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Politica

Il No può sventare il colpo di grazia alla democrazia rappresentativa

Venerdì 27 febbraio 2026 ore 15:42 Fonte: Strisciarossa
Il No può sventare il colpo di grazia alla democrazia rappresentativa
Strisciarossa

Ci sono dei momenti, nella storia di una nazione, nei quali è necessario alzarsi in piedi, dire in modo aperto che cosa si pensa e anche dichiarare, se si è chiamati a farlo, come si intende votare. Quello che stiamo attraversando è un momento di questo tipo e ritengo, perciò, doveroso dire quale sarà il mio voto nel prossimo referendum: voterò no.

Ma vorrei cercare di spiegare i motivi che mi portano a una decisione di questo genere. Un punto è diventato chiaro in queste settimane: quello che è in questione non è soltanto il destino, e sarebbe già questa una cosa assai importante, della magistratura.

È in questione qualcosa di più profondo, che attiene a quella che si può chiamare la costituzione interiore dell’Italia e ai princìpi su cui è stata fondata la democrazia repubblicana nel nostro Paese. Come ho detto, e ne sono perfettamente consapevole, i colpi che la legge sottoposta a referendum vuole dare alla magistratura sono assai gravi: la separazione delle carriere, il doppio Consiglio superiore della magistratura, la designazione per sorteggio dei componenti togati.

Vale la pena di riflettere brevemente su quest’ultimo punto: il sorteggio è un espediente tipico di una cultura di carattere populistico. Esso, infatti, prevede che ‘uno valga uno’, che fra gli 8000 magistrati italiani ci sia un’indifferenziata eguaglianza, che il merito – e quindi la qualità individuale – non abbia valore e non debba essere preso in considerazione.

È una posizione tipicamente populistica, diffusa e propagandata dal Movimento Cinque Stelle nella fase in cui era governato da Grillo e Casaleggio, i quali, va sempre ricordato, ebbero l’acume di servirsi della rete e dei nuovi mezzi informatici. Vorrei essere chiaro, però, su un punto: io stesso credo che anche nel caso della magistratura possano essere necessari degli interventi, anche significativi.

Qualunque corpo, sia esso semplice oppure misto, è sottoposto a un processo di corruzione e ha quindi bisogno di essere riportato ai princìpi, come diceva un notevole teorico della politica. Come ho già detto, il referendum si riferisce alla questione della magistratura, ma al suo centro ha problemi assai più profondi.

Mi esprimo anche qui in modo sintetico: coinvolge il destino della democrazia rappresentativa del nostro Paese, in crisi ormai da molti anni – volendo fare una periodizzazione, occorre partire dagli anni Settanta –, dallo scontro che ci fu in quegli anni fra forze riformatrici e forze conservatrici, e dalla vittoria che per una serie di motivi conseguirono queste ultime. Non svolgo ora un ragionamento di carattere analitico, ma certo in quella sconfitta ebbe un peso decisivo l’assassinio di Aldo Moro ad opera delle Brigate rosse, che furono la manovalanza usata da forze sia italiane che internazionali – a cominciare dagli Stati Uniti d’America –, le quali non volevano che avesse successo in Italia una politica di apertura nei confronti del Partito Comunista.

Non si riflette sempre su questo punto, ma Aldo Moro e con lui Enrico Berlinguer stavano mettendo in discussione gli assetti usciti dalla guerra, consolidati poi a Jalta fra le potenze che avevano vinto contro il nazismo e contro il fascismo. Mi interessa invece sottolineare che è allora appunto che comincia la crisi della democrazia rappresentativa nel nostro Paese, e cominciano a consolidarsi quelle che saranno poi le componenti di carattere propriamente populistico che hanno determinato la vita nazionale italiana fino ai nostri anni.

Bisognerebbe riflettere appunto sugli anni Ottanta, sigillati in alcuni eventi ed immagini cruciali: il referendum sulla scala mobile, la morte a Padova di Enrico Berlinguer, le trasformazioni di carattere sociale, politico, antropologico che si determinano  in quel decennio, la ‘Milano da bere’: un’espressione appunto che condensa quello che stava avvenendo nel sottosuolo dell’Italia e che essenzialmente riguardava il progressivo curvarsi in senso individualistico delle esigenze di emancipazione e di liberazione che si erano imposte negli anni Settanta e avevano trovato un’espressione concreta in legge fondamentali come quelle sul divorzio, e sull’aborto, sullo statuto dei lavoratori, sul servizio sanitario nazionale. Da questo punto di vista la ‘modernizzazione’ invocata dal Partito Socialista di Craxi ha aperto la strada alle componenti proprie del populismo affermatosi in Italia negli anni Novanta in modo particolare con Berlusconi, il quale rappresenta un vero e proprio punto di svolta nella storia nazionale italiana, e proprio in rapporto al destino nel nostro Paese della democrazia rappresentativa.

Troppe volte sbeffeggiato e sottovalutato, il berlusconismo è stato un fenomeno di grande portata non solo in Italia, ed è appunto con Berlusconi che si affermano in modi compiuti alcuni tratti tipici del populismo, che vengono evocati anche in questi giorni, a cominciare dalla tesi alla quale fa continuamente ricorso la presidente del consiglio secondo cui l’unico fondamento del potere è il popolo, che occorre perciò  rispondere solamente al popolo, con un radicale stravolgimento dei principi di una democrazia rappresentativa. Berlusconi, come si ricorderà, varò una serie impressionante di leggi per consolidare il proprio potere, affermando sempre, anche egli con costanza, che l’unico fondamento del suo potere era il popolo, che solamente al popolo doveva dare conto, con una svalutazione evidente delle dinamiche proprie di una Repubblica di matrice liberale, com’era la nostra.

Ma c’è un altro punto da sottolineare per comprendere la crisi della democrazia rappresentativa: essa è stata profondamente legata alle politiche di massa e ai partiti di massa del nostro Paese. Era figlia di quella cultura, della politicizzazione di massa caratteristica del XX secolo.

Da questo punto di vista la crisi della politica rappresenta un colpo assai serio alla democrazia rappresentativa quale si era sviluppata in Italia; e ad essa hanno dato un colpo decisivo due azioni: da un lato, quella della Lega, dall’altro quella della magistratura, la quale assunse con Mani pulite un ruolo politico decisivo nel nostro Paese, condizionandolo in modo profondo e anche costruendo, intorno a sé stessa, un largo consenso a livello popolare. Naturalmente in Italia agivano anche le forze della sinistra, le quali hanno anche avuto importanti responsabilità di governo, ma sono state chiamate in entrambi i casi a sanare in primo luogo i danni fatti dalla destra al potere, a cercare di rimettere in ordine quello che era stato scomposto e disordinato, perdendo quindi slancio riformatore e creativo, per il tipo di lavoro che sono state chiamate a fare.

L’arma alla quale la sinistra ha pensato di ricorrere per cercare di contenere la crisi della democrazia rappresentativa sono state le primarie, che hanno rappresentato il ricorso a un principio proprio della democrazia diretta, con due elementi critici che hanno pesato anch’essi nella crisi della democrazia rappresentativa: da un lato le primarie hanno fatto appello, anch’esse, al popolo, come soggetto e fondamento del potere; dall’altro hanno contribuito alla costruzione di un modello di leader, che c’era stato nella storia del movimento operaio, ma che è venuto assumendo, proprio per il richiamo a popolo, una funzione e un rilievo per molti aspetti del tutto nuovo. La crisi della democrazia rappresentativa si è legata quindi, da un lato, alla crisi della democrazia di massa, alla fine dei partiti di massa; dall’altro al costituirsi di nuovi organismi e di nuovi modelli politici, sociali e anche antropologici che si sono sviluppati – ed anche questo è un tratto tipico del populismo – attraverso una contrapposizione fra governati e governanti, fra popolo e istituzione, con  un attacco costante ai princìpi costituzionali e a quelli propri di una concezione rappresentativa della politica.

Da  questo punto di vista, il populismo è stato la linea rossa che ha attraversato la vita politica italiana dagli inizi degli anni Novanta fino ad ora incarnandosi in varie formazioni politiche: all’inizio i Cinque stelle, poi la Lega, oggi Fratelli d’Italia, i quali sono riusciti ad andare al potere, perché hanno avuto l’astuzia di non aderire al governo di Mario Draghi, di rimanere fuori dagli assetti di potere di quel momento, presentandosi all’elettorato come la forza che voleva rappresentare i bisogni e gli  interessi del popolo, dei governati rispetto ai governanti secondo un modulo tipico dell’ideologia e della propaganda di matrice populistica. Ovviamente il successo dei populisti è stato anche reso possibile dai limiti delle forze riformatrici di sinistra che, anche quando sarebbe stato necessario, non hanno fatto la scelta di andare alle elezioni, affidandosi a governi tecnici, i quali, proprio per la loro natura, hanno accentuato la crisi della democrazia rappresentativa, e la contrapposizione fra governanti e governati, i quali non venivano chiamati a far sentire la propria voce in momenti drammatici della vita del Paese.

In sintesi: da decenni ormai assistiamo nel nostro Paese al declino della democrazia rappresentativa per una pluralità di responsabilità che riguardano certamente anche le forze riformatrici, che non sono riuscite a individuare soluzioni e proposte in grado di costituire quella che è la linfa vitale di una democrazia di quel tipo, cioè la partecipazione dei cittadini alla vita delle istituzioni. La rottura del nesso fra governati e governanti è il fondamento del populismo, e non aver agito su questo piano è stato uno dei limiti di fondo delle forze di sinistra.

Le forze politiche della prima Repubblica e la stessa democrazia rappresentativa hanno avuto come interlocutrici le masse, alle quali si sono progressivamente sostituiti prima il popolo, concepito in termini indifferenziati e poi la folla, che come è noto va dietro alla forze che sono capaci di stimolarne in maniera più efficace gli istinti, i risentimenti, le rabbie, come è avvenuto appunto negli ultimi anni nel nostro Paese. Mi sono soffermato nel delineare uno schizzo sommario di quello che è accaduto nel nostro Paese negli ultimi decenni perché ritengo che la legge oggetto del referendum sia un momento preciso di questa lunga lotta – talvolta aperta, altre volte in forma omeopatica – che le forze della destra stanno facendo contro la democrazia rappresentativa, cercando di riportare nel nostro Paese un modello di democrazia illiberale  e autoritaria, diffuso in altre parti del mondo ma estraneo alla nostra  tradizione, almeno dalla caduta del fascismo.

Al populismo – e su questo occorrerebbe un discorso più lungo – è infatti immanente l’esito autoritario, dispotico. È una sequenza accertata sul piano storico: la crisi della democrazia rappresentativa genera il declino della distinzione dei poteri e l’affievolirsi del rapporto tra governanti e governati; questo genera conflitti, discordie, rottura dei legami, sia individuali che sociali; da questa rabbia, da questo risentimento, deriva il populismo, che genera impulsi autoritari e dispotici.

Questa è in altre parole la posta in gioco, e di questo bisogna avere consapevolezza per cercare di contrastare un disegno che, se andasse avanti, getterebbe la democrazia rappresentativa in una crisi ancora più profonda. Da questo punto di vista, quello che accade in America potrebbe essere rappresentato come il futuro che ci aspetterebbe se le forze della destra vincessero il referendum: il disprezzo pieno del diritto internazionale, il rifiuto della legge nei confini nazionali, lo sviluppo di nuove forme di autoritarismo e di dispotismo, l’esplosione di un nazionalismo e di un protezionismo che sembravano avviati a un definitivo tramonto, il richiamo al popolo come unico fondamento del potere con la progressiva delegittimazione delle istituzioni parlamentari rappresentative e della magistratura, la scelta della guerra come strumento ordinario di lotta politica.

Questo può essere il nostro futuro, se non lo combattiamo. Se questo è vero, il compito fondamentale delle forze riformatrici è impegnarsi per ‘riportare ai princìpi’ la democrazia rappresentativa, e questo vuol dire individuare nuove forme di partecipazione che siano in grado di ristabilire nuovi rapporti fra governanti e governati: il fondamento ultimo di una democrazia rappresentativa, che deve essere adeguata al tempo in cui viviamo, se non vuole essere travolta dai nuovi barbari che stanno bussando alle porte.

Naturalmente una nuova democrazia rappresentativa deve tener conto del mondo in cui viviamo e in primo luogo della rete e dei nuovi strumenti informatici. Sta anche qui, nel tener conto di questo, la nostra responsabilità.

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