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Anche la Cop30 ci ha deluso, forse più delle altre
«How are we helping the most vulnerable, if this is the quality of the outcomes of what we call ambition?» («Come facciamo ad aiutare i più vulnerabili, se questa è la qualità di risultati che definiamo ambiziosi?»). Questa citazione brevissima, ma iconica riassume perfettamente la sensazione di amarezza e incompiutezza lasciata dalla trentesima edizione della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (Cop30).
Si tratta della dichiarazione del delegato del Sierra Leone all’assemblea di chiusura, venerdì 21 novembre 2025. Nonostante l’ottimismo iniziale, i risultati delle negoziazioni sono stati percepiti da molti come una delusione cocente, perché non hanno portato nessun impegno significativo da parte degli oltre 190 Paesi che hanno partecipato.
Nessun impegno sulla mitigazione Su tutti i fronti che erano stati aperti, i risultati, o per meglio dire i risultati concreti, sono stati davvero pochi. A partire da quello che dovrebbe essere l’obiettivo centrale delle Conferenze sul clima, la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico.
Le negoziazioni tra i delegati nazionali dovrebbero, infatti, servire a trovare un modo coordinato ed efficace di ridurre le emissioni di gas serra, principali responsabili dell’accelerazione del cambiamento climatico. Nel caso della Cop30 di Belém, l’obiettivo negoziale del Brasile, Paese ospitante, era quello di costruire una sorta di tabella di marcia, condivisa tra tutti i Paesi, per l’uscita dai combustibili fossili.
Tuttavia, l’impegno e le rassicurazioni della presidenza brasiliana non sono bastate e l’unico risultato ottenuto è stato il Global implementation accelerator (“Acceleratore globale per l’implementazione della transizione”), un meccanismo per rafforzare la messa in pratica dell’Accordo di Parigi, a dieci anni dalla sua firma. A chiare lettere, però, è scritto che l’Accelerator funzionerà su base volontaria, il che ne limita consistentemente la portata e lo rende, di fatto, un’iniziativa poco più che simbolica.
Qualche spiraglio per l’adattamento Qualche spiraglio in più si è visto sul fronte dell’adattamento. Il documento finale della Cop30, noto come Global Mutirão (“Mobilitazione globale”, in portoghese), ribadisce l’impegno preso nel 2021 di raddoppiare i capitali concessi ai paesi del Sud del mondo a sostegno delle loro politiche di adattamento e chiede di triplicare gli sforzi entro il 2035.
Quello dell’adattamento è più che altro un tema di giustizia climatica, perché riguarda direttamente la mobilitazione finanziaria. Non è relativo solo alla fornitura di risorse per sostenere l’adattamento al cambiamento climatico e dare la possibilità ai Paesi del Sud globale di accompagnare la crescita economica con la transizione energetica.
Si tratta di giustizia climatica soprattutto perché i fondi vengono utilizzati per la compensazione delle perdite. Inoltre, per monitorare i progressi dell’adattamento climatico, offrendo maggiore trasparenza sui risultati dei singoli Paesi, sono stati definiti 59 indicatori globali.
Questi parametri però, non sono comparabili tra loro poiché comprendono indicatori quantitativi – che misurano, ad esempio, la superficie coltivabile o la percentuale di infrastrutture adeguate – e qualitativi, come la governance o la resilienza sociale. Inoltre, gli indicatori approvati non sono propedeutici all’ottenimento di finanziamenti e non sono prescrittivi, ossia sono applicati esclusivamente su base volontaria.
Vengono, quindi, eliminati dalla lista dei 116 indicatori che erano stati proposti, diversi standard, protocolli, legislazioni nazionali, indicatori settoriali e parametri con un impatto diretto sulla finanza. La nuova lista sembra mantenere temi cruciali (tra cui, acqua e impianti idrici, sostenibilità dei sistemi agroalimentari, urbanizzazione e infrastrutture resilienti).
Ma elimina la maggior parte degli indicatori operativi, passando da un quadro tecnico ricco e preciso, in grado di dare misure concrete e quantificabili, a un set di indicatori molto più politico, facilmente accettabile da tutti e, soprattutto, non vincolante. Infine, per ridurre l’impatto sociale della transizione sui lavoratori dei settori legati ai combustibili fossili, sostenendo diversificazione economica e riqualificazione, è stato istituito il Just transition mechanism (“Meccanismo per una transizione equa”).
Mentre, a livello di salute e società, è stato approvato il Belém health action plan per rafforzare i sistemi sanitari e renderli più resilienti agli effetti del cambiamento climatico. Il problema del consenso Il motivo per cui, nonostante gli entusiasmi iniziali e le aspettative altissime, anche a questa edizione della Cop, non è stato possibile raggiungere alcun risultato concreto – soprattutto sulla transizione dai combustibili fossili, che nell’accordo finale non viene nemmeno nominata – è sempre lo stesso: il meccanismo del consenso.
Secondo questo principio, l’approvazione dei testi avviene tramite una dichiarazione concordata tra i delegati partecipanti e la presidenza della Cop. Se durante la lettura del documento nessun delegato interviene per esprimere un parere contrario, il testo viene approvato.
A Belém, poco prima della conclusione dell’accordo, il blocco dei Paesi produttori di idrocarburi ha preso la parola e dichiarato che l’allontanamento, seppure graduale, dai combustibili fossili per la produzione di energia sarebbe catastrofico per le loro economie nazionali. Subito dopo il loro intervento, per un caso strano del destino, è scoppiato un incendio in uno dei padiglioni della Cop, che ha costretto all’evacuazione dei delegati presenti.
Dopo questo evento, di fatto, si è interrotto il flusso negoziale positivo, che sembrava essersi creato prima dell’intervento dei Paesi produttori di petrolio. E non è stata possibile una nuova negoziazione dell’accordo, che includesse anche l’uscita dalle fonti fossili con modalità e tempistiche soddisfacenti per i petro-Stati.
Anche in questo caso, come nella scorsa edizione della Conferenza, non sono mancate le reazioni di Paesi come Francia, Colombia, Regno Unito, Germania e Belgio. Questi Stati hanno scritto una lettera alla presidenza brasiliana, dicendo: «Dobbiamo essere onesti: nella forma attuale, la proposta di dichiarazione finale non presenta le condizioni minime per un risultato credibile.
Non possiamo sostenere un testo che non includa una roadmap per una transizione giusta, ordinata ed equa per l’uscita dai combustibili fossili». Tuttavia, così come le parole del delegato del Sierra Leone, la lettera è arrivata dopo l’approvazione del testo finale.
E – per il funzionamento del meccanismo del consenso – al momento può avere solo il valore simbolico di una presa di posizione chiara e particolarmente dura, per una volta nella direzione giusta. Il ruolo della Cina Diversamente dalle scorse edizioni della Conferenza, durante le quali era chiaro che la colpa del rallentamento – o addirittura della mancanza – degli impegni fosse principalmente ascrivibile alla lobby dei produttori di combustibili fossili, in questa edizione, molti sostengono che una buona parte di responsabilità sia della Cina.
Infatti, quello che è veramente mancato e su cui la presidenza brasiliana contava era il ruolo di leva di Pechino, che avrebbe dovuto guidare un processo di transizione a trazione Brics. In quanto membro chiave di questo gruppo, la Cina avrebbe dovuto agire da capofila di una lista di Paesi che comprende anche Russia, India, lo stesso Brasile, Indonesia, Etiopia, Sudafrica e vari petro-Stati come Emirati Arabi Uniti, Iraq ed Egitto.
Invece, Pechino ha evidentemente rinunciato alla leadership politica e scelto di posizionare la sua economia nella transizione energetica globale come innovativa e avanzata dal punto di vista industriale. Ossia, alla Cina fa comodo una situazione di stallo sull’uscita dai combustibili fossili.
Mentre il mondo viene frenato dalle rimostranze dei petro-Stati, la sua industria e le sue tecnologie nazionali avanzano sempre di più verso la transizione, battendo i rivali in velocità. L’approccio cinese ha messo in palese evidenza quello che è un atteggiamento sempre più diffuso, soprattutto tra i grandi colossi industriali e del petrolio.
Ancora una volta, gli interessi nazionali hanno avuto la meglio rispetto alla lotta al cambiamento climatico, che – per essere efficace – dovrebbe essere globale, coordinata e condivisa. L’Unione europea non è poi così unita Questa postura individualista di molti Paesi, però, non sarebbe stata semplice da portare avanti, se l’Unione europea avesse messo in campo degli strumenti adeguati per coinvolgere la Cina in una “Coalizione degli ambiziosi”.
Un’alleanza che doveva mostrarsi quanto più possibile unita per compensare l’assenza degli Stati Uniti. L’Ue, infatti, esce lacerata da questa edizione della Cop.
Solo una parte dei rappresentanti degli Stati membri (e degli altri Stati europei) era a Belém a chiedere, guidata dal capo negoziatore dell’Unione Wopke Hoekstra, l’uscita dai combustibili fossili. L’altra parte era al G20 di Johannesburg con Ursula von der Leyen che dichiarava di «combattere le emissioni, non i combustibili fossili».
L’assenza di una proiezione unica sulle questioni climatiche nell’Ue si è vista chiaramente, a discapito degli impegni e delle strategie collettive suggerite dal Green deal (l’insieme di iniziative dei membri per la neutralità climatica entro il 2050). L’iperframmentazione politica con cui l’Ue si è presentata alla Cop, le ha di fatto impedito di ottenere qualsiasi cosa abbia chiesto in sede negoziale.
E soprattutto non le ha permesso di aderire unitamente alla presa di posizione dichiarata nella lettera a favore di una roadmap per l’uscita dai combustibili fossili. La speranza viene dal basso L’unico vero risultato positivo e concreto di questa Cop, che sul fronte formale e diplomatico ha nuovamente fallito, è la ricomparsa della mobilitazione popolare, che da anni non si vedeva in un’occasione come questa.
Nel giorno di pausa dei lavori della zona blu (quella dedicata ai negoziati), davanti a una partecipatissima assemblea, il People’s summit (fronte della società civile per la giustizia sociale e ambientale) ha consegnato alle ministre brasiliane per l’Ambiente, Marina Silva, e per le Popolazioni indigene, Sonia Guadalajara, la Carta dos povos (“Carta dei popoli”). Nel documento, l’internazionalismo e la solidarietà tra popoli e territori sono indicati come uniche strade per un’azione climatica globale, efficace e giusta.
Tra le proposte della Carta, c’è anche l’urgenza di abbandonare i combustibili fossili. Nessuna delle più di 1.200 realtà della società civile che hanno partecipato alla stesura del documento si è opposta o ha contestato quello che è un aspetto fondamentale e inderogabile della transizione energetica.
Per la prima volta alla Cop di Belém, il mondo ha visto una mobilitazione a chiara trazione non europea. Nel continente infatti – dopo gli anni dei Fridays for future e delle piazze piene in tutte le città europee -, l’attivismo ambientale sta attraversando una fase decisamente più passiva e sottotono rispetto al Sud America e al Brasile in particolare.
La Cop30 ha mostrato al mondo che esiste un ambientalismo fatto di lotte popolari e democratiche per la giustizia ambientale e climatica, portate avanti da contadini e popolazioni indigene. Un ambientalismo che non si ferma davanti alla povertà dei risultati diplomatici ottenuti e che punta a mettere il potere di fronte alle proprie contraddizioni.
Fonti Barolini Andrea. “Cop30: nell’ultima bozza dell’accordo non si cita l’uscita dalle fonti fossili”.
Lifegate. 21 novembre 2025. Barolini Andrea.
“Come é andata a finire la Cop30 e perché é stata una cocente delusione”, Lifegate, 24 novembre 2025. Bonini Emanuele.
“Von der Leyen: “Non combattiamo i combustibili fossili, ma le emissioni, investire in Africa”.
Euronews. 21 novembre 2025. Grieco Andrea.
“Cop30: incendio ad un padiglione, evacuato il sito di Belém”. Sky Tg24. 20 novembre 2025.
Manzo Ivan. “L’esito della Cop30 riflette l’inerzia sul clima ed un mondo incapace di condividere orizzonti comuni”.
Greenreport.it. 29 novembre 2025. Pelicci Anna.
“COP30: la presidenza tenta un colpo di mano sul global goal of adaptation”. Italian Climate Network. 21 novembre 2025.
Uncgn Italia. “COP30 a Belém: risultati principali e accordi sul clima”.
Global Compact Network Italia. 21 novembre 2025. Unfcc.
2025. Global Mutirão.
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