, richiedeva costante supervisione e causò diversi incidenti mortali. Allo stesso modo, i negozi Amazon Just Walk Out, pubblicizzati come completamente privi di cassieri, in realtà si reggevano sul lavoro di oltre mille operatori in India, incaricati di monitorare le transazioni e correggere errori dei sensori.

Anche i sistemi di ordinazione automatica nei drive-thru di McDonald’s sono falliti di fronte a accenti diversi o a richieste complesse. Gli errori dell’IA si sono manifestati anche in ambito scientifico: nel 2024 la rivista Frontiers in Cell and Developmental Biology pubblicò un articolo scientifico che conteneva immagini generate da IA, ritraenti un ratto con genitali sproporzionati e diagrammi con parole senza senso.

Le illustrazioni, create con Midjourney, non avevano alcun fondamento scientifico e furono pubblicate senza adeguati controlli da parte dei revisori. L’articolo fu ritirato subito dopo.

Alcuni fallimenti hanno avuto conseguenze etiche e sociali gravi. Nel 2023, Tessa, chatbot destinato a supportare persone con disturbi alimentari, fornì indicazioni dannose, come ridurre drasticamente le calorie o monitorare ossessivamente il peso corporeo, aggravando le difficoltà degli utenti e portando alla chiusura immediata del progetto.

Fallimenti alimentari Thirsty Dog, l’acqua per cani, e Thirsty Cat, quella per gatti. ©Museum of Failure. Una sezione specifica del Museo dei fallimenti è dedicata all’industria alimentare, le cui sperimentazioni, nonostante le buone intenzioni, spesso non hanno avuto un successo commerciale.

Fra i casi più curiosi spiccano i Gerber Singles, omogeneizzati per adulti single proposti negli anni Settanta, e le bottiglie di acqua per i cani (nella foto). Fra quelli più sfortunati vi sono AYDS, caramelle popolari fino agli anni Ottanta, quando l’epidemia di AIDS rese il nome del marchio del tutto inappropriato.

Vi è poi il Juicero (2016–2017), spremiagrumi “intelligente” da 700 euro. Funzionava solo con delle sacche di frutta già pronta, vendute separatamente dall’azienda.

Tuttavia, dopo poco tempo, un utente pubblicò su YouTube un video che mostrava come fosse possibile spremere il contenuto delle sacche semplicemente a mano, ottenendo lo stesso risultato senza usare il costoso macchinario. Anche le grandi compagnie sperimentano fallimenti facilmente evitabili.

È il caso della Coca Cola: nel 1985 cambiò formula per competere con Pepsi, che stava conquistando una grande fetta del mercato grazie a campagne di marketing particolarmente intriganti. Ma la New Coke (1985–2004) fu percepita come un tradimento dai consumatori, che si organizzarono perfino in una class-action.

Appena 79 giorni dopo il suo annuncio, il 15 luglio 1985 la Coca-Cola ripristinò senza tante cerimonie la sua bevanda di punta alla formula originale. Pur non abbandonando completamente la New Coke, l’azienda ribattezzò la formula originale come Coca-Cola Classic.

Disastri in medicina La storia della medicina è segnata da innovazioni fallite o tragiche. Il più celebre fra questi fallimenti, per rimanere nell’epoca contemporanea, è stato il Thalidomide, un sedativo prescritto anche alle donne incinte, che negli anni Cinquanta provocò gravi malformazioni in oltre 24.000 neonati.

Un errore però che, come accade a volte, ebbe anche un effetto positivo, poiché stimolò la creazione di regolamentazioni farmaceutiche a livello internazionale. La trachea sintetica di Paolo Macchiarini. ©Museum of Failure.

Non è questo il caso della trachea sintetica di Paolo Macchiarini, visibile nella figura soprastante, una delle più gravi frodi della medicina moderna (2011–2013). All’Istituto Karolinska, a Stoccolma, questo chirurgo impiantava trachee ingegnerizzate con cellule staminali, promettendo rigenerazioni rapide.

In realtà le trachee non si integravano, molti pazienti morirono e altri subirono gravi sofferenze. La frode consisteva nel presentare procedure sperimentali come sicure, nonostante mancanza di evidenze scientifiche, e lo scandalo rivelò gravi violazioni etiche e negligenza dei comitati di controllo, documentata nella serie Netflix Bad Surgeon.

Altrettanto fraudolente sono state la IBM Watson for Health (2014–2018), che prometteva cure oncologiche personalizzate leggendo cartelle cliniche digitali, ma fornì diagnosi imprecise e pericolose, e la Theranos (2013–2015), fondata da Elizabeth Holmes, che prometteva analisi del sangue rivoluzionarie con una sola goccia. Ma la tecnologia era inaffidabile: molti risultati erano falsi o imprecisi, mettendo a rischio i pazienti e truffando gli investitori per centinaia di milioni di dollari.

Il Museo dei fallimenti presenta comunque numerose schede di curiose innovazioni mediche recenti rivelatesi poi fallimentari. Vi è il preservativo spray (2006–2008), concepito in Germania per adattarsi a ogni misura, che si dimostrò doloroso e poco sicuro.

Vi è il Rely Tampon (1978–1980), un super-assorbente interno, che causò numerosi casi di shock tossico, tanto da determinare l’introduzione di norme più rigorose in questo settore: materiali più sicuri, test clinici obbligatori, etichettatura chiara e monitoraggio post-marketing. Giocattoli assurdi La bambola Hasbro del 1965. ©Museum of Failure.

Quanti bambini si metterebbero a giocare con questa bambola scalza, vestita di stracci rattoppati, con una lacrima ben visibile e uno sguardo depresso? Eppure nel 1965 questo modello fu lanciato dalla Hasbro, una azienda importante in questo campo, che non mancò di peggiorare l’iniziativa privandola addirittura di un nome proprio, dato che fu commercializzata come Little Miss No Name.

Era pensata per insegnare l’empatia; invece terrorizzò i bambini e fu rapidamente ritirata, rimanendo oggi un raro pezzo da collezione. L’industria dei giocattoli ha spesso puntato all’innovazione, ma alcuni prodotti si sono rivelati controversi o pericolosi.

Nel 1975, Mattel lanciò Growing Up Skipper, la sorellina di Barbie che, ruotando il braccio, cresceva e sviluppava il seno. La sessualizzazione di una bambola scatenò proteste e il prodotto fu rapidamente ritirato.

Pensarci prima! Molti prodotti delle grandi aziende sembravano idee geniali sulla carta, ma si sono rivelati flop clamorosi.

Il detersivo Persil Power (1994) prometteva lavaggi ultra-efficienti, ma la formula era così aggressiva che danneggiava i tessuti delicati, scolorendo i vestiti e consumando le fibre. Fu ritirato immediatamente dal mercato.

Persil Power. ©Museum of Failure. Le BIC for Her (2011), penne “per donne” con colori pastello e impugnature più sottili, furono presentate come pensate appositamente per il pubblico femminile, ma suscitarono indignazione perché implicavano che le donne avessero bisogno di strumenti speciali per scrivere, cosa riduttiva e offensiva.

Negli anni Cinquanta Lionel provò a conquistare le bambine con i “Lady Lionel”, trenini pastello che trasportavano mobili in miniatura invece del carbone: un flop clamoroso. Le bambine non volevano treni “carini”, ma realistici come quelli dei maschi.

Il famoso designer Philippe Starck disegnò il bollitore Hot Bertaa (1989–1997) per Alessi. Bellissimo ma poco pratico: il manico scottava e il livello dell’acqua era difficile da controllare, rendendo il bollitore scomodo e potenzialmente pericoloso.

Lo stesso Alessi definì il prodotto “il nostro fiasco più bello”. Thirsty Dog! & Thirsty Cat! (1994) contenevano acqua minerale arricchita con vitamine e minerali, pensata per sostituire l’acqua del rubinetto nelle ciotole di cani e gatti.

Era disponibile in due gusti: “Manzo croccante” per i cani e “Pesce acidulo” per i gatti.

Un flop prevedibile. Quando l’innovazione deraglia Dalle auto ai treni, dagli aerei alle scarpe “propulsive”: la storia dei trasporti è costellata di invenzioni audaci che volevano cambiare il modo di muoversi ma finirono per restare ferme ai box.

La DeLorean DMC-12 (1981–1983), sportiva in acciaio inox con porte ad ali di gabbiano, conquistò l’immaginario collettivo grazie a Ritorno al futuro, ma nella realtà era lenta, inaffidabile e troppo costosa. Un flop tecnico trasformato in leggenda cinematografica.

La DeLorean DMC-12. ©Museum of Failure. Quarant’anni dopo, la Tesla Cybertruck (2024–2025) tentò di imporsi come il pick-up del futuro.

Durante la presentazione, i suoi vetri “indistruttibili” si frantumarono in diretta: un presagio dei problemi che seguirono. Difetti strutturali, ritardi e una produzione complicata ne fecero un simbolo di promesse infrante e ambizioni fuori controllo.

La Lightyear One (2021–2023), auto solare olandese che prometteva mesi di autonomia senza ricariche, si spense dopo pochissime unità vendute. Visionaria ma troppo costosa, dimostrò che la sostenibilità ecologica deve andare di pari passo con quella economica.

Il progetto Fyra Trains (2012) doveva collegare Amsterdam e Bruxelles in alta velocità. Invece, durò solo un mese: pezzi che cadevano dai treni, guasti e ritardi convinsero i governi a sospendere il servizio.

La Pontiac Aztek (2001–2005), universalmente considerata una delle auto più brutte mai prodotte, fu un disastro di design e marketing, riscattato solo anni dopo grazie a Breaking Bad. Le Adidas Springblade (2013–2015), con le loro “lame” ammortizzanti futuristiche, si rivelarono invece fragili e scomode, lontane dalle prestazioni promesse.

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