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Uganda: il land grabbing è una nuova minaccia per i pastori della Karamoja

Mercoledì 26 novembre 2025 ore 13:17 Fonte: Lo Spiegone
Uganda: il land grabbing è una nuova minaccia per i pastori della Karamoja
Lo Spiegone

Indice Il land grabbing è oggi una delle minacce principali per le comunità di pastori seminomadi della Karamoja, regione nel nord-est dell’Uganda. Se fino a oggi i conflitti interni alla regione erano principalmente legati a razzie di bestiame e scontri armati, oggi lo scenario sta assumendo un altro volto.

La competizione per la terra – guidata da interessi di investitori esterni e da politiche governative che favoriscono concessioni e investimenti – sta esacerbando le tensioni intracomunitarie già presenti nel territorio. Le ricchezze minerarie – oro, marmo, calcare e altri minerali strategici – hanno attirato attenzioni crescenti, mentre il processo di acquisizione delle terre spesso avviene senza una reale consultazione delle comunità locali.

Tradizionalmente, per i karamojong (abitanti della Karamoja), la terra è di proprietà collettiva, regolata da norme consuetudinarie e amministrata dagli anziani e dai capi tradizionali. Per riconoscere legalmente tale proprietà, servono dei Certificati di proprietà consuetudinaria, che tuttavia sono poco accessibili per via dei costi troppo elevati.

Senza questa formalizzazione, la possibilità di opporsi alla privatizzazione crescente o di ottenere compensazioni appropriate rimane estremamente limitata. Il risultato è che le comunità si trovano sempre più esposte a pressioni esterne che, insieme ai cambiamenti climatici, minacciano la principale fonte di sussistenza di migliaia di karamojong: la terra.

Razziare per sopravvivere Per capire la fragilità attuale, è necessario ricordare il passato recente di questa regione. Dopo la caduta del regime di Idi Amin nel 1979, le armerie di Kotido e Moroto furono saccheggiate e oltre 10.000 fucili, tra cui numerosi kalashnikov, finirono nelle mani dei razziatori di bestiame della Karamoja.

Razziare infatti era per molti abitanti della regione una pratica radicata, oltre che un modo per guadagnarsi rispetto sociale e pagare la dote. Savana della Karamoja vista dall'alto. © Francesco Torri La diffusione di armi trasformò profondamente le razzie in conflitti violenti su larga scala.

Nei decenni successivi, la Karamoja visse fasi di estrema insicurezza, intrecciate con povertà e marginalizzazione istituzionale. Negli anni Duemila, la risposta statale vide una dura repressione, con gravi violazioni dei diritti umani, che non fecero che aggravare la situazione di povertà e malnutrizione nella regione.

Nel 2006, il presidente Yoweri Museveni lanciò una campagna di disarmo volontario con amnistia per chi consegnava le armi. Ciò permise la rimozione di migliaia di fucili dalla regione.

Anche se questa strategia generò una fase di relativa pace, per molti versi si rivelò una calma effimera: senza programmi di reinserimento socioeconomico e percorsi alternativi di sussistenza, il disarmo non neutralizzò le cause profonde delle razzie. Il disarmo non è sufficiente se non è accompagnato da alternative reali di sostentamento: i giovani che rientrano nelle loro comunità senza opportunità concrete tendono infatti a tornare alle razzie.

Nicola Carradori, coordinatore del Jpd-K A partire dalla fine del 2018 e poi successivamente con l’impatto della pandemia da Covid-19, la violenza ricominciò a intensificarsi. Un nuovo aumento delle armi e la crescente insicurezza produssero un’ondata di razzie che, tra il 2019 e gli anni successivi, provocò perdite umane significative: in un articolo del 2022, New Humanitarian segnalava più di 500 morti in Karamoja dal 2019.

La risposta del governo Di fronte alla recrudescenza delle razzie, inizialmente, lo Stato rispose con l’operazione Usalama kwa wote, condotta dalle Forze di difesa popolare dell’Uganda (Updf), l’esercito nazionale. La strategia si basò, tra l’altro, sull’uso di informatori interni alle comunità, pagati perché denunciassero sospetti razziatori.

Questo approccio ebbe conseguenze pesanti: oltre a causare la morte di decine di sospetti razziatori, erose il tessuto sociale, suscitando sfiducia interna e casi di linciaggio nei confronti di chi veniva sospettato di collaborare con le forze di sicurezza. Parallelamente, la politica di sparare a vista contro sospetti razziatori alimentò ulteriore tensione e rotture comunitarie.

Solo nel giugno del 2023, l’Updf cambiò rotta, adottando nuovamente una strategia basata sul disarmo volontario, facilitato da un’amnistia presidenziale. Questo passaggio fu decisivo perché permise l’ingresso di un maggior numero di attori non governativi, operanti nel campo della reintegrazione degli ex razziatori.

Organizzazioni locali e internazionali hanno potuto programmare interventi di sostegno ai combattenti che decidevano di deporre le armi, aprendo la strada a percorsi alternativi di sussistenza. Una pace con le radici nel terreno A partire da questa riapertura, il Justice and peace department della Diocesi di Kotido (Jpd-K) si è posto in prima linea nel processo di accompagnamento al disarmo.

L’azione dell’organizzazione si è articolata su più livelli: facilitazione di dialoghi inter e intra comunitari, mediazione tra gruppi diversi (jie, dodoth, turkana e acholi), attività di formazione pratica e programmi di reintegrazione socioeconomica e psicosociale a favore degli ex karachuna, ovvero i giovani combattenti, come sono chiamati nel dialetto locale. Nicola Carradori durante un dialogo di pace tra la comunità acholi e quella karamojong. © Francesco Torri Nicola Carradori, coordinatore del Jpd-K, spiega che «il disarmo non è sufficiente se non è accompagnato da alternative reali di sostentamento: i giovani che rientrano nelle loro comunità senza opportunità concrete tendono infatti a tornare alle razzie».

Per questo, oltre ai processi di dialogo e alle campagne radiofoniche di sensibilizzazione – la radio è un mezzo di comunicazione in grado di raggiungere anche le aree più remote -, il Jpd-K supporta svariate iniziative. Si va da attività produttive, agricoltura rigenerativa, agroforestazione, apicoltura e scuole agropastorali, fino alla fornitura di strumenti pratici come sementi, attrezzi e corsi di formazione.

I percorsi sono pensati perché il sostegno sia condizionato all’impegno collettivo: chi lavora insieme agli altri e mostra continuità riceve un supporto protratto nel tempo. I razziatori si conoscono tra loro e sanno chi è ancora armato.

Questo ci ha aiutato molto nel coinvolgere progressivamente chi non aveva ancora deposto i fucili. Nicola Carradori, coordinatore del Jpd-K Il metodo si è dimostrato efficace nell’avvicinare ex razziatori a scelte alternative. Come sottolinea Carradori, la conoscenza reciproca tra razziatori favorisce il passaparola e la partecipazione: «Nel contesto locale, i razziatori si conoscono tra loro e sanno chi è ancora armato. Questo ci ha aiutato molto nel coinvolgere progressivamente chi non aveva ancora deposto i fucili».

La resilienza per combattere la violenza Storicamente, l’agricoltura in Karamoja non ha mai superato livelli di pura sussistenza: precipitazioni scarse, terreni aridi e la tradizione pastorale hanno limitato la diffusione di pratiche agricole stabili. Per far fronte a questi ostacoli, i programmi di reintegrazione del Jpd-K investono su tecniche resilienti alla siccità, impianti di microirrigazione, semi più adatti al clima e formazione tecnica.

Il tutto per cercare di rendere l’agricoltura una fonte di reddito sostenibile per gruppi che un tempo facevano della razzia il proprio mezzo di sostentamento. Raccolta del sorgo. © Francesco Torri Oggi, i risultati iniziano a essere visibili: alcuni gruppi di ex combattenti hanno raccolto tra i 25 e i 40 sacchi di sorgo in una sola stagione.

Questi raccolti, una volta venduti, possono tradursi in cifre tra i 5 e i 10 milioni di scellini ugandesi (più di 2.000 euro). Come spiega Peter Lopuko, responsabile di progetto del Jpd-K: «questi numeri hanno un valore simbolico e pratico nel dimostrare che è possibile ottenere fonti di reddito alternative».

Un impulso importante è arrivato anche dall’acquisto a maggio 2025 di un trattore da parte del Jpd-K. Grazie a esso, 23 comunità di ex combattenti, per un totale di migliaia di persone, hanno potuto preparare i campi in maniera più efficiente, ampliando la superficie coltivabile e aumentando le probabilità di successo dei raccolti. «Non tutti i karachuna riescono a essere reintegrati, nonostante l’adesione al progetto» continua Lopuko. «Alcuni giovani infatti hanno paura di essere giudicati dalla comunità, altri portano con sé traumi profondi, che spesso ostacolano il loro reinserimento nella vita civile».

Per questi individui il Jpd-K offre anche un programma di reinserimento psicosociale, attraverso terapie di gruppo e individuali, con l’obiettivo di poterli inserire successivamente anche nei programmi di agricoltura. Il cambiamento è visibile: gruppi che prima si sparavano ora siedono nello stesso cerchio, ex razziatori parlano alla radio invitando altri a deporre le armi e i campi di sorgo sono rigogliosi.

Lokorò, ex karachuna «La pace è ancora fragile e bisogna continuare a investire per evitare che la violenza ritorni» dice Lokorò, un ex karachuna inserito nel programma del Jpd-K. «Ma – continua – il cambiamento è visibile: gruppi che prima si sparavano ora siedono nello stesso cerchio, ex razziatori parlano alla radio invitando altri a deporre le armi e i campi di sorgo sono rigogliosi». Una nuova minaccia: il land grabbing  La riduzione delle razzie e la stabilità relativa hanno però paradossalmente creato le condizioni per un nuovo rischio: investitori – spesso provenienti da India o Cina e attirati dalle risorse minerarie e dalla maggiore sicurezza – hanno iniziato a entrare nella regione, partecipando a gare per le concessioni e acquistando ampie porzioni di terreni. «Molte comunità tradizionalmente pastorali si trovano senza alternative economiche e quindi sono più inclini a negoziare per lo sfruttamento della loro terra» spiega Longole Faustino, coordinatore di progetto del Land desk della Diocesi di Moroto. «Inoltre la pace relativa ha permesso agli investitori stranieri di entrare fisicamente nella regione senza il rischio di venire uccisi.

E quindi di entrare in competizione con le comunità locali sull’uso della terra». La complessità è acuita dal fatto che le terre nella Karamoja sono in larga parte communal land (terre comunitarie), regolate da norme consuetudinarie piuttosto che da registrazioni formali.

Per ottenere tutela legale, sarebbe necessario che le comunità si dotassero di Certificati di proprietà consuetudinaria. Un passaggio che tuttavia è raro per ragioni economiche e culturali.

Ottenerli infatti richiede delle procedure burocratiche complesse e durature con costi spesso troppo elevati per le comunità karamojong. Di conseguenza, la possibilità di opporsi efficacemente a privatizzazioni o di ottenere risarcimenti in caso di esproprio è notevolmente limitata.

L’acquisizione di terre comunitarie da parte di investitori stranieri è inoltre favorita da processi amministrativi che non garantiscono sempre trasparenza e rappresentatività delle comunità. Operazioni concluse lontano dai villaggi, spesso a Entebbe, vicino alla capitale, lasciano le popolazioni locali all’oscuro finché non si trovano davanti a recinzioni o iniziative di sfruttamento delle loro terre.

Semi di resistenza: Katikekile, Kapisinyang  Ci sono però esperienze in cui le comunità sono riuscite a difendersi.

Il caso dei naita atepeth, nel villaggio di Katikekile, vicino a Moroto, è indicativo. Organizzandosi e ottenendo un Certificato di proprietà consuetudinaria, i leader locali sono riusciti a trattare con l’azienda Tororo Cements riguardo a un progetto per la creazione di un impianto per la produzione di clinker (componente base del cemento) che avrebbe interessato terre comunitarie.

Cartelloni di Tororo cements a Kotido. © Francesco Torri Grazie al supporto del Land desk della Diocesi di Moroto, la questione è stata portata a livello ministeriale e, infine, in una riunione presidenziale, che ha garantito una compensazione economica giudicata dignitosa dalla comunità. Altri episodi evidenziano però la gravità del problema: in molte situazioni accordi e cessioni vengono negoziati lontano dai villaggi e senza la partecipazione diretta delle comunità.

Un dato fornito dal Karamoja resilience support unit indica che il 40,8% della superficie complessiva della Karamoja è già destinata a parchi nazionali per fauna selvatica. Una destinazione che in alcuni casi ha escluso le comunità dai propri territori, mentre le élite locali e soggetti legati al turismo ne hanno tratto vantaggio.

La pace relativa ha permesso agli investitori stranieri di entrare fisicamente nella regione senza il rischio di venire uccisi. E quindi di entrare in competizione con le comunità locali sull’uso della terra.

Longole Faustino, coordinatore di progetto del Land desk Nel 2024, il caso di Kapisinyang ha mostrato come anche progetti di vendita di terre comunitarie possano essere fermati dalla mobilitazione locale. Un tentativo di cessione segreta a opera di una ristretta cerchia di membri della comunità, appoggiata da funzionari politici, è stato sventato grazie alla denuncia del presidente del Consiglio locale, che ha agito per mantenere la terra nelle mani della popolazione.

A beneficiare delle terre sarebbe stata l’Uganda wildlife authority, che le avrebbe trasformate in un parco per il turismo faunistico. Un futuro incerto I casi di Katikekile e Kapisinyang tuttavia sono delle eccezioni alla regola.

La maggior parte delle comunità non riesce a resistere alle pressioni degli investitori e del governo e viene espropriata. Avendo sempre meno terra disponibile per pascolare il bestiame e coltivare sorgo, principale coltura della regione, i karamojong sono sempre più vulnerabili e la possibilità che sorgano nuovi conflitti inter e intra comunitari è sempre più alta.

In un articolo accademico pubblicato su Climate and development e dal titolo emblematico “La terra è il nuovo fucile”, il ricercatore Daniel Abrahams spiega come il land grabbing nella Karamoja stia esacerbando la lotta per la sopravvivenza. Il tutto in un contesto in cui il cambiamento climatico ha reso le precipitazioni più irregolari, con stagioni delle piogge sempre più brevi e periodi di siccità sempre più lunghi e più intensi.

La pace è ancora fragile e bisogna continuare a investire per evitare che la violenza ritorni. Lokorò, ex karachuna La situazione attuale nella Karamoja dunque evidenzia con chiarezza che togliere le armi ai razziatori non è sufficiente: il successo del processo di pace dipende dalla capacità del governo di assicurare mezzi di sussistenza dignitosi per tutte le comunità e di proteggerne i diritti fondiari.

Programmi come quelli promossi dal Jpd-K dimostrano che la reintegrazione è possibile quando si uniscono dialogo, supporto psicosociale e investimenti pratici in agricoltura e formazione. Ma per contrastare il land grabbing, la Karamoja richiede interventi pubblici decisi, strumenti legali accessibili e politiche che riconoscano e tutelino il ruolo della terra nella sopravvivenza e nell’identità delle comunità karamojong.

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