Giovedì 9 aprile 2026 ore 08:58

Politica

Una “Yalta 2.0” (con un nuovo sguardo a Oriente) per il mondo che cambia

Venerdì 9 gennaio 2026 ore 13:44 Fonte: Strisciarossa
Una “Yalta 2.0” (con un nuovo sguardo a Oriente) per il mondo che cambia
Strisciarossa

Siamo tutti sommersi dai commenti, dai giudizi, dalle amare (o, al contrario, gioiose) conclusioni sui fatti del Venezuela, del rapimento di Maduro e del suo trasferimento in una prigione di New York dopo la “brillante” operazione decisa dal Presidente Usa Donald Trump. Tutti, o quasi, concordi che sia stata largamente superata la soglia, almeno delle parvenze, del rispetto del Diritto internazionale.

Con l’eccezione di Giorgia Meloni che straparla di “azione legittima”. Di cosa parliamo quando invochiamo il Diritto internazionale?

Sicuramente di un insieme di norme inscritte in Carte e Dichiarazioni che hanno via via assunto carattere universale. L’origine di questo, sinora, proficuo esercizio di convergenza tra soggetti, non solo Stati ma anche altre realtà rappresentanti organismi nazionali e internazionali, si può fare risalire alla Carta delle Nazioni Unite.

L’organizzazione che, dopo la seconda guerra mondiale, sostituì la Società delle Nazioni di wilsoniana memoria (fine della prima guerra mondiale). Il 24 Ottobre 1945 a San Francisco nasceva appunto l’Organizzazione delle Nazioni Unite. «Noi, popoli delle Nazioni Unite, ci impegniamo a salvare le future generazioni dal flagello della guerra […], a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole […], a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà…”.

Con queste parole si sanciva un appello solenne che avrebbe portato gli iniziali 51 Stati membri agli oltre 190 che attualmente ne fanno parte. Non nascevano soltanto l’Assembla generale e il Consiglio di Sicurezza (formato da Usa, URSS, Cina, Gran Bretagna e Francia), ma anche un “sistema” molto complesso fatto da Agenzie destinate ad occuparsi delle diverse realtà mondiali e dei loro problemi (soprattutto per contrastare le crisi regionali, affrontare il problema della fame nel mondo, le grandi questioni culturali, eccetera).

Quello che adesso ci preme ricordare, per ora, è un fatto accaduto nel periodo precedente, dal 4 all’11 febbraio 1945. Parliamo della Conferenza di Yalta.

Come è noto in quella sede si decisero le sorti dell’assetto mondiale dopo la fine della seconda guerra mondiale (che sarebbe giunta qualche mese dopo). Vi parteciparono, immortalati da foto diventate famose, Churchill, Roosevelt, Stalin.

Si sono scritte intere biblioteche per ricordarne lo svolgimento e gli esiti. Non sempre e non molti ricordano che in quella sede, oltre agli assetti geo-politici (diremmo oggi) del mondo, si decise l’istituzione delle Nazioni Unite.

E veniamo all’oggi. A quanto è successo in Venezuela, quasi tutti associano lo scorrere drammatico della guerra in Ucraina provocata dall’aggressione della Russia, i timori per una possibile invasione di Taiwan da parte della Cina.

Un complesso sistema di azioni e reazioni, legittimate dalla scelta unilaterale e diretta da parte degli Stati Uniti di “rapire” il Presidente del Venezuela. C’è il rischio che si aprano unna miriade di conflitti regionali Il mondo attuale non solo è “disordinato”, ma rischia di precipitare in una serie infinita di conflitti regionali che potrebbero diventare “mondiali” per il coinvolgimento di Stati, grandi e piccoli, che sfuggono ad ogni regola di compartecipazione e codecisione.

Questo vale per le regioni e i Paesi di cui si parla più spesso, ma in realtà stiamo parlando di interi continenti del mondo, dal Medio Oriente allargato, all’Africa, all’Asia. C’è una parte del mondo, la nostra Europa, che sembrerebbe indenne (non tutta considerando l’Ucraina e le crisi incombenti in Paesi limitrofi dell’Est).

Eppure l’Europa unita, meglio l’Unione europea, è il soggetto apparentemente, ma anche di fatto in realtà, escluso (sino a quando?) dallo sviluppo di questa evidente situazione di crisi. Cresciuta ed allargatasi sino a 27 Stati membri, l’Unione europea, può vantarsi di aver vissuto ottant’anni di pace.

Tanti, mai nessuna generazione precedente nei secoli aveva conosciuto un così lungo periodo in assenza di conflitti. Eppure in questi giorni e mesi drammatici, tutti avvertiamo il silenzio, l’atonia, dei responsabili europei.

Certo, dichiarano Antonio Costa, Ursula von der Leyen, la Kallas. La difficiltà dell’Europa di essere parte del gioco Ma da quelle dichiarazioni emerge solo, più o meno consapevolmente, il disagio e la difficoltà di essere parte del gioco.

Di cercare e volere interlocuzioni, a destra e a manca, con gli altri attori delle guerre o delle crisi in corso. Si diceva, qualche anno fa, “l’Europa parli con una sola voce”.

Oggi, lo diciamo con tristezza, prevale il sordo silenzio di rappresentanti di una istituzione che se solo lo volesse, con la sua forza economica e possibilità negoziale, potrebbe imporsi non certo come risolutore ma come fattore attivo e propositivo rispetto alle crisi internazionali. Quale può essere una prima conclusione da questa riflessione?

Oggi l’Occidente, area del mondo a cui tutti abbiamo guardato (ne facciamo parte!) dimostra la sua stanchezza, la sua crisi crescente e la perdita di controllo rispetto ai molti fattori (alcuni del tutto nuovi, riconosciamolo, come quelli prodotti dalla rivoluzione tecnologica) che la provocano. Ebbene sì.

Volgere lo sguardo all’Estremo Oriente. C’è una potenza che si afferma e si espande.

È la Cina. La sua millenaria tradizione ne fa un attore relativamente resiliente, solido e… molto paziente: già, loro sono abituati a pensare di secolo in secolo, altro che anni, mesi, settimane.

Si racconta, forse una leggenda, che richiesto di un giudizio sulla Rivoluzione francese il compagno di Mao, Ciu-En Lai, avrebbe risposto: “è ancora passato poco tempo…” E allora si pensi ad una nuova Yalta 2.0. Da tenersi nelle Filippine o ad Hanoi.

Nel Pacifico. Rinunciando alla ormai ipertrofica Alleanza atlantica.

Certo, anche in quel caso si vorrebbe che i partecipanti, grandi e piccoli, avessero gli stessi diritti, potessero esprimere le rispettive volontà in merito alle molteplici questioni (soprattutto quelle commerciali, ormai preminenti). E si cerchi, con la Cina, ad un rilancio di un mondo multipolare, democratico o almeno rispettoso delle basi essenziali di una forma civile della vita dei popoli e delle loro relazioni con altri popoli.

Non con le guerre aggressive o con i rapimenti preventivi, ma alla ricerca di una ragionevole “coesistenza pacifica”. Parola desueta, ma che ha regolato per decenni le relazioni tra gli Stati e i loro popoli.

L'articolo Una “Yalta 2.0” (con un nuovo sguardo a Oriente) per il mondo che cambia proviene da Strisciarossa.

Articoli simili