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La responsabilità politica della sconfitta del SÌ è di Giorgia Meloni
In linea di principio la separazione delle carriere è giusta? Sì.
Quella riforma era all'altezza di questo principio e al tempo stesso del principio della separazione dei poteri? No.
Era una riforma che presentava troppe ombre, non ultima la richiesta di firmare un assegno in bianco su aspetti fondamentali, rimessi a successive leggi ordinarie da votare a maggioranza semplice, quindi rimesse all’esclusivo volere della maggioranza: voi intanto approvatela, poi dopo ci pensiamo. Gli italiani (la maggioranza di chi ha partecipato al referendum) hanno detto NO, grazie.
In quel NO certamente c’è di tutto: ostilità al governo a prescindere, il risultato di una scelta ponderata nel merito, un fastidio per il metodo utilizzato. Sono certa che quel NO sia anche una risposta alla campagna referendaria della destra.
Diciamoci la verità: avevano la vittoria in tasca. Poi hanno deciso di strafare (smascherandosi?), con una propaganda e una comunicazione violente, manipolatorie, indecenti.
Non che l’altra parte abbia brillato. Ma è la campagna di destra con la continua strumentalizzazione di casi giudiziari, con l’aggressione continua, a volto scoperto, all’indipendenza della magistratura ad aver suscitato una reazione di difesa, di rifiuto.
E giustamente. Se chi detiene il potere politico ogni giorno diffonde messaggi contro un altro potere dello Stato che contribuisce ad assicurare un bilanciamento dei poteri a difesa dell’ordine democratico, perché sorprendersi poi se la gente si mobilita a difesa della Costituzione?
E per fortuna. Quel NO dovrebbe essere un sollievo anche per chi ha votato SÌ in buona fede, facendo prevalere nella propria valutazione della riforma le luci, che pure c’erano.
Quella riforma non viaggiava da sola, si inseriva in un disegno di cambiamenti e riforme (legge elettorale, premierato) che alla fine del percorso avrebbe accentrato sempre più il potere nelle mani dell’esecutivo. Qualcuno questi puntini li ha uniti.
Dalla giustizia al premierato: unire i puntini per capire il vero disegno delle riforme del governo Meloni Ma c’è anche altro a mio avviso: il fattore Trump. La figura di Giorgia Meloni è centrale nel fallimento di questo referendum.
Il metodo di approvazione della riforma a testa bassa, senza consentire che tra la prima e l’ultima lettura fosse modificata nemmeno una virgola, forse si basava su dati che davano per graditissima fra gli italiani una riforma che proponeva la separazione completa delle carriere fra giudici e pubblici ministeri. Quindi la prima scommessa è stata questa: andiamo al referendum se l’opposizione non ci sta.
Non proviamo a collaborare con l'opposizione affinché si possa approvare questa riforma anche con il loro appoggio e consenso e far sì che questa riforma sia di tutti, non solo della maggioranza di governo. Se così avesse fatto, forse Meloni sarebbe riuscita a ottenere quell’approvazione dei due terzi delle Camere che avrebbe reso non necessario un referendum.
La presidente puntava a capitalizzare il malcontento per un sistema giudiziario lento e farraginoso, insieme alla narrazione della politicizzazione dei pubblici ministeri - una critica che, se fondata, riguarderebbe trasversalmente sia la sinistra sia la destra. Basti pensare che il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati negli ultimi anni, anche durante la campagna referendaria, appartiene alla corrente di destra Magistratura Indipendente, la stessa a cui era iscritto anche il ministro Nordio quando era ancora in magistratura.
In che modo poi questa riforma avrebbe affrontato e contribuito a risolvere i problemi del sistema giudiziario che i cittadini subiscono sulla propria pelle? Molto probabilmente fra chi ha votato NO c’è chi a questa domanda non ha avuto risposta.
O, forse, l’ha avuta dalla senatrice Giulia Bongiorno, la quale a un certo punto ha detto chiaro e forte che la riforma non avrebbe reso la giustizia più efficiente. Alla fine potremmo dire che lo scontro fra le due parti si è consumato su due sostanziali accuse reciproche: il fronte del NO ha sostenuto che il vero intento della riforma era sottomettere il potere giudiziario a quello esecutivo; il fronte del SÌ sosteneva che la riforma avrebbe posto ii pubblici ministeri sullo stesso piano dell’altra parte, eliminando la “colleganza” con giudici, i quali sarebbero finalmente stati “terzi”.
Magari gli argomenti erano entrambi non convincenti, ma la preoccupazione del fronte del NO alla fine è stata rafforzata dalle dichiarazioni e dagli slogan della propaganda di destra, che ha svelato quali fossero i veri fini della riforma, fornendo una sorta di “interpretazione autentica”. Rafforzata dalla mancata immediata richiesta da parte di Meloni delle dimissioni del capo di Gabinetto del ministro della Giustizia Nordio (e non solo dopo aver perso il referendum), Giusi Bartolozzi, in seguito alla sua dichiarazione durante una trasmissione televisiva:
“Votate sì, così ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione”. Preoccupazione ancora di più rafforzata, nelle ultime settimane prima del voto, dall’ingresso nella campagna della stessa presidente del Consiglio, che ci ha messo la faccia fino ad arrivare a sostenere che se avesse vinto il NO, immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori sarebbero stati rimessi in libertà.
Forse convinta che qui in Italia l’ecosistema mediatico avesse subito la stessa trasformazione di quello americano (dove la generazione di podcaster, youtuber soprattutto di estrema destra vanta una forte presa sull’opinione pubblica in particolare quella di giovani maschi bianchi), ha anche accettato l’invito di Fedez a partecipare al suo podcast, probabilmente con l’obiettivo di intercettare il voto dei più giovani. Qualcuno potrebbe dire che si è trattata anche di una buona performance (non sorprende, lei è brava e i due conduttori non erano giornalisticamente agguerriti, diciamo così).
Non è andata però benissimo questa operazione: uno dei due conduttori dopo il podcast ha dichiarato che avrebbe votato NO. I giovani sono stati decisivi per la sconfitta del SÌ.
La responsabilità di Meloni va ben oltre. In questi mesi ha rivendicato più volte il suo allineamento con leader eletti democraticamente, ma illiberali, come Viktor Orbàn.
La nostra presidente del Consiglio ha fatto addirittura da testimonial, insieme ad altri leader populisti di estrema destra, in uno spot elettorale a sostegno del leader ungherese che secondo i sondaggi è fortemente sfavorito alle prossime elezioni di aprile. E arriviamo al fattore Trump.
Mentre il presidente più controverso e spregevole di tutta la storia americana scatenava la sua polizia privata per le strade americane, compiendo azioni illegali, terrorizzando la popolazione, arrestando anche bambini e uccidendo spietatamente cittadini inermi accusandoli poi di terrorismo interno; mentre invadeva un altro paese rapendone il presidente, si macchiava di omicidi extragiudiziali, e minacciava un paese alleato, Meloni si augurava che un giorno si sarebbe potuto dare a Trump il premio Nobel per la pace. L'alleanza e la vicinanza di Meloni a Trump, vale la pena ricordarlo, non ha nemmeno pagato rispetto alla pressione sui dazi.
Intanto, proprio nella settimane a ridosso del referendum, Trump ha deciso di attaccare con Netanyahu l’Iran, e la nostra presidente ha dichiarato: “Non condivido né condanno”.
Un’era sta finendo e forse anche la relazione abusiva dell’Europa con gli USA Aver perso il referendum è un colpo durissimo. Stiamo assistendo a un notevole terremoto dentro la maggioranza e nel governo (le tensioni con il ministro della Giustizia Nordio, le dimissioni del sottosegretario alla giustizia Delmastro e di Bartolozzi, la richiesta di dimissioni, e le dimissioni stesse, della ministra del Turismo, Daniela Santanché), e questo molto probabilmente costringerà Meloni ad archiviare almeno per ora la riforma cui più teneva per rafforzare l’esecutivo: il premierato.
In una lezione per altri leader della destra europea, - scrive Riccardo Alcaro sul Guardian - la sconfitta di Meloni ha dimostrato che la sua associazione con Trump è un handicap elettorale. Potrebbe diventare un peso insostenibile se i costi economici della guerra in Iran continueranno a salire e l'Italia entrerà nella stagione elettorale sull'orlo di una recessione.
Referendum giustizia: governo bocciato, ma l’opposizione non è promossa Detto questo, conclude Alcaro: “Meloni mantiene la forza politica per tentare una ripresa.
La sua coalizione di governo potrebbe diventare più irrequieta, ma per ora non ha alcun incentivo a rompersi o a sfidare la sua leadership. L'opposizione è un blocco ampio e diversificato, dominato dal Partito Democratico (centrosinistra pro-UE) e dal Movimento 5 Stelle (di tendenza populista).
Esce energizzata dal referendum, ma non per questo meno divisa. La sua debolezza continua a essere il più grande vantaggio della presidente del consiglio.
Meloni è stata ferita, ma rimane la forza politica più potente d'Italia”.