Politica
La missione della sinistra tra Teheran e Kiev per non perdere la sua ragione di esistere
La violenta e brutale repressione del regime degli ajatollah contro il popolo iraniano, (un massacro senza precedenti) e prima quella del regime di Maduro contro il popolo venezuelano. E prima ancora (e sempre peggio) la violenta aggressione russa in Ucraina.
Davvero la sinistra sta dalla parte dei dittatori? La risposta è semplice: no. (Fatte salve le frange più estreme, ma comunque significative delle piazze).
Ma davvero fa abbastanza contro i dittatori? La risposta è più sofferta, ma non cambia: no, non fa abbastanza.
E comunque interrogarsi su questo tema non può essere considerato sintomo di tafazzismo o un cedimento di fronte ai luoghi comuni. Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco.
La destra in questa discussione non c’entra per niente, meglio: non deve entrarci. Il fatto che in Parlamento o nei talk show siano esponenti o opinionisti vicini al governo ad agitare strumentalmente la questione per colpire l’opposizione, non deve fuorviare.
La destra anche in Italia è sempre più pervasa da una cultura autoritaria e illiberale, sempre più insofferente verso i diritti delle persone, le regole, gli strumenti di controllo, gli organismi sovranazionali. Il solo fatto che consideri “normale” tutto quello che sta avvenendo nell’America di Trump, la deportazione in catene degli immigrati, gli omicidi “autorizzati” di chi si oppone, le leggi e i tribunali usati come clave contro gli avversari, toglie ogni credibilità alle loro critiche.
Restiamo dunque – come fa appunto Roberto Roscani su Strisciarossa, leggi qui – nel recinto della sinistra: c’è una “timidezza” di fondo in Europa e nel nostro Paese davanti alla tragedia di Teheran? il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky visita il fronte Per restare ai fatti: sul piano formale, la nostra sinistra – almeno quella incarnata dal PD, assai meno i suoi alleati- ha la carte in regola. Ma bastano le dichiarazioni formali, le mozioni o gli ordini del giorno parlamentari?
Perché non c’è mai stata una vera campagna, nelle piazze e non solo come quella meritoria per fermare la strage di Gaza? Dopo l’assassinio di Masha e la brutale repressione del movimento “Donna vita libertà” una qualche reazione c’è stata.
Attiviste e donne del mondo dello spettacolo hanno dato vita alla protesta del taglio di una ciocca di capelli in segno di sfida agli ajatollah e c’è stato anche qualche sit in davanti all’ambasciata iraniana. Altri se ne annunciano adesso.
Ma a essere onesti si è trattato di un fenomeno abbastanza marginale. Non si ricordano manifestazioni memorabili: non dalla sinistra, non dal movimento pacifista, dai sindacati, e nemmeno dal movimento femminista. (Per inciso, a questo proposito, una parte del femminismo italiano ha scritto una delle sue pagine meno edificanti quando fu rifiutata l’adesione delle donne delle comunità ebraiche a una manifestazione contro i femminicidi, nel pieno della tragedia di Gaza: eppure proprio donne, ragazze, bambine israeliane erano state vittime pochi mesi prima di uno dei più agghiaccianti femminicidi di massa della storia recente).
La questione è ancora più chiara se si allarga lo sguardo alla guerra senza fine in Ucraina. Anche qui restiamo al Pd e lasciamo da parte il suo maggiore alleato che indirizza la sua indignazione non contro Putin (o Trump) ma contro l'”Europa del riarmo” o contro quei governi – i cosidetti volenterosi – che tentano di porre un argine contro l’aggressione russa, o contro la stessa leadership ucraina, colpevole di voler difendere con ostinazione l’integrita del proprio Paese.
A ben vedere non è nulla di nuovo, anzi è in perfetta continuità e sintonia con l’alleato di un tempo, quel Matteo Salvini che ha almeno il coraggio di chiamare le cose senza giri di parole: ucraini corrotti, i nostri soldi sottratti alla sanità per “pagare le mignotte”, Europa guerrafondaia, eccetera eccetera: nei fatti (a cominciare da quelli parlamentari) Giuseppe Conte non è da meno con il no agli aiuti militari a Kiev, il no al piano di difesa europeo e addirittura la richiesta di riprendere a comprare il gas russo. Il Pd ha difficoltà a fare scelte di campo nette su temi non popolari Restiamo dunque al PD.
Si dirà: fino ad oggi ha fatto la sua parte a sostegno dell’Ucraina. È stato dalla parte giusta.
Ha votato in Parlamento a favore degli aiuti, anche quelli militari. Vero, verissimo.
Ma – senza voler fare il processo alle intenzioni – è parso andare sempre a rimorchio di altri – persino di Meloni! – senza mai prendere l’iniziativa. Senza mai dare l’impressione di fare di quella guerra un vero spartiacque.
Le armi sì, ma senza investire. L’Europa sì, ma non le spese per rafforzare le difese.
Mai una manifestazione, mai un gesto forte di solidarietà verso il popolo ucraino. Mai un tentativo di coinvolgere la “base”.
Perché? Data per scontata una naturale tendenza della sinistra occidentale a manifestare innanzitutto contro i propri governi, la risposta piu ovvia riguarda la sempre maggiore impopolarita’ della battaglia per Kiev.
Emerge chiaramente da tutti I sondaggi che l’elettorato – sia di destra che di sinistra – è stanco di quella guerra che è già costata centinaia di migliaia di vittime, distruzione e disperazione nell’area del conflitto e ingenti risorse all’Europa. E poi la grande maggioranza – soprattutto a sinistra – ama considerarsi pacifista senza se e senza ma.
Anche a costo di non opporsi a un’ingiustizia, all’umiliazione e alle ferite di un popolo amico? Un tempo si soleva attribuire alla politica – lo faceva il maggiore partito della sinistra – anche una funzione per così dire pedagogica.
Le scelte considerate “giuste” quando sono difficili o controcorrente vanno discusse, confrontate e spiegate con coraggio e coerenza anche a costo di perdere qualche pezzo. Non avremmo avuto altrimenti – per dirne solo qualcuna – la stagione del compromesso storico che trasformava in alleato l’irriducibile avversario di decenni, o la difesa più intransigente dello Stato (nonostante la corruzione, nonostante tutte le zone grigie e le ambiguità del sistema di governo) contro il terrorismo rosso.
Erano i tempi di Berlinguer e di Lama, Moro e Zaccagnini, Pertini e Napolitano… Oggi naturalmente sarebbe sbagliato gettare la croce addosso ai nuovi gruppi dirigenti: i tempi sono radicalmente cambiati, i partiti sono al lumicino e tutto si consuma all’interno di un tweet o di una dichiarazione. E si scelgono campagne “facili” anche se sacrosante.
Chi non è d’accordo a sinistra con il salario minimo, con gli investimenti per la sanità e l’istruzione pubblica, con una tassazione piu equa? Ma una guerra è ben più difficile da spiegare, anche quando è semplicemente la Resistenza a un’aggressione.
Torniamo così al punto di partenza: la sinistra e I dittatori. È vero che la sinistra – come ha scritto su Strisciarossa Pietro Spataro, leggi qui – i conti con la democrazia li ha già fatti, è vero che fu Enrico Berlinguer a decretarne il “valore universale” davanti agli sbigottiti dirigenti sovietici e dei paesi satelliti.
Ma poi quali conseguenze se ne traggono? Il diritto internazionale è sacrosanto, non si può esportare la democrazia con la forza, ogni tentativo è miseramente fallito, ma allora si deve restare passivi davanti alle tragedie del mondo?
Richiamarsi all’ONU – paralizzato in modo permanente dal veti – non è più la soluzione. Bisogna tentare, inventare altre strade: questo, al di là di tutto è l’invito che viene dall’articolo di Roscani da cui è nata questa discussione.
E questo è soprattutto il compito, la missione della sinistra in Italia e nel mondo, se non vuole perdere la sua ragione di esistere. L'articolo La missione della sinistra tra Teheran e Kiev per non perdere la sua ragione di esistere proviene da Strisciarossa.