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Gaza, Sudan, Ucraina: la strage dei reporter e il fallimento della protezione internazionale
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Il numero dei conflitti armati è il più alto dalla fine della seconda guerra mondiale e con essi anche le uccisioni dei giornalisti hanno raggiunto il loro massimo storico: nel 2025 sono stati uccisi 129 giornalisti, mai così tanti da quando oltre 30 anni fa il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) ha iniziato a tenere traccia di questo triste dato. I giornalisti sono stati uccisi sotto i bombardamenti e azioni di terra, sono stati vittime di attacchi mirati, anche con droni, diffamati, perseguitati, incarcerati.
Israele è stato responsabile di due terzi di tutte le uccisioni, oltre il 60% dei giornalisti uccisi dal fuoco israeliano è costituito da palestinesi che riportavano notizie da Gaza. I giornalisti uccisi nel conflitto Israele-Hamas Quel che preoccupa e indigna, scrive il CPJ, è la “persistente cultura dell’impunità per gli attacchi alla stampa”: le indagini sui casi di omicidi mirati sono pochissime, quasi per nulla trasparenti e non arrivano mai a individuare i responsabili.
Il continuo fallimento dei governi nel proteggere la stampa o nell’individuare i responsabili degli omicidi, anche in paesi non in guerra, crea una percezione di impunità e una condizione favorevole per ulteriori crimini. Nel 2025 sono stati uccisi giornalisti in Messico, India e Filippine, tutti paesi che hanno costantemente fallito nel fare giustizia per gli omicidi di giornalisti.
Il CPJ ha chiesto una riforma radicale delle modalità con cui i governi indagano sugli omicidi di giornalisti al fine di assicurare i responsabili alla giustizia, compresa l'istituzione di una task force investigativa internazionale e l'imposizione di sanzioni mirate. L'aumento degli omicidi di giornalisti è sintomatico di un più ampio declino della libertà di stampa e della sicurezza dei giornalisti a livello globale: nel 2025 un numero quasi record di giornalisti è stato incarcerato in seguito a campagne diffamatorie e abusi legali.
Le intimidazioni online e le aggressioni fisiche contro i giornalisti hanno continuato ad aumentare in un contesto sempre più ostile nei confronti dei reporter e delle organizzazioni mediatiche, anche in paesi apparentemente democratici. “I giornalisti vengono uccisi in numero record in un momento in cui l'accesso alle informazioni è più importante che mai.
Gli attacchi ai media sono un indicatore importante degli attacchi ad altre libertà, e occorre fare molto di più per prevenire questi omicidi e punire i responsabili. Quando i giornalisti vengono uccisi per aver riportato le notizie, siamo tutti a rischio”, ha commentato Jodie Ginsberg, CEO del CPJ.
I giornalisti uccisi nelle guerre a Gaza, in Sudan e Ucraina Israele, Sudan e Ucraina sono i contesti di guerra più letali per i giornalisti. In Sudan, nove giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi nel 2025 (erano sei nel 2024, uno nel 2023).
Dall'inizio della guerra, il CPJ ha documentato una serie di abusi, la maggior parte dei quali attribuiti alle RSF. Almeno 16 giornalisti e operatori dei media sono stati uccisi, diverse giornaliste sono state violentate, uffici dei media trasformati in centri di detenzione, case sequestrate e giornalisti rapiti e tenuti in ostaggio per ottenere un riscatto.
Tra i giornalisti uccisi, c’è stato il direttore dell'agenzia di stampa Sudan News Taj al-Sir Ahmed Suleiman, giustiziato dalle RSF a novembre insieme a suo fratello a El Fasher, nel Darfur settentrionale. In Ucraina, quattro giornalisti sono stati uccisi dai droni militari russi: è il numero più alto dal 2022, quando ne furono uccisi 15.
Tra le vittime, i giornalisti ucraini Olena Hramova e Yevhen Karmazin, attaccati mentre stavano realizzando un servizio per l'emittente ucraina Freedom a Kramatorsk, nella regione orientale di Donetsk. Il fotoreporter francese Antoni Lallican è stato ucciso da un attacco mirato di un drone russo FPV il 3 ottobre 2025, mentre stava realizzando un servizio a Donetsk.
Secondo i dati del CPJ, sono 39 i giornalisti uccisi da droni militari: oltre ai quattro giornalisti ucraini uccisi dai droni russi, cinque sono stati colpiti dalle forze paramilitari sudanesi Rapid Support Forces (RSF) in Sudan, uno dalle forze Houthi nello Yemen, uno da un presunto attacco turco in Iraq e 28 dall'esercito israeliano a Gaza. Israele, come detto, è stato responsabile dei due terzi dei 129 giornalisti uccisi nel 2025.
Gli attacchi di Israele (a Gaza, in Libano, Yemen e Iran) sono i più letali per i giornalisti da quando il CPJ ha iniziato a raccogliere dati nel 1992. Tre di queste uccisioni sono avvenute dopo il cessate il fuoco dell'ottobre 2025.
Sebbene il giornalismo di guerra sia intrinsecamente pericoloso, Israele ha cambiato paradigma prendendo di mira deliberatamente e illegalmente i giornalisti, per quello che si configura come un crimine di guerra, scrive il CPJ. Gli omicidi mirati di giornalisti da parte di Israele sono stati circa 40 nel 2025, ma il numero potrebbe essere più alto.
Considerate le estreme restrizioni imposte a Gaza, tra cui il divieto di accesso alla stampa straniera indipendente, la distruzione delle infrastrutture di comunicazione, gli sfollamenti di massa e le numerose vittime, è difficile indagare sulle circostanze di ogni decesso. Poiché molte prove contemporanee sono state distrutte, il numero reale dei giornalisti palestinesi di Gaza deliberatamente presi di mira da Israele potrebbe non essere mai conosciuto.
Il CPJ ha invitato le autorità internazionali a garantire che tutti i casi di uccisioni mirate di giornalisti siano indagati in modo indipendente e imparziale come crimini di guerra, data la storica riluttanza di Israele a indagare e perseguire i crimini commessi dalle sue forze armate. Tutti i responsabili, dai militari delle singole unità dell'IDF fino ai vertici della catena di comando, devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni.
Tra i giornalisti presi di mira da Israele c'era Hossam Shabat, corrispondente palestinese di 23 anni che lavorava per Al Jazeera Mubasher, con sede in Qatar, e Drop Site News, con sede negli Stati Uniti, ucciso il 24 marzo 2025 in un attacco israeliano alla sua auto vicino all'ospedale indonesiano di Beit Lahia, nel nord di Gaza. O il reporter di Al Jazeera Anas al-Sharif, che aveva pubblicamente detto di essere in pericolo di vita dopo ripetute accuse da parte di Israele di essere un militante di Hamas senza alcuna evidenza a sostegno, e che è stato è stato ucciso lo scorso agosto insieme ad altri tre giornalisti di Al Jazeera e due freelance.
L’unità dell’esercito israeliano incaricata di collegare i giornalisti di Gaza a Hamas Sempre ad agosto cinque giornalisti sono stati uccisi in un attacco “double-tap”, che consisteva in diversi raid aerei israeliani, all'ospedale Nasser di Gaza. Un'indagine di Reuters ha dimostrato che l'obiettivo era la telecamera di un giornalista che era stata posizionata lì da mesi per fornire a Reuters un feed di notizie in diretta.
Israele ha affermato di aver preso di mira una telecamera di Hamas installata sulla scala di un ospedale. Tra i cinque uccisi c'erano la fotoreporter freelance palestinese Mariam Abu Dagga, che collaborava con l'Associated Press, e Hussam Al-Masri, un collaboratore di Reuters.
I giornalisti perseguiti da bande criminali e Stati autoritari I giornalisti non sono in pericolo solo quando riportano notizie di guerra. Giornalisti sono stati uccisi in paesi in cui lo Stato di diritto è debole, le fazioni criminali hanno mano libera e i leader politici esercitano un potere incontrollato, come Bangladesh, Colombia, Guatemala, Honduras, India, Messico, Nepal, Perù, Filippine, Pakistan e Arabia Saudita.
In Messico, almeno sei giornalisti sono stati uccisi nel 2025. Tutti e sei i casi sono irrisolti a causa della potente influenza criminale sulla polizia e sull'attività politica, e della corruzione diffusa.
Nelle Filippine, nel 2025 sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco tre giornalisti, tra cui l'editore Juan Dayang. Solo un caso ha portato a un arresto.
Il reporter bangladese Asaduzzaman Tuhin è stato inseguito e ucciso a colpi di machete da aggressori armati in un omicidio orchestrato da un'organizzazione criminale. Il quotidiano in lingua bengalese Protidiner Kagoj, per cui lavorava Tuhin, ha riferito che l'aggressione è avvenuta dopo che lui aveva filmato diversi uomini armati che aggredivano un uomo durante una lite pubblica.
In India, il corpo mutilato del giornalista freelance Mukesh Chandrakar è stato ritrovato in una fossa settimane dopo che il canale televisivo NDTV aveva mandato in onda una sua inchiesta su una presunta corruzione per un progetto stradale da 1,2 miliardi di rupie (12 milioni di dollari). In Perù, Gastón Medina è stato ucciso dopo che un aggressore in motocicletta gli ha sparato 11 colpi mentre il giornalista chiacchierava con un amico fuori dalla sua abitazione.
L'ultimo servizio televisivo di Medina prima della sua morte criticava le autorità locali per l'acquisto di camion della spazzatura difettosi, descriveva in dettaglio i costi eccessivi per un nuovo palazzetto dello sport e metteva in discussione il comportamento di un capo della polizia. Il declino della libertà di stampa, compresa la chiusura di testate giornalistiche indipendenti, la censura e gli attacchi fisici ai media, compresi gli omicidi, sono spesso il primo indicatore del declino democratico, conclude l’indagine del CPJ.
A livello globale, l'incapacità radicata di assicurare i responsabili alla giustizia continua a erodere le democrazie e a incoraggiare gli assassini di giornalisti.