Politica
Budapest volta pagina
Da Budapest. Ci sono due immagini contrastanti che colgono la vittoria schiacciante, e senza dubbio clamorosa nonostante fosse stata rilevata da diversi sondaggi, del partito d’opposizione Tisza guidato da Péter Magyar contro la forza di governo Fidesz capeggiata da Viktor Orbán, primo ministro dell’Ungheria al potere da sedici anni e, fino a ieri, apparentemente capace di mettere in atto una “presa” illiberale e praticamente inscalfibile delle istituzioni magiare.
Da un lato infatti lo sfidante – che ha conquistato una maggioranza di 138 seggi in parlamento (su 199) grazie a un’affluenza record dell’80% distribuita in maniera molto equa su tutto il territorio nazionale – proviene dallo stesso ambiente politico degli sconfitti (essendo stato lui stesso membro di Fidesz fino a due anni fa) ed è una figura che non rappresenta uno scarto radicale rispetto all’esistente, quanto piuttosto un’opzione contigua alla destra conservatrice che ha dominato sinora nella repubblica centro-europea ma indubbiamente nuova, inaspettata e sembrerebbe meno corrotta. Una correzione di percorso, più che una deviazione.
Dall’altra, però, la Budapest che ieri festeggiava i risultati delle elezioni era in maniera lampante il ritratto della rottura di una diga, di un tappo finalmente saltato. A cori, urli e applausi che “riempivano” il quadrilatero di Batthyány tér e le strade circostanti, luogo scelto da Tisza per celebrare la serata elettorale e rivolgersi ai propri sostenitori, rispondevano dall’altro lato del Danubio, dal vasto spiazzo che si trova di fronte all’iconico parlamento ungherese, i bassi pompati di un vero e proprio rave che già dal tardo pomeriggio aveva visto affluire una folla variegata di persone con diversi codici estetici e presumibilmente di diverso orientamento politico.
Similmente, in tante altre sedi e altri centri della capitale la notizia di un cambio alla guida del paese è stato accolto con festeggiamenti improvvisati, abbracci, gesti di euforica incredulità, in una notte di gioia che sembra allungarsi all’infinito sull’onda dell’inesorabile conteggio dei voti. L’Ungheria, cioè, sta vivendo in tutto e per tutto una svolta, una cesura quasi definitiva nella propria storia recente, non un semplice passaggio di mano al governo.
Su questo trionfo di Magyar verranno, più o meno legittimamente, proiettati molteplici significati. C’è chi ci vede una memorabile rimonta del sentimento democratico contro le pulsioni autoritarie, delle quali in effetti Orbán è stato un interprete d’eccezione nel contesto europeo e globale (talmente d’eccezione, però, che pare aver accettato la sconfitta senza colpo ferire).
Altri sicuramente – e molti ungheresi in primis – ci leggono una scelta di campo geopolitica, che prelude all’abbandono dei rapporti stretti e duraturi di Budapest con alcuni paesi e regimi orientali, dalla Russia di Putin alla Cina passando per la Serbia di Vučić, per un “ritorno” maggiormente stabile e meno conflittuale dentro l’orbita europea. In questo senso Tisza rappresenta certamente una forza più in linea con Bruxelles ma, allo stesso tempo e contrariamente ad altri appuntamenti elettorali recenti in contesti che vedono l’Europa come una sorta di “promessa” (la Moldova o la Georgia, per esempio), la corsa alle urne e anche le manifestazioni di piazza che hanno accompagnato la certificazione dei risultati sono state molto poco segnate da simboli e slogan di carattere internazionale.
Tanti i tricolori magiari che sventolano, per quanto qua e là la frase “russi a casa” (un’eco dalla rivolta anti-sovietica del 1956) risuoni per bocca delle persone e degli stessi esponenti del nuovo partito di maggioranza. A livello locale, infine, una grossa fetta di popolazione si è riunita attorno all’aspettativa di veder finire (o perlomeno diminuire) la corruzione, rientrare nelle casse istituzionali i fondi che l’Ue ha bloccato per via delle violazioni che riguardano lo stato di diritto e, conseguentemente, veder ripartire un’economia che – con la successione della crisi pandemica prima e di quella legata all’invasione russa in Ucraina poi – è da qualche anno in condizioni stagnanti.
Da questo punto di vista Magyar potrebbe costituire un esempio – per come lo ha definito la politologa Eszter Kováts – di populismo tecnocratico, una figura carismatica capace di costruire un “noi” elettorale che, più che lungo divisioni di classe o di appartenenza culturale, si coagula attorno all’esigenza di un apparato statale funzionante e “spurgato” dalle scorie di una gestione autoritaria che aveva assunto elementi oramai quasi clanico-familistici. O, molto più banalmente (e anche per affermazione diretta di diversi elettori), Magyar per una serie di circostanze è riuscito a porsi come la prima forza politica forse in grado di battere Fidesz.
L’inaudita percezione di una speranza si è tramutata quasi automaticamente in valanga di preferenze. La prosaica verità, forse, è che la vittoria di Tisza rappresenta precisamente la somma di tutte queste traiettorie.
L’esplosione di giubilo della popolazione – a Budapest e oltre – non è altro che il contraccolpo catartico dell’implosione di un sistema di potere che durava da sedici anni, e che in realtà è andato indebolendosi internamente quanto più dall’esterno sembrava inaffrontabile. Il paradosso è che Orbán perde in maniera così inesorabile pure per via del meccanismo elettorale che lui stesso ha elaborato, con lo scopo di assegnare un alto numero di seggi anche a fronte di percentuali di maggioranza relativamente esigue.
Probabilmente, l’egemonia che il leader di Fidesz ha costruito nel corso del tempo (e che lo ha visto passare da dissidente liberal-democratico con la caduta del comunismo a simpatizzante della “terza via” di Tony Blair e Anthony Giddens durante gli anni Novanta, e infine populista di destra e pioniere della democrazia illiberale) era (è?) un’egemonia giocata sull’equilibrio concettuale e sulla superficie dei significanti, per cui il suo anti-europeismo si è posto in realtà come incarnazione di una “vera Europa” (bianca e cristiana), il suo sovranismo si è accompagnato a una collaborazione con potenze straniere che è diventata sempre più dipendenza e subordinazione (a questo proposito sono sempre più esplose le contraddizioni fra apertura alle aziende asiatiche e le conseguenze ambientali e sociali nei diversi luoghi del paese), il suo conservatorismo ha significato più che altro una prudenza simile alla stasi più che una vera e propria reazione (tanto da scontentare quanti hanno visioni più ultra-nazionaliste delle sue). D’altro canto, l’Ungheria si riconferma forse un contesto dove i miti e i codici nazionali – dalla già citata rivolta del 1956 alla memoria del comunismo, fino all’orgoglio per una comunità che si immagina come perennemente resistente a forze e interferenze esterne – sono più vividi e sentiti che altrove, ma al tempo stesso estremamente malleabili e declinabili in diverse direzioni (tanto che appunto di alcuni di essi Magyar ha saputo fare un uso opposto a quello del suo avversario).
Certo, nonostante la maggioranza assoluta, la strada del nuovo primo ministro e leader di Tisza si presenta tutta in salita: la strategia del governo uscente potrebbe essere quella di dare battaglia in ogni sede istituzionale dove sussistono cariche ancora fedeli a Fidesz, la persistenza di una certa mentalità corporativa potrebbe creare problemi e frizioni fra poteri locali e potere centrale, l’eterogeneità dell’elettorato che ha permesso la svolta rischia di tradursi in frammentazione ingovernabile… A ogni modo, la quiescenza e relativa tranquillità con cui Orbán e i suoi stanno acconsentendo a questo passaggio di consegne deve far riflettere dal punto di vista sia strategico, per comprendere quali elementi hanno condotto a un ribaltamento della situazione così netto, sia interpretativo, per cui l’oggettivo illiberalismo dell’ex-premier ungherese è stato quasi sempre letto come un dato di fatto arcigno e molto raramente come una condizione che comunque prevedesse uno “sfogo” per via democratica. Qui potrebbe entrare in gioco il piano internazionale.
Trainate da dinamiche specifiche, le elezioni ungheresi hanno avuto un’inusitata risonanza globale: sia per gli endorsement diretti da parte degli Stati Uniti, con il ripetuto sostegno via social del leader della Casa Bianca Donald Trump nonché l’impegno in prima persona del suo vice J.D. Vance che si è recato la settimana scorsa a Budapest, sia per l’appoggio indiretto che Orbán ha ricevuto in termini di relazioni da parte della Russia di Putin (o, per altri versi, dalla Slovacchia di Fico e dall’Israele di Netanyahu). D’altra parte, l’Ungheria negli ultimi anni si è volentieri posta come “punto nevralgico” delle destre conservatrici di tutto il mondo, assurgendo a modello di moderno autoritarismo che ha come propri obiettivi polemici i classici temi delle guerre culturali, dal woke alle migrazioni, passando per l’aborto e la lotto contro presunte “invasioni islamiche”.
Eppure, allo stesso tempo, si tratta di un modello che – soprattutto nel caso del primo ministro di Fidesz – ha calzato perfettamente la fase successiva alla crisi economica del 2008-2009, andando a interpretare in chiave cultural-sovranista i malumori che derivavano a livello nazionale dalla crisi della globalizzazione e mettendo in discussione, nello specifico dell’Europea centro-orientale, la dinamica imitativa che considerava quei paesi solo nell’ottica di un adeguamento asintotico alle “democrazie occidentali”. Quanto sia mutata la risonanza di una tale impostazione presso le popolazioni nella congiuntura attuale è forse l’interrogativo che consegna il voto ungherese.
Con un’amministrazione statunitense sempre più in crisi di consensi, con la guerra lanciata contro l’Iran che si rivela un fallimento anche solo da una prospettiva economica, lasciando da parte gli aspetti morali, con, d’altro canto, una Russia che in Ucraina si è ritrovata invischiata in un pantano militare e chissà politico, è difficile non supporre che anche quelle destre populiste che si sono generate intorno all’inizio degli anni Dieci vivano una fase di transizione e di crisi egemonica (al di là dei successi elettorali che magari possono conseguire in alcuni contesti). È esattamente in questa incertezza, frutto di fatto delle alleanze che è andato intessendo nel corso del tempo, che Orbán ha urtato contro i limiti del proprio potere.
La sua ombra non scompare certo con questa tornata elettorale, né Magyar rappresenta la luce che risolverà tutta una serie di problemi radicati in un corpo sociale ormai assuefatto a dinamiche clientelari e una comunicazione demagogica, ma il “chiaroscuro gramsciano” in cui versano gli equilibri globali trova forse un primo punto di inversione, una leva inaspettata, benché ambigua. CREDITI FOTO:
April 13, 2026, Budapest, Hungary: Peter Magyar waves the Hungarian flag after his speech during the TISZA party’s election night event in Budapest. © Attila Husejnow/SOPA Images via ZUMA Press Wire L'articolo Budapest volta pagina proviene da MicroMega.