Politica
Blocco di Hormuz: rischio aumento della fame nel mondo
Il crollo del numero di passaggi di imbarcazioni nel braccio di mare che divide l’Iran dalla penisola arabica sta provocando ripercussioni in tutto il pianeta. Dal 28 febbraio, giorno in cui Israele e Stati Uniti hanno sferrato il loro attacco contro Teheran, il traffico navale nello stretto di Hormuz è calato del 95%.
La sua chiusura quasi totale, come ritorsione da parte dell’Iran nei confronti degli Stati Uniti, di Israele e dei Paesi che li sostengono, non ha causato soltanto un’impennata dei prezzi dei prodotti petroliferi; sta avendo gravi conseguenze anche sulla produzione dei fertilizzanti, fondamentali per l’agricoltura. Secondo uno studio pubblicato su “Nature Geoscience”, circa il 50% della produzione mondiale di cibo è legata all’impiego dei fertilizzanti sintetici.
Lo stretto di Hormuz non è un semplice corridoio energetico, ma anche la rotta di trasporto più importante per quanto riguarda materie prime strategiche – come l’urea e l’ammoniaca –, impiegati nella produzione dei fertilizzanti. Da Hormuz passano annualmente, in condizioni normali, il 44% dello zolfo, il 31% dell’urea e il 30% dell’ammoniaca commercializzati in tutto il mondo.
Arabia saudita, Qatar, Emirati arabi uniti, Bahrein e Oman sono tra i maggiori fornitori nel mercato globale dei fertilizzanti azotati, insieme con l’Iran, e, al momento, la loro produzione e il loro trasporto sono quasi del tutto bloccati. Anche la produzione di fosfati, essenziali per lo sviluppo delle radici delle piante, è stata gravemente compromessa.
L’Arabia saudita esporta circa un quinto dei fertilizzanti fosfatici mondiali, e la regione, nel suo complesso, garantisce oltre il 40% dello zolfo (ricavabile dalla raffinazione del petrolio e del gas) commercializzato a livello globale. Mentre già i prezzi dei prodotti alimentari crescono in tutto il mondo, a causa dell’aumento dei costi dei carburanti necessari alla loro produzione e al loro trasporto, la Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) lancia l’allarme sul fatto che, se il blocco continuerà, metterà a rischio la sicurezza alimentare globale.
Secondo il rapporto “Global Agrifood Implications of the 2026 Conflict in the Middle East”, dell’agenzia dell’Onu, a causa del crollo dei transiti causato dal blocco, dai tre ai quattro milioni di tonnellate di fertilizzanti, forniti di solito in un mese, non raggiungono i Paesi di destinazione. I fertilizzanti devono essere distribuiti subito nei Paesi in cui la stagione della semina è alle porte: se i prodotti chimici non vengono impiegati nelle prime fasi, il raccolto rischia infatti di ridursi considerevolmente.
Il prezzo del gas naturale, impiegato per la produzione dell’idrogeno, che, unito all’azoto, va a formare l’ammoniaca, sostanza alla base dei fertilizzanti azotati, rappresenta circa l’80% dei costi totali del prodotto. Il rapido e consistente aumento del prezzo del gas ha costretto importanti impianti a interrompere le attività in tutto il mondo.
I prezzi dell’urea e dell’ammoniaca hanno avuto un’impennata vertiginosa: l’urea è passata da 482,5 dollari a tonnellata, il 27 febbraio, a 720 dollari alla metà di marzo, con un aumento del 50%, e il prezzo potrebbe crescere fino a 800 dollari nelle prossime settimane. La sicurezza degli approvvigionamenti globali è minacciata dagli attacchi militari contro le infrastrutture energetiche regionali, e dalle successive dichiarazioni di forza maggiore da parte delle compagnie energetiche, che consentono alle aziende di sospendere gli obblighi contrattuali in presenza di eventi al di fuori del loro controllo, esonerandole dagli impegni di consegna senza incorrere in penali.
A causa delle interruzioni nella fornitura di energia – provocate, in particolare, dagli attacchi iraniani contro l’impianto di estrazione di Ras Laffan, che assicura il 20% dell’approvvigionamento mondiale di Gnl –, la Qafco, azienda statale qatariota che produce il 14% dell’offerta mondiale annua, ha dovuto chiudere il suo impianto per la realizzazione dell’urea con una capacità annua di 5,6 milioni di tonnellate. Il Qatar ha avvisato che ci vorranno dai tre ai cinque anni per riparare completamente i danni, suscitando forti timori riguardo agli approvvigionamenti.
La situazione è particolarmente grave in Pakistan e in india. In Pakistan importanti aziende, come la Agritech Limited, hanno completamente interrotto la produzione per mancanza di materie prime.
L’India ha già perso circa ottocentomila tonnellate della sua produzione mensile di urea, pari a 2,6 milioni di tonnellate, a causa del razionamento delle forniture di gas, mentre le interruzioni nelle importazioni di ammoniaca hanno bloccato la produzione locale, dato che il Paese si rifornisce di ammoniaca, per l’80% del suo fabbisogno, dalla regione del Golfo. Anche in Bangladesh la penuria di gas, proveniente dai paesi del Golfo, ha costretto alla chiusura di quattro dei cinque impianti statali che producono fertilizzanti.
La Cina, il più grande produttore mondiale di fertilizzanti azotati e fosfatici, sta dando priorità all’approvvigionamento interno e ha imposto restrizioni alle esportazioni a causa della sua dipendenza dal Medio Oriente per metà del suo fabbisogno di zolfo, provocando problemi nei Paesi che dipendono dalle forniture di Pechino. L’interruzione delle spedizioni dall’Arabia saudita ha finora impedito al Brasile di far fronte al 30% del suo fabbisogno di fosfati.
Da parte sua, l’Australia prevede che le proprie scorte si esauriranno entro metà aprile, dato che il Paese si rifornisce di oltre il 60% dell’urea dal Medio Oriente, mentre gli sforzi per trovare alternative sono ostacolati dagli elevati costi logistici. I Paesi africani sono già in una situazione allarmante.
Tra questi, spicca l’Etiopia, che riceve oltre il 90% del fertilizzante azotato dal Golfo attraverso Gibuti. Paesi come la Somalia, il Kenya, la Tanzania e il Mozambico sono anch’essi particolarmente esposti al rischio di una grave carestia.
Paradossalmente, gli stessi agricoltori statunitensi stanno affrontando la stagione della semina primaverile in un clima di forte preoccupazione, causato dall’aumento dei prezzi dei fertilizzanti e dei carburanti, con forti ripercussioni previste soprattutto sulla produzione di mais e cereali. Questo perché, in un mese, il prezzo della benzina è aumentato del 25%.
Gli effetti del blocco di Hormuz si stanno manifestando, naturalmente, anche in Iran. Se la produzione di fertilizzanti è fortemente rallentata, per Teheran è quasi impossibile esportare le scorte già disponibili, così come importare le materie prime e i prodotti agricoli di cui ha bisogno.
Secondo i dati diffusi dalla Fao, a Teheran il prezzo della farina, in un mese, è aumentato del 120% e del 200% rispetto a un anno fa. L’Unione europea è a sua volta in difficoltà: dopo essersi affidata soprattutto al Qatar per rimpiazzare il gas precedentemente importato dalla Russia, sta iniziando a subire un’ondata inflazionistica, che potrebbe aggravarsi nei prossimi mesi.
Mosca sembra invece beneficiare della crisi scatenata dall’aggressione all’Iran. La Russia è infatti tra i maggiori produttori ed esportatori mondiali di fertilizzanti – il 23% dell’ammoniaca, il 14% dell’urea e il 40% dei derivati del potassio (insieme con la Bielorussia) –, e può continuare a commercializzarli grazie alla sua produzione di idrocarburi.
Ha del resto già fortemente incrementato le entrate derivanti dalla vendita di petrolio e gas, grazie all’impennata dei prezzi provocata dalla guerra. Alcuni Paesi asiatici hanno chiesto alla Federazione russa di iniziare a importare o di aumentare gli acquisti di gas: per esempio, Nigeria e Ghana hanno cominciato a comprare fertilizzanti da Mosca.
I cambiamenti dei flussi commerciali, secondo gli esperti, potrebbero non limitarsi alla contingenza attuale, ma penalizzare, ancora nei prossimi anni, i Paesi del Golfo, premiando appunto la Russia e altri produttori al momento secondari. Se i prezzi dei carburanti non scenderanno considerevolmente e il blocco di Hormuz non si concluderà entro la fine di giugno, il Programma alimentare mondiale dell’Onu calcola che la crisi potrebbe causare l’aumento della popolazione mondiale in condizione di insicurezza alimentare, di almeno quarantacinque milioni di persone, soprattutto in Africa e in Asia, che si aggiungerebbero ai 318 milioni di uomini, donne e bambini già a rischio denutrizione.
A ciò vanno aggiunti gli eventi climatici estremi, divenuti sempre più frequenti a causa del riscaldamento globale, che provoca siccità e alluvioni, impattando sui raccolti agricoli. L’allarme è scattato, inoltre, riguardo ad altri prodotti che transitano nello stretto di Hormuz.
Per esempio, un terzo delle spedizioni globali di elio, un gas prodotto nel processo di raffinazione del gas naturale, proviene dal Qatar. L’elio viene utilizzato nella fabbricazione dei microchip utilizzati nei computer, nei veicoli e negli elettrodomestici.
Il gas serve anche a raffreddare i magneti dei macchinari per la risonanza magnetica. Alcuni derivati petrolchimici, come il metanolo e l’etilene, sono materiali vitali per la produzione di prodotti farmaceutici, tra cui gli antidolorifici, gli antibiotici e i vaccini.
Si stima che i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo – Arabia saudita, Qatar, Oman, Emirati arabi uniti, Kuwait e Bahrein – garantissero finora il 6% della capacità produttiva mondiale di questi elementi. L'articolo Blocco di Hormuz: rischio aumento della fame nel mondo proviene da Terzogiornale.