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La promessa mancata
La nuova tregua annunciata ieri sera dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sembra rimanere per ora soltanto una promessa. Al confine tra Thailandia e Cambogia continuano a infuriare i combattimenti: il ministero della Difesa di Bangkok ha dichiarato che quattro soldati thailandesi sono rimasti uccisi nei nuovi scontri.
Il premier thailandese, Anutin Charnvirakul, ha fatto sapere di aver detto a Trump che «la Thailandia continuerà a compiere azioni militari finché non sentiremo più danni e minacce alla nostra terra e al nostro popolo». L’accordo era sembrato imminente, ma sul terreno la situazione è nuovamente precipitata. «Il punto è rispettare gli impegni assunti.
Sembra che l’esercito thailandese non stia seguendo le indicazioni della politica e ci sono bombardamenti in sei province», conferma in un colloquio con «L’Osservatore Romano» il gesuita spagnolo Enrique Figaredo Alvargonzález, prefetto apostolico di Battambang, una delle province di confine, interessate dagli scontri. La pace tra Thailandia e Cambogia l’aveva chiesta accoratamente Papa Leone XIV nell’udienza generale del 10 dicembre.
Appelli a cessare le ostilità sono circolati nella società civile thailandese, come nella parte cambogiana. I vescovi cambogiani hanno diffuso un messaggio per invitare i contendenti a «tornare alla via diplomatica e tutelare il bene comune dei due popoli», mentre bombardamenti aerei, di artiglieria e droni continuavano in varie località degli 800 chilometri di confine che separa le due nazioni del sud-est asiatico.
Poi, venerdì sera, l’annuncio del presidente Trump: i governi dei due Paesi hanno accettato il cessate il fuoco, tornando all’accordo di pace originale stipulato ad ottobre proprio grazie alla mediazione degli Stati Uniti e della Malaysia. Il presidente Usa lo ha reso noto dopo un colloquio telefonico con il primo ministro della Thailandia, Anutin Charnvirakul, e con il primo ministro della Cambogia, Hun Manet, generando nuova speranza nelle regioni martoriate da paura, violenza, sfollamento.
Dopo il recente casus belli — alcuni soldati thailandesi rimasti feriti e uccisi da mine poste in territori alla frontiera — «entrambi i Paesi sono pronti per la pace e per continuare il commercio con gli Stati Uniti d’America», ha annunciato Trump. La scelta del cessate il fuoco incontra il favore della popolazione cambogiana, ma anche di larga parte dell’opinione pubblica thailandese, specialmente delle nuove generazioni.
Mentre il regno Thai attraversa una delicata crisi politica interna, che ha visto il primo ministro sciogliere il Parlamento. Eppure, dopo gli impegni verbali, sul campo di battaglia si sono registrate ancora episodi bellici, come confermato dal ministero delle difesa cambogiano e dai capi dell’esercito thailandese. «Viviamo un momento di forte tensione.
La gente ha molta paura e gli sfollati cambogiani aumentano a dismisura, sono ben oltre 200.000», riferisce il prefetto apostolico Figaredo Alvargonzález, un cifra che si raddoppia, considerando anche il territorio thai. «L’appello di Papa Leone per la pace ci ha dato consolazione e speranza e ora, con l’annuncio della tregua, speriamo con tutto il cuore di vivere un Natale di pace», prosegue il gesuita che compie continue visite ai campi profughi. «In quei luoghi — dice — accogliamo la sofferenza della gente e cerchiamo di donare il nostro conforto. La gente non comprende le ragioni di tale escalation».
Osserva il prefetto: «Secondo gli analisti, motivazioni legate alla politica interna in Thailandia hanno una forte influenza sulla questione. Dinamiche politiche portano i militari thailandesi a riaffermare il loro ruolo e cercare, anche tramite la guerra, una gloria nazionale che restituisca unità al Paese.
Ma anche in Thailandia vediamo che la popolazione chiede la pace». Il prefetto apostolico ha appena visitato un campo profughi nella provincia di Banteay Meanchey, portando con Karuna, la Caritas Cambogia, aiuti umanitari ma anche conforto morale e spirituale agli sfollati: «Sono 800 persone, tra donne, anziani, disabili, moltissimi bambini, che si sentono abbandonati.
Per questo, speriamo che l’appello del Papa possa aiutare nella ricerca di pace», rimarca. La piccola Chiesa locale — in tutto circa 30.000 fedeli su una popolazione in maggioranza buddista — vive un momento di prova nel tempo di Avvento: «I nostri giovani — racconta — hanno vissuto ieri la preghiera secondo lo stile della comunità di Taizé e la pace è stata il tema principale.
La sofferenza ci unisce ancora di più nella comunione e solidarietà reciproca». La speranza, conclude Figaredo Alvargonzález, viene dal rimettere la condizione di precarietà e dolore nelle mani di Dio: «Il Dio-con-noi viene a donarci pace e speranza, e dunque la nostra attesa vigile del Natale, intrisa di preghiera e di fiducia nel Padre, è anche spiritualmente più intensa». [questo articolo è stato pubblicato su “L’Osservatore Romano” che si ringrazia] Foto credit:
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