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Politica

Gli europei all’Iran: liberate Hormuz, ma resta il no della NATO all’intervento con Trump

Giovedì 19 marzo 2026 ore 20:19 Fonte: Strisciarossa

Il testo che segue è un riassunto generato dall'IA dell'articolo "Gli europei all’Iran: liberate Hormuz, ma resta il no della NATO all’intervento con Trump" . L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

Gli europei hanno chiesto all'Iran di liberare Hormuz, ma la NATO ha rifiutato di intervenire, anche sotto la presidenza di Trump. Un documento di condanna è stato promosso da Starmer, ma non è stato preso alcun impegno concreto per un intervento, evidenziando le contraddizioni dell'alleanza nel rapporto con Washington.
Gli europei all’Iran: liberate Hormuz, ma resta il no della NATO all’intervento con Trump
Strisciarossa

Non è la nostra guerra. I leader di sei grandi paesi d’Europa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi più il Giappone hanno firmato un documento molto duro di condanna della “sconsiderata” (copyright di Emmanuel Macron) escalation degli attacchi dell’Iran nel Golfo Persico e della chiusura alle navi dello stretto di Hormuz ma si sono ben guardati dal prendere il benché minimo impegno militare sull’intervento della NATO reclamato da Donald Trump.

Antonio Tajani, tanto per non lasciare dubbi, appena le agenzie hanno diffuso il comunicato si è precipitato a precisare che si tratta di “un documento solo politico, non militare”. Insomma, parole.

Dietro alle quali c’è il Gran Rifiuto europeo al Grande Fratello americano cui si è unita persino Giorgia Meloni, pur se lei, a differenza dei suoi più conseguenti colleghi, ha evitato accuratamente di pronunciare la parolina mantrica – “condanna” –  per giudicare la furia guerresca del suo mentore d’oltr’Atlantico. Pazienza: visti i precedenti, sarebbe stato forse pretendere l’impossibile.

Comunque sia, scontata la pavida sudditanza dell’italiana e, anche, le esitazioni e il tempo perso da quasi tutti gli altri leader europei a condannare quel che c’era da condannare, una rottura c’è stata. E, cosa che nell’ufficialità delle relazioni tra Stati conterà pure qualcosa, è stata sancita anche da una presa di posizione comune di ben cinque membri del G7: tutti gli europei più il canadese, lasciando in mano alla sola premier giapponese Sanae Takaichi il trofeo del primato assoluto in “trumpismo leninismo” che era stato fino alla vigilia di quest’ultima avventura americana tutto meloniano.

E ora? Come si procede?

È escluso assolutamente che Trump si senta appagato dalla mossa del documento dei sette proposto, a quanto si sa, dal premier britannico Keir Starmer. Al di là delle parole resta il no rotondo al perentorio invito del capo della Casa Bianca ai paesi della NATO a partecipare con uomini e mezzi a una fantomatica missione di guerra per tenere aperto lo stretto di Hormuz che è venuto dalle cancellerie europee e canadese e, come s’è detto, dalla netta maggioranza dei membri dell’organismo internazionale più “occidentale” nella composizione e nello spirito, il G7.

I vertici della NATO stessa, essendo l’alleanza proprio l’oggetto della indecent proposal trumpiana, hanno taciuto pudicamente pur se si può immaginare che il Segretario generale Mark Rutte sarebbe di suo ben disponibile a venir incontro ai desideri di Daddy (paparino), come una volta ebbe a chiamare il padre padrone di Washington. Si è sentita, invece, la voce della Commissione europea, con una dichiarazione dell’Alta Rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, la quale, con insolita fermezza di toni nei confronti di Washington ha indicato le linee alternative alle scelte e ai desideri di Trump per Hormuz in un diretto coinvolgimento dell’ONU (invito subito raccolto dal Segretario generale Guterres) e in un possibile allargamento al Golfo Persico della missione Àspides per ora attiva nel Mar Rosso in difesa della rotta verso il canale di Suez.

Che cosa deriverà da questo nuovo, evidente allontanamento strategico delle posizioni tra l’America e l’Europa è difficile dirlo. Se la cosa non apparirà ai lettori troppo ardita si può anche sostenere, in modo beninteso paradossale, che a Trump nella sua valanga di recriminazioni violente, accompagnate da accuse di tradimento e minacce di ritorsioni, contro gli alleati della NATO, stando le cose come stanno, qualche ragione non manca.

Non sappiamo se in qualche parte del travolgente diluvio dichiaratorio del presidente americano sia affiorata una constatazione che potrebbe in qualche modo sostenere le sue prepotenti pretese sul coinvolgimento degli europei a Hormuz, ma è un fatto che gli alleati del Patto Atlantico in passato a certe richieste di Washington per una partecipazione europea a iniziative militari “americane” non hanno sempre risposto che non si trattava di una “loro” guerra. Anzi, a dire il vero, non lo hanno fatto quasi mai, almeno in quanto membri dell’alleanza.

Il rifiuto di alcuni paesi, come Francia e Germania, di partecipare all’invasione dell’Iraq, infatti, non fu il frutto di una decisione comune degli europei ma piuttosto una scelta individuale delle cancellerie sulla base di considerazione degli interessi nazionali e degli umori delle loro opinioni pubbliche. Al contrario, l’invasione dell’Afghanistan dopo l’attentato alle torri gemelle fu propriamente una “guerra della NATO” alla quale gli alleati furono chiamati collettivamente dagli americani anche se la sua base giuridica teorica, l’obbligo di intervento collettivo in forza del famoso articolo 5 del Trattato, era palesemente forzata giacché a tutti era chiaro che la decisione di schierarsi a fianco degli USA non era obbligata in presenza di un’aggressione militare generale subìta dal territorio degli Stati Uniti quanto piuttosto da un sia pur gravissimo episodio di terrorismo.

Eppure nessuno disse allora che non si trattava di una “sua” guerra. Quindi, la partecipazione di tutti gli alleati alla “guerra” al terrorismo condotta contro i talebani che avevano molte colpe ma non quella di aver commesso l’attentato alle torri gemelle non ebbe alcun carattere di automatismo dovuto al Trattato ma fu consapevolmente ispirata da ragioni di solidarietà politica con l’alleato più forte.

È appena il caso di ricordare, peraltro, che anche prima dell’attentato di New York, e soprattutto dopo, ci furono all’interno dell’alleanza aperte e profonde discussioni sulla liceità e l’opportunità di interventi della NATO out of area che costituivano di fatto una modifica degli interessi strategici generali dell’alleanza, per esempio nei confronti dell’area indo-pacifica, accompagnata anche da dottrine di futuri dispiegamenti di forza e attuale programmazione militare. Se le cose stanno così si impone una constatazione.

Se oggi il presidente americano si consente di sollecitare un “uso improprio” (per così dire) della NATO è perché un certo stravolgimento della natura dell’alleanza nella sua missione istitutiva e nella sua vocazione regionale è stata accettata e fatta propria in buona misura anche dai suoi membri europei ed è su questo dato di realtà che lui appoggia oggi la sua pretesa. E forse non è per nulla finto lo stupore infuriato con cui ha dovuto ingoiare il rifiuto: poteva, in effetti, aspettarsi ben altra risposta visto e considerato che in passato sono stati i governi da questa parte dell’oceano a reggere il gioco di un impegno globale, non necessariamente solo difensivo e limitato all’area di cui l’alleanza porta il nome:

North Atlantic Treaty Organization. Va aggiunto che questo distorcimento non solo semantico è stato, almeno da un certo momento in poi, fatto proprio in buona misura dalle stesse istituzioni dell’Europa comunitaria le quali, anche per rispondere alle esigenze di sicurezza proprie che gli stati dell’ex impero sovietico rivendicavano al momento della loro adesione, hanno accettato, se non anche proposto in proprio, una certa identificazione delle due entità sovranazionali sotto la comune copertura ideologica di un generico “occidente”.

Una tendenza che dall’altra parte dell’oceano è stata più che assecondata, magari con la buona intenzione di consolidare il campo internazionale delle democrazie, anche, anzi soprattutto, dalle amministrazioni liberal di Washington: fu infatti un presidente democratico, Bill Clinton, a suggerire che agli stati che chiedevano di entrare nell’Unione europea fosse imposto di aderire preventivamente alla NATO. Keir Starmer Ora che il concetto stesso di occidente è messo pesantemente sotto stress dal solipsismo dell’America Maga, la crisi della NATO rischia di far sentire i suoi effetti dirompenti da questa parte dell’Atlantico molto più che dall’altra.

Il fallimento penoso della missione di ponte che Giorgia Meloni si era autoassegnata riflette anche, in fondo, il disvelamento di questo equivoco storico, che è stato, forse, più europeo che americano. Ora è arrivato il momento di constatare come abbia preso drammaticamente corpo il fantasma che ha preoccupato generazioni di politici occidentali fin dagli anni del secondo dopoguerra e massimamente dopo la caduta del Muro di Berlino, il temuto decoupling, ovvero la divaricazione degli interessi fondamentali, non solo strategici, tra l’America e l’Europa.

Un trend cui Donald Trump ha aggiunto il peso formidabile dei suoi malefici istinti autoritari in casa e imperiali nel resto del mondo, ma che in qualche misura è sempre esistito, malamente coperto, quasi esorcizzato, in una pretesa unità politica, ideale, culturale e strategica che spesso era più un confortante wishful thinking delle classi dirigenti occidentali che una solida realtà radicata nei fatti, a cominciare da quelli economici. Correggere questa distorsione, tornare a un assetto sano ed equilibrato dei rapporti tra gli Stati Uniti e l’Europa basato sulla comunanza di alcuni valori e il riconoscimento onesto di differenze che esistono è il compito, molto difficile, che le classi dirigenti democratiche europee dovrebbe cominciare a porsi nella speranza (fondata?) che la tempesta Trump passi con le prossime elezioni americane e porti via con sé il motore forse più potente dell’ondata di destra autoritaria che insidia pesantemente le democrazie di tutti i paesi di ciò che resta – se resta – di quel che fu l’occidente.

Molti ritengono che il primo passo da compiere sia avviare una discussione sulla NATO e su quali dovrebbero essere, oggi, i presupposti della sicurezza in Europa. A cominciare dal riconoscimento della vera minaccia che viene dal neoimperialismo del regime autoritario russo, il quale più che all’invasione territoriale, tradizionale, dell’Europa occidentale, quella su cui la NATO ha costruito nei decenni la sua struttura di difesa, pare orientato piuttosto a una guerra di condizionamento e di svuotamento dall’interno delle democrazie, appoggiando le destre estreme e antieuropee, diffondendo con le armi subdole della guerra ibrida i veleni della paura e del nazionalismo di ritorno, in una evidente sinergia malefica con il trumpismo, la cui tendenza a una concezione spartitoria del mondo in zone d’influenza pare sempre più orientato a lasciare al suo destino l’Europa, non solo in materia di difesa militare ma anche, e di più, in termini di valori di civiltà da condividere.

A giudicare dalle scelte dominanti degli ultimi mesi da parte dei governi e delle istituzioni dell’Unione europea, non pare proprio che ci sia la consapevolezza dei veri pericoli che Putin e Trump, in quanto personalizzazioni di tendenze generali che riguardano i sistemi e trascendono le loro personalità criminali, proiettano sul futuro dell’Europa. La discussione sulla difesa continentale si è arenata sui bassi fondali della tradizione delle guerre d’antan, con costosissimi piani di riarmo a base di missili, cannoni e carri armati del tutto inadeguati alla difesa delle strutture democratiche alla mercé della guerra ibrida e concepiti anche, specialmente in terra di Germania, come impropri piani di riconversioni industriali.

Neppure la massima autorità decisionale dell’Unione, la Commissione europea, per non ferire la sensibilità dei sovranismi ormai dilaganti è stata capace di proporre un vero progetto di difesa che fosse intanto comune e comunque moderna ed efficiente. E questo in un momento in cui la guerra dei droni sta disarticolando tutto il sistema delle possibili iniziative di dialogo in vista di accordi settoriali di disarmo.

Quelli che, per intenderci, fino ai nostri giorni hanno impedito la proliferazione di armi incontrollabili, a cominciare da quelle nucleari. L’intero sistema delle misure di controllo degli armamenti rischia un pericolosissimo collasso.

Una seria discussione sulla NATO, più sulla sua sopravvivenza, argomento che al punto in cui siamo rischia di diventare presto d’attualità, su una sua radicale riforma dovrebbe partire da un punto preciso: il momento storico in cui, subito dopo la caduta del Muro di Berlino e il dissolvimento del Patto di Varsavia, per volere soprattutto del presidente americano di allora, Bush senior si prese la decisione di mantenere in vita l’alleanza pur se aveva con tutta evidenza perso la sua ragion d’essere come strumento di difesa. Le ragioni di quella scelta americana e dell’accondiscendenza con cui l’Europa, a cominciare dalla Repubblica federale, l’accolse sono complicate e materia per il giudizio degli storici.

Alcuni dicono che fondamentale fu la volontà degli americani e anche di molti europei di “ingabbiare” la prevedibile futura Germania riunificata in una solida struttura sovranazionale che ne limitasse eventuali pericolose ambizioni. Sia come sia il mantenimento della NATO e il rifiuto di provare a percorrere la via proposta dal perdente della guerra fredda, Michail Gorbaciov, e cioè un sistema di sicurezza paneuropeo con la partecipazione americana nell’ambito dell’ONU, portò in modo quasi inevitabile i paesi occidentali ad attribuire alla loro sopravvissuta alleanza militare i compiti di elemento risolutore delle controversie internazionali nel senso, sempre, della preminenza degli interessi occidentali.

Cosa che il resto del mondo ha avuto ovvie difficoltà ad accettare. Mutatis mutandis, l’autoattribuzione di compiti che spetterebbero all’organizzazione delle Nazioni Unite ha fatto della NATO a partire dai primi anni Novanta una specie di precursore del ben più deplorevole e risibile istituto del Board of Peace inventato ai giorni nostri come una specie di ONU personale da Donald Trump.

La prima volta in cui questa distorsione ebbe conseguenze dirette fu nelle guerre dopo la dissoluzione della Jugoslavia, quando la difesa di un principio sacrosanto come la difesa delle minoranze venne affidata dalle nazioni occidentali proprio all’intervento della NATO “scippandola” all’ONU. Anche a causa, va detto, della sua assoluta inadeguatezza politica e strutturale, testimoniata nel modo più tragico dall’impotenza dei caschi blu di fronte alla strage di Srebenica.

Forse se allora i paesi europei si fossero impegnati in un serio lavoro per riformare le Nazioni Unite, oggi avrebbero il modo e magari la forza per far valere le ragioni della giustizia e della pace anche nel Golfo Persico. Saremmo ancora in tempo?

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