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In Cile si è insediato Kast

Lunedì 16 marzo 2026 ore 16:00 Fonte: Terzogiornale
In Cile si è insediato Kast
Terzogiornale

José Antonio Kast (vedi anche qui) ha prestato giuramento come nuovo presidente a Valparaíso, la città dove dal 1990 ha sede il Congresso nazionale cileno, e da dove, l’11 settembre 1973, il colpo di Stato è iniziato con la rivolta della Marina militare. Con il suo insediamento, il Cile ha intrapreso la svolta più radicale verso destra dalla fine della dittatura, e ha definitivamente chiuso il lungo processo aperto, nell’ottobre del 2019, dalle proteste sociali, e pagato con trenta morti tra i manifestanti e 464 persone colpite agli occhi dai perdigones, i proiettili sparati dalle forze dell’ordine.

Un processo che aveva acceso grandi speranze di cambiamento, partorito una bozza di nuova Costituzione, considerata tra le più avanzate al mondo (ma successivamente bocciata), e portato alla Moneda il giovane leader studentesco, Gabriel Boric, espressione di una nuova sinistra multicolore e meticcia, con la promessa che il Paese sarebbe stato la tomba del neoliberismo. L’avvento di Kast cancella la speranza di molti cileni di poter finalmente espellere dalla società i veleni del pinochettismo ancora presenti, rendendo il Paese meno diseguale con l’introduzione di un modello sociale ispirato ai princìpi di solidarietà.

Kast corrisponde a una svolta ideologica verso i valori della destra globale, quella di Milei, di Orbán, di Alice Weidel, di Santiago Abascal e di Giorgia Meloni, l’internazionale nera che fa riferimento a Trump. Ha saputo offrire una risposta alla delusione della gente per la mancanza dei cambiamenti desiderati, che la stagione dei progressisti al governo non ha saputo portare.

Segna, infine, un’ennesima grave sconfitta per la sinistra latino-americana. Il fatto che Kast abbia fatto ricamare lo stemma nazionale sulla sua fascia presidenziale – un simbolo indossato per l’ultima volta da Pinochet e dismesso dai suoi successori – rappresenta simbolicamente il ritorno al potere della destra più estrema, che potrebbe perfino riportare il Paese alla dittatura.

Il nuovo presidente ha saputo sfruttare le preoccupazioni per l’aumento della criminalità e per l’insicurezza economica dei cileni, facendo ricadere le colpe di questa situazione sulla rivolta del 2019, indicata come la causa primaria della crisi sociale del Paese. Additando come unica via d’uscita dal caos, originato dalla sinistra, il ritorno ai valori tradizionali propri dell’estrema destra globale – Dio, patria, famiglia –, Kast è riuscito ad accreditarsi come difensore dell’ordine sconvolto dall’immigrazione irregolare, identificata tout court come criminalità, contro cui erigere muri alle frontiere e ricorrere alle espulsioni.

E si è proposto come l’iniziatore di un’era di rinascita, per dare vita alla quale ha varato un governo composto da esponenti del mondo imprenditoriale e dell’università, che opererà con misure incisive nei prossimi tre mesi. Dato che non potrà contare su una maggioranza parlamentare che lo sostenga, Kast – come il Milei della fase precedente alle elezioni di metà mandato dell’ottobre scorso – dovrà cercare l’appoggio del Congresso, preparandosi ad affrontare l’opposizione dei movimenti sociali, già in allarme, nelle piazze, qualora volesse restringere i diritti conquistati.

Cercando di svuotare, sulla scia di quanto stanno facendo ovunque le nuove destre al governo, i poteri del parlamento a favore di quelli presidenziali. In una recente intervista a Canal 13, Kast ha annunciato che concederà la grazia ai poliziotti e ai militari condannati per eccessi commessi durante la dura repressione dell’estallido social, scoppiato durante la presidenza di Sebastián Piñera, e dall’estrema destra sminuito a estallido criminal, cioè a un’esplosione criminale.

L’atto di clemenza conferma la promessa che Kast aveva fatto durante la campagna del 2025, quando aveva detto che avrebbe perdonato “tutti” gli agenti arrestati per i crimini commessi durante quel periodo, poiché riteneva che fossero “perseguitati”, con l’intento di “recuperare la pace con il dialogo”. In quel torno di tempo, Kast si era anche detto disponibile a studiare la grazia per alcuni militari condannati per violazioni dei diritti umani, durante la dittatura di Augusto Pinochet, il cui bilancio registra più di quarantamila vittime, tra persone detenute, uccise, disperse, torturate ed esiliate, e più di 3.200 persone giustiziate o fatte sparire da agenti statali.

Se l’avvento di Kast alla presidenza cilena conferma la tendenza allo spostamento a destra registrato in Sudamerica, per Trump il neopresidente rappresenta un nuovo amico che va ad aggiungersi alla dozzina di leader governativi conservatori affini al tycoon newyorkese, riunitisi, lo scorso 7 marzo, in un resort di Doral in Florida per aderire allo Shield of the Americas, il cui scopo è quello di “usare la forza militare letale” contro i cartelli della droga, considerati una minaccia diretta alla sicurezza dell’emisfero. Durante il vertice, Trump ha criticato duramente il Messico, che ha definito “l’epicentro della violenza dei cartelli”, e si è rammaricato che la presidente, Claudia Sheinbaum, rifiuti la possibilità di operazioni militari statunitensi in territorio messicano.

Lo strumento raggruppa, tra gli altri, Argentina, Ecuador, El Salvador, Panama, Paraguay, Repubblica dominicana, e sarà coordinato da Kristi Noem, recentemente licenziata da Trump dalla carica di ministra della Sicurezza nazionale dopo le scorribande dell’Ice in Minnesota. Rientra nella più ampia strategia messa in atto da Washington per rafforzare la sua influenza nell’emisfero, e potrebbe preparare il terreno per future operazioni più aggressive.

Paradossalmente, in esso non figurano Paesi come il Messico e la Colombia, di certo centrali per il narcotraffico, e nemmeno il Brasile. Ciò ha suscitato le proteste di Gustavo Petro, e spinto Lula a considerare la necessità che il suo Paese rafforzi le difese contro possibili aggressioni esterne.

Secondo Juan Gabriel Tokatlian, professore di Relazioni internazionali presso l’Università Torcuato Di Tella di Buenos Aires, l’esclusione del Messico, della Colombia e del Brasile “forse è dovuta all’orientamento degli attuali governi in quei Paesi, ma anche al fatto che Washington vuole aumentare la pressione su di loro”. In altre parole, secondo Tokatlian, Trump punta a diventare il capo di un’internazionale nera nel continente, e ha selezionato gli invitati sulla base della loro posizione politica.

Per quanto non fosse ancora in carica, Kast ha partecipato alla riunione in Florida, confermando la sua affinità ideologica con “The Donald”. Rientra a pieno titolo tra gli “amici” di Washington, come ha avuto modo di sottolineare il segretario di Stato americano, Marco Rubio.

Conseguentemente, il vicesegretario di Stato americano, Christopher Landau, capo della delegazione di Washington durante la cerimonia di investitura del nuovo presidente, ha firmato un accordo con Kast, con cui i due Paesi hanno concordato di avviare un meccanismo di cooperazione per coordinare le azioni nella fornitura di minerali critici e terre rare, risorse considerate strategiche per l’industria tecnologica e la transizione energetica. I minerali critici includono elementi come litio, rame (di cui il Cile è il più grande produttore mondiale), cobalto e nichel, oltre alle cosiddette terre rare.

Ciò detto, uno dei maggiori problemi che il suo governo dovrà affrontare sarà quello dei rapporti con la Cina, con cui il Cile intrattiene relazioni diplomatiche dal 1970, mantenute anche dopo il golpe di Pinochet. Pechino è il suo principale partner commerciale, con gli Stati Uniti solo al secondo posto, mentre Trump è impegnato a ridurre il più possibile la presenza del gigante asiatico nella regione.

Santiago esporta in Cina il rame, i suoi derivati, e il litio; e anche prodotti come ciliegie, limoni, vino e salmoni, per una somma, l’anno scorso, pari a 65.332 milioni di dollari. Verso gli Stati Uniti esporta più o meno gli stessi prodotti, ma per un importo economico ben inferiore, dato che nel 2025 la somma è stata di 33.908 milioni di dollari.

Una realtà, questa, che dovrebbe spingere Kast a mantenere l’equilibrio che ha caratterizzato la politica economica dei vari governi che si sono avvicendati negli ultimi trent’anni, impegnandolo a garantire, da una parte, la massima lealtà ideologica nei confronti degli Stati Uniti e, dall’altra, un rapporto il più pragmatico possibile con Pechino. Non a caso, a una domanda di un giornalista, che gli ha chiesto se la sua partecipazione allo Shield of the Americas poteva compromettere le relazioni con i cinesi, Kast ha risposto dicendo che “non è incompatibile avere le migliori relazioni con la Cina e gli Stati Uniti”.

Anche se la risposta del suo governo al progetto del cavo in fibra ottica che dovrebbe unire Hong Kong e Cile, avviato dal governo Boric, contro il quale si è espressa l’amministrazione Trump, porterà a una sua probabile cancellazione. Se è prevedibile che Kast cercherà di sostenere l’impresa cilena, tenendosi alla larga da progetti che non potrà accettare senza entrare in conflitto con l’alleato nordamericano, grazie alla sua affinità ideologica con l’attuale inquilino della Casa Bianca, il nuovo presidente ha rasserenato le relazioni con Washington, nel recente passato spesso raffreddate dai distinguo e dalle critiche di Boric nei confronti delle politiche di Trump, a cominciare dall’avventura venezuelana.

Quanto saprà tenere testa, poi, alla ventata neoimperialista di Trump, che vuole tutti i Paesi dell’emisfero docilmente allineati e disponibili a cedere le loro risorse a sostegno degli Usa, impegnati nel titanico scontro con la Cina, è tutto da vedere. Gli esempi offerti dai governi di destra attualmente in carica in America latina, e perfino dal Venezuela della chavista Delcy Rodríguez diventata una collaboratrice di Trump, non lascerebbero adito a speranze.

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