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Politica

Thiel, l’anticristo digitale che sfida la democrazia e la fede ai tempi della guerra

Domenica 15 marzo 2026 ore 18:29 Fonte: Strisciarossa
Thiel, l’anticristo digitale che sfida la democrazia e la fede ai tempi della guerra
Strisciarossa

Dobbiamo riconoscere che un primo risultato l’”anticristo digitale” l’ha portato a casa. Comunque vada questa incursione nella città del soglio Pontificio, da oggi esiste una tendenza, se non un partito, di Peter Thiel.

In compenso sono invecchiati improvvisamente i virgulti della destra alla amatriciana come Salvini e lo stesso Vannacci. Il fondatore di Palantir – la più grande impresa di programmazione dei combattimenti del mondo che supporta ora le imprese delle armate di Trump ma anche eserciti europei come quelli francesi e italiani – ha alzato di parecchio l’asticella ideologica.

Due i temi che sono al centro di questa tournée che segue altre analoghe in Giappone, Ungheria e Francia: la guerra come variabile inevitabile della difesa occidentale e la riconquista di una tradizione millenaristica cattolica come retroterra della battaglia contro la democrazia. Tre incontri su un tema si spietata ferocia sullo sfondo della guerra Tre incontri super segreti sul tema dell’Anticristo appunto, sembra nel rifugio di Palazzo Taverna, sede dell’ambasciatore americano e di apparati di sicurezza atlantici, fanno da cornice alle scorrerie del corsaro digitale che vuole prendere di petto proprio la società liberale fra pace e guerra.

Il tema diventa di una spietata ferocia, perché si svolge sullo sfondo dei bombardamenti nel vicino medio oriente, con i missili, guidati proprio da Palantir, che cercano i loro bersagli come cani da tartufo, che colpiscono sapendo dettagliatamente il nome e il cognome del bersaglio, per quanto sia lontano e generico, come è accaduto per le 170 bambine della scuola iraniana che sorgeva vicino ad una base dei Pasdaran. Una logica che stressa persino le visioni più estreme delle destre europee.

Thiel ha già fatto sapere che non ammette mezze misure, e che non si fa impelagare, come il suo ex socio Elon Musk, in amicizie locali. Lui lavora per cambiare l’occidente, sostituendo, lo scrive nel suo saggio teorico “Momento straussiano”, per modificare la democrazia con le tecnologie predittive, basate sui dati e la potenza di calcolo.

È proprio su questa strategia che sta imbastendo la sua rete di relazioni, sia interne che esterne agli USA. Il suo testimonial, l’uomo che deve trasformare le sue elucubrazioni in decisioni politiche, è il vice presidente americano Vance, che in questi ultimi tempi, in coincidenza con le scantonate di Trump, sembra chiuso in un eloquente silenzio.

È all’ordine del giorno la successione del tycoon, che appare sempre meno organico al movimento che lo ha eletto, il cosiddetto MAGA (make America Great Again) dove confluiscono le comunità evangeliche e fondamentaliste del cattolicesimo americano con i ceti popolari rancorosi rispetto alle élites liberal, e gli interessi nazionalistici che pretendono il più rigido isolazionismo da un presidente che invece va in giro per il mondo a menar le mani. Thiel aggiunge a questa alleanza reazionaria e vandeana, il millenarismo di una tecnologia che si candida a sovrapporsi ad ogni macchinosità umana.

L’occidente deve combattere, scrive ancora l’ingegnere delle ambizioni americane, perché il suo nemico, il globalismo terzomondista sta combattendo. Combattere significa innanzitutto imporre il proprio primato tecnologico, significa costruire un modello sociale dove la religione assicura il conforto umano e le intelligenze artificiali garantiscono l’efficienza decisionale rispetto a quella che lui chiama la burocrazia democratica.

Tutti i segnali di un potere verticale incontrollato Ma il vero nodo che ci troviamo dinanzi riflettendo su questa sfida riguarda la natura di queste tecnologie. Il saggio di Thiel che abbiamo citato, “Momento Straussiano”, dove si spiega dettagliatamente che la Silicon Valley nasce come presidio della sicurezza militare americana, come risposta all’11 settembre, è del 2004.

Ossia contemporaneo all’affermazione delle grandi piattaforme di controllo sociale come Google, Facebook, Twitter. Dunque, dobbiamo constatare che fin dall’inizio quel fenomeno, come ci aveva dimostrato Shoshanna Zubof nel suo rivelatore saggio di qualche anno fa intitolato “Il capitalismo della sorveglianza”, nasce proprio con l’ipoteca securitaria, con la missione di estendere nel mondo una rete di rastrellamento dati che autorizzava apparati di controllo pulviscolari.

E dunque non solo abbiamo prima sbagliato a sottovalutare la pervasività di questo singhiozzo della storia, come provo a descrivere nel mio saggio “Guerre in Codice, come le intelligenze artificiali resettano la democrazia”, ignorandone il carattere politico e di persuasione sociale, ma una volte metabolizzate queste varianti e comprese queste forme di dominio, abbiamo ancora ignorato come queste tecnologie senza alcuna forma di contrasto e negoziazione sociale erano strumento unilaterale di un potere incontrollato verticale. Thiel pensa ora di poter passare all’incasso, alzando la posta.

L’obiettivo è proporsi direttamente come ispiratore di una strategia che mira a rimuovere il retaggio dell’illuminismo, dopo aver fatto i conti con il marxismo, attaccando il sistema dei diritti politici e sociali, sfidando la democrazia nel garantire un sistema di autonomia e tutela alle minoranze che contano. Non possiamo perdere tempo, sostenne ancora il nostro intemerato imprenditore filosofo, a convincere sempre le maggioranze, dobbiamo dimostrare che certe minoranze possono decidere per tutti.

Non è folclore, né tanto meno uno scenario distopico. È una visione del rapporto teoria prassi molto più marxiana di quanto non pratichino le minoranze di sinistra.

Thiel recupera la sociologia americana degli anni 50, i famosi convegni sul post fordismo della fondazione reazionaria Rand, e coglie il nesso fra sistema di produzione, oggi frantumato e prostrato nelle sue subalternità alle piattaforme immateriali, e apparato politico. È la relazione struttura/sovrastruttura utile a decifrare i processi sociali del capitalismo industriale nascente.

E che oggi funzionano nel prevedere un decadimento di quei legami sociali che sorreggono e nutrono le democrazie. Gramsci avrebbe trovato nelle pieghe di questi supposti deliri neo fascisti, i prodromi di un sovversivismo dei ceti dirigenti che poggia sulla rivoluzione passiva di masse amorfe.

Ed avrebbe innestato un ragionamento su come costruire in questo scenario senza conflitti casematte di controprogrammazione digitale. Il Vaticano raccoglie la sfida dei tradizionalisti e annuncia una prossima enciclica sulle potenze di calcolo parlando di innovazione armonica.

La sinistra, i sindacati, i ceti professionali e urbani, i vertici delle città, ancora balbettano. I dispositivi di automatizzazione decisionale sono oggi il luogo del nuovo scontro sociale, contando sulla tendenza al decentramento dell’informatica che apre spazi per una interferenza di massa ai sistemi semantici.

Ieri sera sul Colosseo uno striscione del movimento No King gridava “Fuori i tecnologi della guerra da Roma”. Non molto, ma certo molto meglio di niente.

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