Politica
“Ammazzare stanca”: Vicari mette in scena la ‘ndrangheta sanguinosa e patriarcale degli anni Ottanta
“Ammazzare stanca” è uno di quei concerti in cui tutto fila alla perfezione, dal direttore d’orchestra al primo violino fino all’ultimo flauto. Senza un fotogramma di troppo, Daniele Vicari, oggi il nostro autore più ferrato e coerente nel raccontare pieghe, drammi sociopolitici e sparse miserabilia d’Italia, ha sfoderato un’emozionante crime story di ‘ndrangheta e ferinità umana ad alta caratura cinematografica.
Per l’universo descritto affine all’ottimo “Anime nere” di Francesco Munzi e degna per tecnica registica del miglior Stefano Sollima, si potrebbe dire, non fosse per l’acutezza e profondità di sguardo assolutamente personali del regista. Siamo nel Varesotto, anni Settanta e primi Ottanta, frangente di passaggio per le cosche calabresi dalle estorsioni e dai rapimenti alla gestione del territorio con le infiltrazioni politiche e al big business del narcotraffico.
Nel cuore oscuro di una cavalcata tra ammazzatine e riti di affiliazione tribali, si addensa il conflitto irriducibile tra un padre molto padrone, Giacomo Zagari (Vinicio Marchioni), e il figlio Antonio (Gabriel Montesi). Un capofamiglia arcaico e brutale e un rampollo che promette bene come killer.
Freddo, ha ottima mira, ma si sente poco stimato, a differenza del fratello Enzo (Andrea Fuorto), gasato dal viaggio verso le natìe terre paterne per l’ambita cerimonia di affiliazione. I due fratelli, nati al Nord, parlano con forte accento lombardo, creando un sapido effetto di spaesamento, non solo gustoso ma essenziale al decorso narrativo.
Ferocia primitiva e moderna efficienza criminale Pier Giorgio Bellocchio e Gabriel Montesi in “Ammazzare stanca” Vicari ha concentrato in Giacomo Zagari il peggio di una mentalità patriarcal-criminale che esige obbedienza cieca e si alimenta paranoicamente di sospetti, più o meno fondati. Al punto di esigere da Antonio, suo eletto strumento di morte, l’eliminazione di un collega ‘ndranghetoso spendaccione, quindi appariscente e pericoloso:
“Uno di qua con la fuoriserie è normale, un calabrese no”. Oppure di un siciliano che, forte di appoggi mafiosi al Sud, sta alzando la cresta nel settore del pizzo.
Ferocia primitiva e moderna efficienza criminale, senza sgarrare dalle tradizioni, tanto che quando Antonio si sposa con Angela (Selene Caramazza) e nasce il nipotino, il dolce nonnetto irrompe alla festa di battesimo per benedirlo coi crismi dell’ndrangheta, dal coltello alle immaginette sacre. Angela è medica, sceglie un fior di delinquente per amore;
Annunziata, la moglie del rude Giacomo, non decide proprio alcunché, è una figura sottomessa (“Sono cose da uomini”, dice sempre), lontana da qualsiasi ribellione, a differenza di un’altra calabrese impaniata nell’ndrangheta però tostissima e vendicativa, la Rosa protagonista di “Una femmina” di Francesco Costabile. Donne sotto il tallone del patriarcato: è una delle numerose polarità estreme di “Ammazzare stanca”.
Alla criminalità organizzata si oppone il glaciale colonnello dei carabinieri Becker (Piergiorgio Bellocchio), senza risparmio di ricatti e proiettili, mentre in Antonio l’apparenza del lavoro in fabbrica, usato come copertura, cela la sostanza del killer e l’antica ritualità d’onore lascia il passo, non senza scontri, al nuovo business della droga, alla merda, come la definisce il capobranco. Il padrone invelenito deve vedersela con gli scioperi operai, all’epoca frequenti, e la fraterna amicizia collide con i doveri di cosca.
Il cemento del familismo amorale si crepa giusto quando il vecchio Giacomo, sempre più inasprito, comanda ai figli di rapire il più caro amico di Enzo, suo ricco compagno di scorribande giovanili in motocicletta. Finirà a schifìo, dando accelerazione al dramma della famiglia aleggiante fin dall’incipit del film, ispirato alla veridica autobiografia di Antonio Zagari, racchiusa nel libro omonimo.
Primo grande pentito di ‘ndrangheta nel ’90, nauseato dalla vita malavitosa, nessun rimorso per i sedici morti ammazzati in carriera, a parte il fastidio per il sangue altrui (una ematofobia non invalidante per il suo sporco lavoro), Zagari avrebbe mandato a processo e in galera un bel numero di “colleghi”, padre compreso, prima di venir investito da una moto. Quando si dice il caso.
Un film con un’ottima solidità drammaturgica “Ammazzare stanca”, scritto da Vicari con Andrea Cedrola, già in coppia nel precedente “Orlando” con Michele Placido, possiede una rara solidità drammaturgica, arricchita da catturanti invenzioni visive perfettamente coerenti al viaggio di un’opera dai caratteri – visto il tema – molto sottolineati e però mai sfiorata dal macchiettismo. Un rischio evidente con personaggi torvi e ambigui, vedi il minuto e implacabile don Peppino Pesce (Rocco Papaleo) e soprattutto la clamorosa Iena del Giambellino (Thomas Trabacchi), delinquente amorale dalla lunga criniera, accento milanese e voce roca da campione della mala.
Di qualità il cast, convinto e intenso, su tutti Vinicio Marchioni e l’ormai affermato Gabriel Montesi. Ottimamente fotografato dal solito Gherardo Gossi, bravo a evocare le atmosfere anche cinematografiche del tempo (pensiamo ai poliziotteschi), e assistito dalle eccellenti musiche di Teho Teardo, il film – producono Rai Cinema, Mompracem dei fratelli Mainetti e Pier Giorgio Bellocchio con Beta Film – può essere inserito a pieno titolo tra i migliori di Vicari, insieme a “Diaz.
Non pulire questo sangue” e al durissimo “Sole cuore amore” con Isabella Ragonese, una potente storia di pendolarismo e fatica di vivere che qualche povero di spirito aveva definito all’uscita in sala nel 2016, una “storiella edificante”. Nessuno, manco il critico più reputato, è perfetto.
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