Storia
La compagnia catalana
Quando si parla delle compagnie di ventura siamo soliti pensare che si tratti di un fenomeno esclusivamente italiano o che comunque abbia coinvolto l’Italia in maniera preponderante. Certamente il nostro Paese, diviso in decine di staterelli in perenne conflitto e nello stesso tempo ricchissimi grazie ai proventi del commercio internazionale, presentava le condizioni ideali per lo sviluppo del mercenariato ma va detto che a partire dai decenni tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo l’arruolamento sempre più consistente di soldati a pagamento iniziò a farsi generalizzato in tutto il continente.
Ruggero da Fiore (1267-1305) in una stampa ottocentesca. Una delle realtà mercenarie più famose all’inizio del Trecento fu senza dubbio la cosiddetta Compagnia catalana, fondata all’inizio del XIV secolo da Ruggero da Fiore, templare rinnegato, pirata, avventuriero dalla vita breve quanto decisamente movimentata.
Roger da Flor, italianizzato come Ruggero da Fiore, nacque a Brindisi intorno all’anno 1267. Sappiamo che suo padre, Richard von Blum (che in tedesco significa “fiore”), era un falconiere di origine tedesca che aveva prestato servizio alla corte dell’Imperatore Federico II di Svevia, grande appassionato di rapaci e autore di un trattato relativo al loro addestramento e impiego per la caccia.
Con la fine della dinastia sveva e l’avvento di quella angioina nel 1266 la famiglia di Ruggero cadde in disgrazia. Nel 1268 suo padre morì alla battaglia di Tagliacozzo, al termine della quale il sedicenne Corradino di Svevia, l’ultimo degli Hohenstaufen, venne catturato dagli uomini di Carlo I d’Angiò per poi essere giustiziato pubblicamente a Napoli.
Ruggero, rimasto così orfano del genitore, si imbarcò a otto anni su una galera dell’Ordine del Tempio, nel quale una volta adulto venne ammesso assumendo il nome di Frate Rogerius da Branduzio come riportato nei documenti. Ruggero da Fiore contribuì alla difesa cristiana durante l’assedio mamelucco di Acri del 1291.
Prese parte nel 1291 alla disperata difesa di San Giovanni d’Acri, ultima roccaforte cristiana in Terrasanta, attaccata dall’esercito del Sultano mamelucco d’Egitto al-Ashraf Khalil. Nonostante il coraggio dimostrato Ruggero venne accusato di essersi appropriato di ricchezze appartenenti al Tempio nei convulsi momenti che seguirono la caduta della città e pertanto venne espulso dalla confraternita e scomunicato.
Forte della propria esperienza militare Ruggero si reinventò pirata e mercenario al soldo del miglior offerente. Entrò così al servizio del reggente di Sicilia Federico d’Aragona – omonimo bisnipote di Federico II – figlio cadetto del Re Pietro III, il quale fin dal 1282 era in guerra contro Carlo d’Angiò per il possesso della Sicilia.
Pietro era intervenuto nell’isola in appoggio all’insurrezione anti angioina nota nei manuali di storia nostrani con il nome di Vespri Siciliani. Per Ruggero si presentò l’occasione di prendersi la rivincita contro gli Angiò, i quali erano responsabili della morte di suo padre e della miseria che aveva colpito la sua famiglia.
All’ex sergente templare fu assegnato il comando di una compagnia di Almogavari, guerrieri originari della Navarra, dell’Aragona e della Catalogna già impiegati dai sovrani iberici nel corso delle guerre della Reconquista contro i Mori. Si trattava di truppe armate alla leggera, prive di corazza, armate di una corta spada e alcuni giavellotti.
Affresco che ricostruisce l’aspetto e l’armamento di una truppa di Almogavari. La guerra tra angioini e aragonesi si concluse nel 1302 con la pace di Caltabellotta, secondo la quale Federico d’Aragona venne ufficialmente riconosciuto Re di Sicilia.
Rimasti disoccupati, Ruggero e i suoi uomini – circa 1.500 cavalieri e 4 mila fanti- furono costretti a cercarsi un nuovo “datore di lavoro”. Già nel 1303 giunse un’offerta di impiego da parte del Basileus Andronico II Paleologo.
Il padre di quest’ultimo, Michele VIII, nel 1261 aveva portato a termine la riconquista di Costantinopoli ma ora il restaurato Impero d’Oriente doveva affrontare il pericolo rappresentato dall’espansionismo turco, che ne minacciava i possedimenti asiatici. La Compagnia catalana giunse a Costantinopoli nel settembre del 1303 a bordo di una flotta composta da 39 galee e da numerose navi da trasporto.
Pochi mesi dopo, nel gennaio 1304, i mercenari furono trasbordati nella Propontide, sulle rive del Mar di Marmara, allo scopo di liberare la città di Cizico dall’assedio turco. I catalani sbarcarono alle spalle del nemico, cogliendolo completamente di sorpresa e massacrandolo.
Ruggero da Fiore entra trionfalmente a Costantinopoli sotto lo sguardo del Basileus Andronico II in un dipinto del 1888 di José Moreno Carbonero. Ben pochi fra i turchi scamparono alla strage.
Dopo una pausa di alcuni mesi imposta dalla cattiva stagione, la campagna asiatica riprese con rinnovato vigore nell’aprile 1304: passando di vittoria in vittoria la compagnia si spinse fino alla catena del Tauro, non lontano da Alessandretta, impossessandosi di Filadelfia, Magnesia ed Efeso e restaurando l’autorità bizantina in Asia Minore. Il segreto del successo dei catalani risiedeva nella velocità: essi infatti caricavano il nemico a sorpresa con tale rapidità da rendere impossibile ai turchi l’uso della loro arma più micidiale, l’arco.
Come ricompensa Ruggero da Fiore si vide assegnare da Andronico II il titolo di Megadux – comandante supremo della flotta – oltre alla mano della principessa Maria, figlia dello Zar di Bulgaria Ivan Asen III e nipote del Basileus. I rapporti tra Bisanzio e i catalani, però, andavano sempre più deteriorandosi a causa delle numerose violenze e dei saccheggi commessi dai mercenari nel corso della campagna asiatica non solo ai danni dei turchi ma anche della popolazione civile greca.
Mappa che illustra gli spostamenti della compagnia catalana durante la campagna intrapresa contro i turchi tra il 1303 e il 1304. Dopo la concessione di ulteriori privilegi, tra cui il controllo delle province asiatiche e la carica di “Cesare dell’impero” a Roger da Flor, nel 1305 i catalani furono richiamati in Europa da Michele IX – associato nel governo dell’Impero dal padre Andronico II – per affiancare l’esercito bizantino nel respingere la calata dei Bulgari dello Zar Teodoro Svietoslav.
Le tensioni tra la compagnia catalana e il suo “datore di lavoro” tuttavia riemersero prepotente per tutta una serie di fattori: se infatti gli Almogavari chiedevano a gran voce il pagamento dei salari arretrati, da parte sua Michele IX era stufo dei continui saccheggi commessi dai mercenari in barba agli accordi e per di più diffidava delle loro intenzioni dopo che questi avevano ricevuto numerosi rinforzi inviati da Giacomo II d’Aragona e Federico III di Sicilia al comando del nobile aragonese Berenguer d’Entença, cognato dello stesso Ruggero da Fiore. L’Imperatore temeva che gli occidentali avrebbero potuto tentare di impadronirsi di Costantinopoli come accaduto cento anni prima, ai tempi della quarta crociata.
Incisione del XIX secolo del sigillo della Compagnia del 1305. Michele IX quindi convocò Ruggero da Fiore nel suo palazzo di Adrianopoli alla fine di aprile del 1305 con il pretesto un incontro che avrebbe dovuto risolvere la crisi salvo poi farlo assassinare a tradimento durante un banchetto in suo onore assieme a tutti i suoi ufficiali.
A quel punto l’Imperatore attaccò Gallipoli, dove la Compagnia aveva fissato il proprio quartier generale. L’attacco non ebbe successo ma la Compagnia ne rimase decimata.
Per tutta risposta, sotto la guida di Berenguer d’Entença i catalani massacrarono tutti gli abitanti greci di Gallipoli e vi crearono una specie di stato indipendente ma poco dopo Berenguer de Entença fu catturato dai genovesi. La Compagnia era rimasta con soli 206 cavalieri e 1.256 fanti ed era priva di un comandante quando Michele IX, confidando sulla sua superiorità numerica, la attaccò ad Arpos (a sud-ovest di Tekirdağ, nell’attuale Turchia europea), nel luglio dello stesso anno, venendo però sconfitto.
L’imperatore bizantino ordinò allora il massacro di tutti i catalani e degli aragonesi residenti a Costantinopoli, ma l’impero, rimasto privo di truppe, non poté impedire che la compagnia, per rappresaglia, devastasse la Tracia e la Macedonia nei successivi due anni. Intanto, a poco a poco, la Compagnia Catalana si rafforzò trasformandosi in un corpo multinazionale con l’arruolamento di disertori greci disertori, italiani e persino turchi che andarono a ricostituirne gli effettivi.
Mappa politica dei Balcani meridionali e dell’Anatolia occidentale verso la fine del XIV secolo. Negli anni successivi la Compagnia catalana subì un periodo di scontro interno provocato dalle dispute e dagli interessi di potenze straniere desiderose di controllarla.
Per esempio il fratello minore del Re di Francia Filippo il Bello, Carlo di Valois, principe giramondo alla perenne ricerca di un trono su cui insediarsi, cercò di garantirsene i servigi per soddisfare le proprie brame sull’Impero d’Oriente. Anche il Re di Sicilia Federico III cercò di porla sotto il proprio controllo facendone assegnare il comando ad un proprio lontano cugino, Ferdinando di Maiorca.
Questa mossa tuttavia generò una frattura ai vertici della Compagnia in quanto uno dei capi, Bernat de Rocafort, si oppose alla nomina. Ne derivò una sanguinosa faida interna che vide vincitore il Rocafort mentre da Costantinopoli assistevano compiaciuti al reciproco sbranamento nelle file degli odiati mercenari catalani.
Nel 1310 il nuovo leader della compagnia Roger Deslaur offrì I suoi servigi al Duca di Atene Gualtiero V di Brienne ed in un anno egli liberò il duca dai suoi avversari, solo per poi venire tradito dal Brienne che si rifiutò di pagargli i servigi ottenuti. La Compagnia si vendicò sconfiggendo ed uccidendo il Brienne nella battaglia di Halmyros il 15 marzo 1311 ed assumendo il controllo del Ducato di Atene.
L’anno successivo il principe aragonese Manfredi, figlio di Federico III di Sicilia, divenne duca di Atene e nel 1319 un suo fratellastro, Alfonso Federico, divenne duca di Neopatria. Il dominio della Compagnia Catalana proseguì ininterrotto fino al 1390, quando essa fu sconfitta dalla Compagnia Navarrese di Pedro de Superano, Juan de Urtubia, e dagli alleati fiorentini di Neri I Acciaioli di Corinto, uscendo definitivamente dalla storia.