Mercoledì 8 aprile 2026 ore 20:00

Notizie

Referendum giustizia: governo bocciato, ma l’opposizione non è promossa

Mercoledì 25 marzo 2026 ore 08:17 Fonte: Valigia Blu
Referendum giustizia: governo bocciato, ma l’opposizione non è promossa
Valigia Blu

Il Referendum costituzionale confermativo sulla Giustizia ha visto il No prevalere sul Sì, con il 53,23 per cento contro il 46.77, a fronte di un’affluenza del 59 per cento. Pertanto la Riforma della Giustizia del Governo Meloni non ha ottenuto il via libera degli elettori.

Questo risultato ha avuto ripercussioni sia per il Governo sia per l’opposizione. A destra, tra le file del governo, ci sono state le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro - finito al centro delle polemiche perché deteneva quote di una società e di un ristorante vicino alla famiglia del clan criminale Senese - e il Capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi - che aveva invece paragonato i magistrati a un plotone d’esecuzione.

In queste ore è poi in corso il pressing anche sulla ministra del Turismo Daniela Santanché, pubblicamente invitata dalla Presidente del Consiglio a rassegnare le dimissioni, in quanto coinvolta in inchieste e procedimenti giudiziari. Al contrario i principali partiti di opposizione hanno visto nella sconfitta del Sì, e quindi del Governo, uno spiraglio.

La leader del Partito Democratico Elly Schlein ha dichiarato in conferenza stampa: “Il paese chiede un'alternativa e noi abbiamo la responsabilità di organizzarla.

C'è già una maggioranza alternativa al governo. Questo voto ci consegna una grande responsabilità.

Lavoreremo con le forze della coalizione progressista per costruire l'alternativa” La vittoria del No rappresenta un avviso di sfratto per il Governo Meloni, dichiara invece il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte in un’intervista su Il Corriere della Sera. Nella stessa intervista, Conte parla di un’accelerazione per quel che riguarda il progetto del Campo Largo che non verrebbe più solo dai partiti, ma anche dagli elettori che si sono mobilitati per il No.

Il responso delle urne a questo referendum permette, però, di evidenziare un apparente paradosso insito nel panorama politico odierno. Da una parte l’elettorato manifesta un forte dissenso nei confronti del Governo Meloni e delle sue politiche; dall’altra parte, però, i sondaggi sulle intenzioni di voto registrano variazioni contenute.

Proprio tenendo conto di questo apparente paradosso si può avere una visione d’insieme di quello che sta succedendo nel paese in questo momento e di quello che potrebbe succedere in futuro: il referendum segnala un dissenso nei confronti del governo, ma attualmente questo non viene intercettato dall’opposizione, generando una sostanziale stabilità nelle intenzioni di voto. Di cosa parliamo in questo articolo:

Un referendum tecnico, dunque politico Il dissenso nei confronti del Governo  L’opposizione non è promossa La sfida per l’opposizione Un referendum tecnico, dunque politico Per comprendere più approfonditamente la situazione è necessario partire da una constatazione: il quesito referendario su cui abbiamo votato era estremamente tecnico, a tratti proibitivo anche per persone che seguono assiduamente la politica. La questione della separazione delle carriere e del sorteggio dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura sono questioni che richiedono una conoscenza approfondita del diritto e dell’impalcatura istituzionale dello Stato.

Inoltre, come ha avuto modo di specificare anche la Presidente del Consiglio durante il Pulp Podcast, l’esito della riforma - qualora avesse vinto il Sì - sarebbe a sua volta dipeso dai Decreti Attuativi. Questa precisazione rende ancora più chiara la natura del voto.

Anche qualora l’elettore si fosse informato approfonditamente e avesse compreso nella sua interezza le possibili ricadute della riforma, il voto si sarebbe a sua volta basato su un atto di fede riguardo le intenzioni del Governo Meloni condizionato al risultato del referendum. Prendendo assieme queste osservazioni, si può quindi affermare che una fetta importante dell’elettorato non ha votato nel merito della riforma, come già era successo durante il referendum Costituzionale del 2016 che aveva portato alle dimissioni del Governo Renzi.

Il voto è stato più politico che nel merito della riforma. Tra le altre cose, non è inverosimile che gli stessi partiti di governo fossero consapevoli di questa natura.

D’altronde, la separazione delle carriere non era la portata principale delle riforme costituzionali proposte dalla compagine di destra al governo. Il progetto del Presidenzialismo o, nella sua versione annacquata, del Premierato è sparito dai radar.

Un referendum estremamente tecnico e con ripercussioni minori per il Governo può funzionare di fatto come feedback dall’elettorato in ottica elezioni legislative, in quanto permette di comprendere quanto questo sia allineato al governo. Il dissenso nei confronti del Governo  Il risultato del referendum segnala una disaffezione da parte degli elettori nei confronti del Governo Meloni, nonostante sia necessario sottolineare che non si tratta dell’unico fattore che ha inciso sull’esito.

Di per sé, anche le rilevazioni statistiche segnalavano che il tasso di approvazione di Giorgia Meloni mostrava una prevalenza dei delusi, nonostante una forte polarizzazione che permette alla Presidente del Consiglio di rimanere tra i leader più apprezzati rispetto ai suoi corrispettivi negli altri paesi. Un recente sondaggio IPSOS, pur confermando le stime precedenti sul tasso di fiducia nei confronti di Meloni e analoghe per il governo, rileva che il 69 per cento degli italiani ritiene che il paese stia prendendo una direzione sbagliata.

Sempre per IPSOS il 67 per cento degli italiani non ha una percezione positiva della situazione economica italiana. Il dissenso nei confronti di Meloni - elevato in valore assoluto, ma relativamente più basso rispetto ad altri Stati - può essere spiegato dalla traiettoria politica dell’Italia.

A differenza degli altri paesi europei dove i partiti della destra radicale non sono ancora arrivati al governo, raccogliendo sempre più consenso, in Italia abbiamo già avuto le esperienze della Lega di Salvini, prima, e di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, poi. Se invece riavvolgiamo il nastro e guardiamo alle performance elettorali nel nostro paese durante l’ultimo decennio, si nota una regolarità interessante.

I partiti che hanno vinto le elezioni legislative o europee, erano partiti rinnovati - come il PD di Renzi nel 2014 o la Lega di Salvini nel 2019 - o che non erano mai stati al governo - come il Movimento 5 Stelle nel 2018 o appunto Fratelli d’Italia nel 2022. A differenza quindi di altri Stati, l’Italia si ritrova in una situazione in cui tutti i principali partiti sono stati al governo almeno una volta.

Una situazione di equilibrio come quella odierna rappresenta una possibile spiegazione per comprendere i numeri dietro questo malcontento nei confronti di Meloni. Il paese è profondamente polarizzato, ma l’assenza di un’alternativa inedita, cioè non segnata da precedenti esperienze di governo, produce una frattura che finisce per rafforzare la posizione dell’attuale presidente del Consiglio.

Pur con le dovute differenze con gli altri paesi europei, si assiste a una prevalenza degli scontenti nei confronti del governo, che supera il 50 per cento. Questo dato dipende, in parte, dalla natura stessa del governo - inquadrato nell’internazionale sovranista con a guida gli Stati Uniti di Trump.

La situazione economica, però, gioca probabilmente un ruolo fondamentale, come già sottolineavamo poc’anzi con i dati IPSOS. Durante i primi anni di governo, Meloni e i partiti che la sostenevano si sono ritrovati in una fase positiva del ciclo economico - con un aumento degli occupati e una crescita sostenuta - che permetteva di compensare gli effetti negativi, dal punto di vista del consenso, dell’inflazione.

Oggi la situazione economica è meno rosea. Già durante la precedente Legge di Bilancio, il governo era dovuto intervenire per destinare più risorse alla crescita.

Più recentemente, le tensioni geopolitiche e la dipendenza dagli idrocarburi hanno spinto al rialzo i prezzi dell’energia e dei carburanti, con il rischio di alimentare ulteriore malcontento nei confronti del governo. Anche solo considerando il prezzo raggiunto da Diesel e Benzina, qualora lo shock dovesse rivelarsi persistente, questo andrà a influire su tutta la filiera, in quanto buona parte dei beni viaggiano su gomma.

Ciò a sua volta porterebbe a un aumento dei beni di consumo, che colpiscono maggiormente famiglie a medio-basso reddito, che destinano una maggior fetta del loro reddito ai consumi. Proprio un peggioramento della situazione economica, con un eventuale aumento dell’inflazione e un effetto negativo sulla produzione industriale dei prezzi dell’energia, possono erodere ancora di più il consenso nei confronti del governo.

L’opposizione non è promossa Il risultato delle urne può essere letto, dunque, come una bocciatura più generale dell’azione del Governo Meloni da parte dell’elettorato. Non si deve però trarre la conclusione opposta - da qui la natura dell’apparente paradosso: la vittoria del No al referendum non rappresenta una promozione per l’opposizione, tutt’altro.

Il risultato del referendum ci restituisce soltanto un’approssimazione di quanto l’elettorato sia soddisfatto dall’azione del governo. Non ci dice invece molto sullo stato dell’opposizione attuale.

E a conferma di ciò ci sono proprio i sondaggi sulle intenzioni di voto che restituiscono una situazione relativamente stabile da mesi a questa parte, con l’unica variazione significativa dovuta all’uscita dell’Europarlamentare Roberto Vannacci dalla Lega di Matteo Salvini e la fondazione del suo partito Futuro Nazionale. Se consideriamo congiuntamente il risultato del referendum, sempre nell’interpretazione che abbiamo dato in precedenza, e i sondaggi sulle intenzioni di voto, emerge chiaramente che la disaffezione nei confronti del governo Meloni non trova poi un’opposizione in grado di offrire un’alternativa credibile a una fetta di elettori.

Questo non significa che l’opposizione esce sconfitta dal risultato referendario, anzi. Se si analizza la distribuzione spaziale del voto, si nota che il No ha avuto performance particolarmente positive proprio nei feudi dei due principali partiti di opposizione, cioè il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle.

Le roccaforti del PD, come Emilia Romagna e Toscana, sono state cruciali per l’esito. Anche il Sud, dove alle precedenti elezioni il Movimento 5 Stelle aveva avuto una performance sorprendente di cui avevamo parlato, si è mobilitato massicciamente per il No.

Se lo scopo dell’opposizione era mobilitare i suoi elettori, si può dire che è riuscita nel compito. Ma per scalfire il governo Meloni non basta mobilitare la propria base.

Al contrario è necessario dare risposte a quella fetta di elettorato che ha votato No, in funzione anti Meloni, ma che non trova casa nell’opposizione di oggi. L’incapacità dei partiti di opposizione di ampliare la propria base di voti, come dimostrano appunto i sondaggi sulle intenzioni di voto, va proprio letta attraverso le lenti di quei fattori che incidono sul dissenso nei confronti del governo Meloni.

Su problemi concreti per l’elettorato -  il carovita, i salari al palo, la produzione industriale in caduta libera, le prospettive tutt’altro che rosee nei confronti del futuro - l’opposizione non ha saputo fornire proposte convincenti. Dopo una partenza incoraggiante a inizio legislatura con la proposta quasi unitaria sul salario minimo, i temi sono via via scomparsi, lasciando invece spazio a un atteggiamento spesso reattivo che si è limitato a criticare l’operato del governo.

Una strategia che, come sottolinea nel suo celebre libro “Non Pensare all’Elefante” il linguista George Lakoff, non è ottimale per conquistare gli elettori. Infatti, questo atteggiamento reattivo finisce per andare a incidere sui temi che il governo stesso pone al centro del dibattito pubblico.

In un clima di profonda polarizzazione, questo garantisce una mobilitazione del proprio elettorato e una sua fidelizzazione, ma non permette di proporre i propri temi - quelli che in un contesto di disaffezione nei confronti del governo sarebbero più appropriati per rappresentare elettori che non trovano una casa politica. A peggiorare la situazione si aggiunge la minore coesione dei partiti di opposizione rispetto a quelli di governo.

Più volte sono stati sottolineati gli screzi tra le varie anime che compongono la maggioranza, come avvenuto per la Legge di Bilancio, senza che però ci fossero ripercussioni sulla solidità dell’alleanza, che dura ormai da più di venticinque anni. Nel campo dell’opposizione, la situazione appare più complessa.

Nel corso di questi anni ha preso sempre più piede l’ipotesi di un Campo Largo che va dai partiti centristi come Italia Viva e Più Europa fino ad Alleanza Verdi Sinistra, passando per i due partiti principali, cioè Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. Questa alleanza è già stata testata, con risultati contrastanti, in varie Elezioni Regionali.

Ma per quanto la strada appare delineata, i dettagli di questa alleanza fanno emergere un quadro meno unitario. L’aspetto principale riguarda proprio chi dovrà guidare questa coalizione alle prossime elezioni.

Non è un caso che proprio a ridosso dei risultati del referendum, il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte abbia parlato apertamente di Primarie di Coalizione per decidere il candidato premier. A questa proposta hanno risposto sia la Sindaca di Genova Silvia Salis, che si è detta contraria, sia il leader di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, chiarendo che ora la priorità sono le proposte, a partire dal Salario Minimo.

Su questa debolezza, la destra è pronta a capitalizzare. Il testo di riforma della legge elettorale è stato depositato con il governo che ha già preannunciato che ci saranno cambiamenti.

Ma il partito di Meloni spinge proprio sull’indicazione del candidato alla Presidenza del Consiglio. Il fine è proprio andare ad agire su uno degli aspetti problematici della coalizione di centrosinistra, aumentando il livello di tensione tra i partiti dell’opposizione.

La sfida per l’opposizione Il risultato del referendum lascia quindi un messaggio chiaro: l’elettorato mostra insofferenza verso l’azione del governo, ma al momento questa disaffezione non viene tradotta in opportunità per l’opposizione. Il Governo di Giorgia Meloni appare in difficoltà in queste ore.

Ma emerge con forza l’opportunismo politico che contraddistingue questa maggioranza. Nella nota di Palazzo Chigi, la Presidente parla di “sensibilità istituzionale” dietro le scelte di Delmastro e Bartolozzi.

La domanda, controfattuale, è se la stessa sensibilità istituzionale sarebbe stata invocata in caso di una vittoria del Sì. Questo vale ancora di più nel caso di Santanché, le cui problematiche con la giustizia vanno avanti da anni.

Più che sensibilità istituzionale, la scelta di Meloni denota un tentativo di contenere i danni. Si tratta di una situazione che rischia di essere ancora più complicata qualora dovesse esserci un braccio di ferro tra Santanché e Meloni.

Per quel che riguarda i partiti d’opposizione, finora sono risultati incapaci di attrarre quegli elettori che hanno poi votato No per manifestare il loro dissenso nei confronti dell’azione di governo. Il paradosso di cui parlavamo è il risultato di un elettorato in cui il dissenso è diffuso, ma non coordinato, senza un’offerta politica alternativa.

La sfida per le forze di opposizione non sarà soltanto mobilitare la propria base storica - cosa che questo referendum ha confermato - ma costruire una proposta politica credibile che possa dare risposte a problemi concreti dei problemi della cittadinanza. Se non saprà uscire dall’ombra della reattività, imporre i propri temi nel dibattito pubblico e sviluppare una strategia in grado di intercettare i delusi dal governo Meloni che oggi non trovano casa politica, il governo potrà continuare a governare pur con alti livelli di dissenso nella popolazione, sfruttando le divisioni interne e le debolezze della controparte.

In questo senso, il referendum rappresenta un campanello d’allarme per l’opposizione: trasformare un dissenso disorganizzato in un’alternativa credibile ed elettoralmente competitiva.  

Articoli simili