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Minneapolis: la resistenza quartiere per quartiere contro i raid dell’ICE, la polizia privata di Trump

Venerdì 23 gennaio 2026 ore 09:20 Fonte: Valigia Blu
Minneapolis: la resistenza quartiere per quartiere contro i raid dell’ICE, la polizia privata di Trump
Valigia Blu

La morte di Renée Nicole Good, uccisa dai colpi sparati da un agente dell’ICE a Minneapolis il 7 gennaio 2026, è stata uno dei momenti chiave nella cronaca di quanto stava avvenendo da settimane in Minnesota. Agenti federali mascherati, controlli in strada, fermi di veicoli e persone portate via dai marciapiedi o dalle proprie case, in un clima da assedio dove l’ICE agisce come la polizia privata dell’amministrazione Trump, consapevole quindi di godere di un’impunità che arriva da Washington.

Come l’ICE sta diventando la forza di polizia ‘privata’ di Trump Su The Verge, il giornalista di Minneapolis Scott Meslow ha dato un quadro molto duro della situazione effettiva creata dall’ICE: Vivo a Minneapolis.

Sono cresciuto non lontano da qui, in un sobborgo di St. Paul; dopo aver vissuto su entrambe le coste, mia moglie ed io ci siamo stabiliti qui per crescere le nostre figlie in uno Stato gelido che ci ha sempre accolto calorosamente.

Mentre l'occupazione in corso da parte di oltre 3.000 agenti dell'ICE si protrae nella sua terza settimana, senza una fine chiara in vista, ho ricevuto una serie continua di messaggi da amici sempre più preoccupati in tutto il paese. Tutti iniziano allo stesso modo:

Ehm... è davvero così grave come sembra dall'esterno? La mia risposta a questa domanda è facile: no, è peggio. [...] Nessuno, e certamente non gli stessi agenti dell'ICE, si preoccupa davvero della scusa che sono qui per rendere la città più sicura.

Questa è la campagna di vendetta di Donald Trump, e loro sono i soldati semplici. Ma proprio in città come Minneapolis e nell’area metropolitana delle Twin Cities si sta scrivendo anche un’altra storia: quella delle comunità che, quartiere per quartiere, si organizzano per fronteggiare la brutalità dell’ICE.

Un insieme di tattiche, pratiche e mobilitazioni che, sulla scia di quanto visto in altre città, come Los Angeles o Chicago, rappresenta una vera e propria forma di resistenza, e che non si esaurisce in marce o cortei. Contro la violenza di Trump, i cittadini americani sperimentano proteste pacifiche e satiriche dal basso Nel Minnesota, questa resistenza si appoggia a reti di vicinato e pratiche che permettono a un vasto numero di persone di partecipare.

Anche quindi a cittadini che non erano mai stati particolarmente attivi politicamente, senza quindi un curriculum di militanza. Sono in molti casi reti pre-esistenti, come club di quartiere o chat di vicinato, ma che si sono adattate al nuovo contesto di emergenza.

Lo Star Tribune descrive un sistema fatto di pattugliamenti di civili che girano per ore in zone sensibili, inseguendo SUV con vetri oscurati per leggere le targhe e capire se a bordo ci siano agenti o equipaggiamento tattico. In parallelo, attiviste e attivisti condividono in tempo reale informazioni e provano a localizzare arresti o fermi in corso, per allertare chi può arrivare sul posto.

Dal canto loro, gli agenti dell’ICE hanno iniziato a sviluppare contromisure, come guida aggressiva, manovre in contromano o targhe condivise tra auto diverse, proprio per rendere più difficile l’essere tracciati. Ad aumentare l’efficacia di questi network è stato il passaggio da una fase reattiva a una di organizzazione e formazione diffusa.

In chiese e palestre scolastiche si tengono incontri serali in cui si spiegano i mandati e come riconoscerli, si invitano le persone a registrare la condotta degli agenti per costruire materiale utile a contestazioni legali, e si condividono strumenti per coordinare le risposte rapide. Le reti di vicinato si mobilitano anche per accompagnare bambini e bambine a scuola, preparare e consegnare pasti a famiglie che evitano supermercati e luoghi pubblici, e si occupano di bisogni pratici dopo un fermo improvviso: recuperare auto lasciate in strada, cercare persone finite in un centro di detenzione, aiutare a trovare avvocate e avvocati.

Si cerca quindi di standardizzare e diffondere il più possibile condotte di resistenza attiva. Il fischietto è diventato uno dei simboli più visibili di questa fase.

Il suo uso è duplice: da una parte c’è il bisogno di richiamare l’attenzione facendo arrivare più osservatori possibili, dall’altra si cerca di creare una distrazione rumorosa che impedisca di agire senza testimoni. Vengono suonati con diverse modalità, a seconda dell’emergenza da segnalare.

Fischi rapidi per segnalare la presenza di agenti dell’ICE nell’area (“anche solo per la pausa pranzo”), fischi prolungati se qualcuno viene arrestato. In alcuni casi è stato possibile bloccare gli arresti.

In altri, invece, ci sono stati scontri, con cittadini che lanciavano palle di neve contro gli agenti dell’ICE che usavano lo spray al peperoncino. Tra le realtà impegnate c’è Monarca, che si presenta come una coalizione che addestra osservatori di vicinato e adotta tattiche di azione nonviolenta.

Sul proprio sito, l’organizzazione sostiene di aver formato oltre 20 mila persone in Minnesota come osservatori. Naturalmente la comunità somala è in prima linea tra i soggetti impegnati nell’organizzazione dal basso, essendo stata presa di mira dalla propaganda razzista dell’amministrazione Trump e dai raid dell’ICE.

Nelle Twin Cities una parte della risposta più organizzata arriva in quartieri come Cedar-Riverside, già esposti da settimane a un incremento di fermi e controlli mirati. Abdi Rahman, membro fondatore di una pattuglia di quartiere, ha spiegato a The Intercept il passaggio critico vissuto dalla comunità somala.

“Quando l'ICE ha iniziato a fare la sua comparsa nei nostri quartieri”, ha raccontato, “ci siamo resi conto che non potevamo combattere il governo federale. Ma potevamo unirci e pattugliare il quartiere, tenere lontano l'ICE, allentare la tensione e tenere alcuni di questi pazzi di destra fuori dal nostro quartiere”.

Un esempio dei “pazzi di destra” tenuti fuori dagli spazi cittadini è arrivato sabato scorso, quando a Minneapolis si è radunato un piccolo presidio pro-ICE organizzato a Minneapolis da Jake Lang,attivista di estrema destra con posizioni anti-Islam e anti-somale. Lang aveva annunciato sui social l’intenzione di bruciare un Corano sui gradini del City Hall, ma al suo raduno si sono presentate poche persone, a fronte di centinaia di contro-manifestanti.

Alla fine Lang e i suoi sono stati costretti ad allontanarsi. Secondo quanto riporta il Guardian Lang aveva lividi e cicatrici sulla testa.

Anche in questo caso pattugliamenti e proteste sono solo uno degli aspetti della mobilitazione comunitaria, che hanno un altro elemento centrale nel lavoro di cura. “I non cittadini hanno smesso completamente di uscire”, racconta Rahman, “compriamo la spesa e gliela portiamo a casa”.

Questa infrastruttura sociale è parte dello stesso movimento di resistenza, permettendo alle famiglie più vulnerabili di reggere sia la paura di raid e arresti, sia le conseguenze economiche del non potersi muovere liberamente per i quartieri, incluso l’andare al lavoro. Il metodo Trump: violenza e terrore dentro e fuori l’America La crescita di reti di osservazione e mutuo soccorso avviene mentre l’amministrazione Trump tenta di ricondurre ogni resistenza dentro una cornice perseguibile penalmente.

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha rilasciato una dichiarazione dove afferma che “ostacolare le forze dell’ordine non è una forma di protesta, ma costituisce un crimine”. Il 20 gennaio, inoltre, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha comunicato di aver notificato mandati di comparizione del grand jury a vari uffici pubblici del Minnesota, tra cui quelli del governatore Tim Walz e del sindaco di Minneapolis Jacob Frey.

Secondo una fonte vicina alle indagini, sono accusati di aver cospirato per ostacolare gli agenti dell’ICE. Questi tentativi di repressione finora non hanno però fermato le mobilitazioni, che proprio nella giornata di oggi sono culminate in uno sciopero generale a Minneapolis.

Secondo il sito Payday Report, sono state segnalate azioni di solidarietà in “almeno 120 città” negli Stati Uniti, con numeri destinati. L'epicentro di questo sciopero generale sono stati sindacati, capi religiosi, organizzazioni comunitari e imprese locali.

L'obiettivo è quanto mai esplicito: spingere gli agenti dell'ICE ad andarsene. (Immagine anteprima: frame via YouTube)

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