Martedì 17 febbraio 2026 ore 18:01

Politica

In Israele una cittadinanza basata sul razzismo

Martedì 17 febbraio 2026 ore 16:00 Fonte: Terzogiornale
In Israele una cittadinanza basata sul razzismo
Terzogiornale

Nelle prime settimane di febbraio, migliaia di persone sono scese in piazza in Israele per protestare contro la gestione governativa. Gli ultimi due anni avevano visto centinaia di manifestazioni, in diverse parti del Paese, per chiedere un accordo che garantisse il ritorno degli ostaggi portati a Gaza da Hamas durante l’attacco del 7 ottobre 2023.

Questa volta, invece, i cittadini israeliani sono scesi in piazza per protestare contro l’inerzia del governo dinanzi all’ondata di violenze nelle città arabe del Paese. È stata la più grande manifestazione araba-ebraica da decine di anni a questa parte.

Cittadini palestinesi d’Israele, insieme con organizzazioni e cittadini israeliani ebrei, si sono riuniti in piazza Habima a Tel Aviv, mostrando le foto di centinaia di persone uccise. Nel solo 2025, sono stati ammazzati 252 cittadini palestinesi di Israele: è stato l’anno più drammatico mai registrato da questa comunità.

Il divario rispetto alla popolazione ebraica è impressionante: a fronte di 220 omicidi tra gli arabi, nel 2024, la comunità ebraica ne ha contati appena 58. Se si tiene conto che i palestinesi d’Israele sono due milioni, e rappresentano il 20% del Paese, il tasso di mortalità è di quattordici a uno.

Questa sproporzione non è frutto di dinamiche culturali, ma riflette disparità strutturali negli investimenti, nella sicurezza e nell’attenzione politica. Nelle città in cui i gruppi criminali operano, tutti conoscono i responsabili, si sa dove sono le armi, anche i nomi e i volti di chi ha ucciso; eppure lo Stato sceglie l’inerzia attraverso una polizia indebolita e politicizzata.

Basti pensare che, nel 2025, è stato risolto meno del 10% degli omicidi di cittadini arabi, contro il 65% dei casi che coinvolgono cittadini ebrei. Intere amministrazioni locali operano sotto minaccia, con le reti criminali che occupano il vuoto di potere lasciato da uno Stato che resta a guardare.

Le bande possiedono armi militari, non solo fucili d’assalto ma anche esplosivi, granate e persino missili. “Tutto questo non succede perché le comunità arabe sono più violente per natura o perché siamo poveri.

È il sintomo di una realtà politica in cui i cittadini palestinesi di Israele, più del 20% della popolazione del Paese, sono stati abbandonati dal loro governo, lasciati in balia di armi illegali, estorsione, droga e criminalità organizzata”, ha scritto Fida Nara Tabony, cittadina palestinese-israeliana di Nazareth, sulle pagine del “Jerusalem Post”. L’attivista politica spiega che la crisi deriva da lunghi anni durante i quali i cittadini arabi sono stati schiacciati dalla segregazione razziale.

Ai palestinesi d’Israele sono state negate le opportunità offerte ai concittadini ebrei. I livelli di disoccupazione sono molto più alti nelle città palestinesi, i giovani non hanno prospettive, non esistono reti di sicurezza sociali, sostegno, crescita.

“In altre parole – spiega Tabony – oltre alle politiche che consentono la violenza dei coloni e l’annessione di nuovi territori della Cisgiordania, e oltre a continuare a bombardare Gaza a intermittenza nonostante il cessate il fuoco, sembra esserci una politica deliberata per indebolire, esaurire e uccidere la comunità palestinese all’interno di Israele stesso”. Anche Amal Oraby, giurista e urbanista palestinese, sottolinea che gli arabi sono da sempre stati discriminati dalle istituzioni, non solo quelli che vivono in Cisgiordania o a Gaza, territori occupati da Tel Aviv, ma anche coloro che vivono all’interno dei confini d’Israele, come cittadini formalmente di pari diritti.

“La generazione dei nostri genitori e nonni è cresciuta sotto un’amministrazione militare ed è stata confinata nelle comunità arabe – scrive Oraby sul quotidiano “Haaretz” –. Nel corso degli anni, hanno incontrato la città ebraica solo in qualità di fornitori di manodopera a basso costo.

Il sistema di segregazione basato sulla razza, istituito nei primi anni della fondazione del Paese, non è stato eliminato con la cancellazione dell’amministrazione militare. È diventato solo più sofisticato”.

Ma il fenomeno della criminalità, nelle aree arabe, è pericolosamente degenerato negli ultimi anni. Soprattutto da quando il suprematista ebraico Itamar Ben Gvir ha preso il controllo delle forze di polizia.

Come voluto dal ministro, una forte politicizzazione guida le forze dell’ordine più di qualsiasi valutazione tecnica di sicurezza o di opportunità. E la questione non riguarda solamente la criminalità in Israele.

Anche l’aumento della violenza dei coloni nella Cisgiordania occupata avviene sotto la spinta del ministro, il quale garantisce totale impunità agli israeliani che attaccano i villaggi palestinesi, compresi quelli che picchiano donne e bambini, che sparano, uccidono, incendiano proprietà e uccidono gli animali. Funzionari dello Shin Bet, i servizi di sicurezza interni di Israele, hanno fatto sapere che la polizia si rifiuta di intervenire per fermare le azioni violente dei coloni.

Le forze rispondono ormai agli ordini di Ben Gvir, che distribuisce migliaia di armi a cittadini ebrei d’Israele e ai coloni illegali, ordina di affamare i prigionieri politici palestinesi e tenta di istituire (solo per loro) la pena di morte. “Sì, siamo in balia di un ministro razzista della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, il legislatore israeliano condannato con l’accusa di incitamento al razzismo (ebraico) e sostegno a un gruppo terroristico (ebraico), che ha detto alle forze di polizia di non considerare prioritaria la sicurezza della nostra comunità”, spiega Fida Nara Tabony.

Anche Aida Touma-Suleiman, giornalista araba israeliana e deputata della Knesset (il parlamento israeliano), è della stessa opinione: “Non si tratta di un caso ma è una politica condotta da questa amministrazione.

Sembrerebbe che il governo utilizzi questi gruppi come contractors per distruggere la nostra società, renderci individui terrorizzati che non possono fare altro che lottare per sopravvivere, dimenticando ogni altro diritto. Quando devi lottare per il diritto di vivere, dimentichi i diritti politici e sociali”.

Si tratta di una strategia coerente con tutte le altre messe in pratica dall’attuale amministrazione guidata da Benyamin Netanyahu, la più estremista degli ultimi anni, allo scopo di distruggere o cacciare la popolazione palestinese ovunque essa si trovi: Gaza, Cisgiordania, Israele.

“Mentre in passato il 40% dei casi di omicidio nelle comunità arabe israeliane era risolto dalla polizia – spiega Touma-Suleiman –, oggi solo il 10% dei casi viene risolto. Questo vuol dire che il 90% degli assassini e chi coopera con loro rimane a piede libero e continua a vivere in mezzo a noi.

È un terribile messaggio inviato dalla polizia agli assassini e ai criminali: puoi fare quello che vuoi e nessuno ti toccherà”. La deputata aggiunge che, se Ben Gvir pensasse solo per un momento che armi militari e esplosivi possano essere utilizzati contro la popolazione ebraica, troverebbe immediatamente il modo di liberarsene.

“Suo interesse è quello di non garantire alcuna sicurezza ai cittadini arabi di Israele e questo fa capire come mai la situazione sta peggiorando così velocemente”. Ben Gvir è stato nominato ministro della Sicurezza nazionale, e dunque responsabile della polizia, sul finire del 2022.

Quell’anno sono stati uccisi 108 cittadini arabo-israeliani. Nel 2023 le vittime sono diventate 242, nel 2024 erano 233, salite a 249 lo scorso anno quando, in media, ogni trentasei ore è stato ucciso un cittadino arabo d’Israele.

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