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Politica

Gli accordi di Berlino non avvicinano la pace, no di Mosca ai “volenterosi” in Ucraina

Martedì 16 dicembre 2025 ore 18:31 Fonte: Strisciarossa

Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Gli accordi di Berlino non avvicinano la pace, no di Mosca ai “volenterosi” in Ucraina generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

Gli accordi di Berlino non riescono a avvicinare la pace nell’Ucraina attuale poiché la presenza potenziale di truppe NATO a fianco di Kiev blocca ogni possibilità di dialogo e genera contrasti tra americani ed europei anche sul fronte del Donbass.
Gli accordi di Berlino non avvicinano la pace, no di Mosca ai “volenterosi” in Ucraina
Strisciarossa

Una pace, alla fine, s’è fatta. Solo che non è quella che mette fine alla guerra in Ucraina, ma è quella che è stata siglata a Berlino tra gli europei e gli americani e che durerà fino a che Donald Trump non cambierà idea, magari dopo aver sentito Putin o qualche suo emissario.

A dispetto degli squilli di tromba con cui è stato accolto il risultato della lunga giornata di trattative nella capitale tedesca tra emissari di Washington, “volenterosi” europei in formato anglo-franco-tedesco più la rappresentante di Roma a mezzo servizio (Meloni è arrivata la sera, a cose fatte) e Volodymyr Zelensky, non si può certo dire, come hanno fatto quasi tutti i leader protagonisti a cominciare da Trump, che “la pace ora è più vicina”. Quel che si può dire è, forse, che la situazione è un po’ più chiara, giacché l’occidente (facendo finta che un occidente esista ancora) appare unito su un’unica posizione messa per iscritto in un unico piano, ancorché ancora da mettere nero su bianco.

Ma già lunedì sera, un minuto dopo la diffusione del comunicato che annunciava l’accordo di Berlino, era chiaro che da Mosca sarebbe arrivato un rifiuto su almeno tre punti qualificanti della nuova posizione occidentale. I partecipanti al vertice di Berlino (Photo by Action Press/Shutterstock (16119501e)   Il contrasto con la Russia  sul futuro del Donbass Il primo è il rifiuto della pretesa da parte del Cremlino di occupare tutto il Donbass, anche la parte ancora controllata dall’esercito di Kiev.

Qui, va detto, neppure nel seno della apparentemente ritrovata unanimità occidentale non c’è ancora una vera posizione comune. Zelensky in teoria rifiuta a priori l’eventualità di cessioni territoriali pur se un po’ incoerentemente nello stesso tempo sostiene che in ogni caso se ci dovessero essere dovrebbero essere decise “dal popolo ucraino” con un referendum.

Trump ritiene che la battaglia territoriale sia già persa da Kiev e quindi tutta la regione debba passare senza tante storie ai russi, come lui stesso, peraltro, aveva concordato con Putin già nel lontano vertice di Anchorage e come poi era ribadito nel famigerato piano in 28 punti praticamente scritto dal mediatore Witkoff insieme con i russi. Gli europei sostengono in teoria il punto di vista ucraino, ma potrebbero accettare un compromesso in base al quale con misure di smilitarizzazione o di controllo da parte di terzi verrebbe disinnescato il pericolo militare rappresentato dal passaggio alla Russia delle parti del Donbass nordoccidentale che, essendo più alte della pianura circostante e attualmente meglio difese, una volta in mano alle forze di Mosca sarebbero una favorevole base di partenza per la conquista delle regioni più a nord, compresa Kharkiv.

Il secondo punto riguarda le garanzie che dovrebbero essere assicurate all’Ucraina una volta raggiunto un accordo di pace. Su questo il negoziato a tre di Berlino ha registrato novità significative nei rapporti tra gli Stati Uniti e gli europei.

La prima è l’accettazione, da parte di Washington, di un’assunzione di responsabilità diretta nel seno del “modello articolo 5” che, mutuato sull’analogo articolo del Trattato NATO, preverrebbe un intervento (quasi) automatico in caso di nuovo attacco russo all’Ucraina. Finora Trump aveva sempre scaricato solo sugli europei la responsabilità dell’eventuale intervento.

In un raro momento di autoconsapevolezza della propria inaffidabilità il presidente avrebbe anche assicurato agli interlocutori che la decisione sul diretto impegno americano nel “modello articolo 5” verrebbe comunque affidata a un voto formale della Camera e del Senato USA. La seconda novità nel capitolo delle garanzie è ben più dirompente.

Nel comunicato reso pubblico al termine delle riunioni di Berlino viene evocata “una forza multinazionale ucraina a guida europea, composta dai contributi delle nazioni disponibili nell’ambito della coalizione dei volenterosi e sostenuta dagli Stati Uniti”. Non è chiarissimo in che rapporto questa forza multinazionale europea dovrebbe essere con le forze armate di Kiev, che secondo i partecipanti ai negoziati berlinesi dovrebbero contare su 800 mila unità (contro il massimo di 600 mila delle richieste russe travasate nel primo piano americano), e con gli stessi americani, i quali dovrebbero svolgere un compito di monitoraggio e di allarme su eventuali iniziative aggressive della Federazione russa.

La questione degli asset russi rischia di ostacolare un accordo Sul terzo punto di contrasto con Mosca, la questione degli asset russi depositati nei paesi dell’Unione che rischia di diventare uno dei contenziosi più difficili da affrontare, i partecipanti alle riunioni berlinesi non si sono dilungati. Gli americani sono del tutto disinteressati e gli europei, divisi, cercheranno una linea d’azione comune nel Consiglio europeo che si terrà nel fine settimana.

Dopo qualche ora di silenzio di Mosca sulla conclusione delle trattative berlinesi e il compito di pronunciare il prevedibilissimo niet è stato assolto dal viceministro degli Esteri Sergeij Rijabkov in una intervista alla tv americana Abc. No alla soluzione “monca” sul passaggio del Donbass alla Federazione russa, accompagnato dal richiamo alla necessità di tenere conto delle conquiste militari russe nelle regioni di Zaporiggia e Kherson.

No, soprattutto, alla presenza, sotto qualsiasi pretesto, della NATO o di paesi che fanno parte della NATO sul territorio ucraino. Toni duri, anche se a conforto dei più ottimisti c’è da registrare comunque il fatto che dopo aver affermato che sul contenuto del piano emerso dai negoziati tra gli americani, Zelensky e gli europei Mosca “non può assolutamente scendere a compromessi”, Rijabkov si è detto pure lui aperto alla possibilità che una “soluzione diplomatica” venga alla fine raggiunta.

Trump, dal canto suo, di incauto ottimismo ne profondeva a vagonate, sostenendo addirittura che di un’accelerazione del “positivo confronto” con Mosca aveva parlato “recentemente” con Putin, costringendo lo sconcertato portavoce del Cremlino Peskov a smentirlo: l’ultima volta che i due si sono parlati è stato nell’ottobre scorso. Intanto, comunque, per non lasciare dubbi sulla determinazione criminale a proseguire la guerra con tutti i mezzi dal ministero degli Esteri moscovita era venuto già il rifiuto dell’ipotesi di una tregua temporanea per Natale che era stata proposta dal cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Del tutto inutile, insomma, sperare in qualche gesto di buona volontà da quella parte del fronte: i russi sono intenzionati a continuare a combattere fino a un accordo completo per il cessate il fuoco, il quale, a sua volta, potrà essere concordato solo quando le “ragioni profonde” dell’”operazione speciale” in Ucraina non saranno cessate, il che nel linguaggio degli attuali dirigenti moscoviti significa la resa, da ottenere o con la forza bruta delle armi oppure con un patto di spartizione con l’America di Trump in un nuovo assetto mondiale fondato sulle zone d’influenza. Intanto, le azioni militari per la “liberazione” del Donbass, l’occupazione violenta di altre regioni prospicienti il Mar Nero e soprattutto i bombardamenti terroristici contro i civili e le strutture energetiche, volti a rendere la vita impossibile per il freddo, continuano senza pietà, con la scusa che una tregua verrebbe utilizzata dalle forze armate ucraine per prendere fiato e riorganizzarsi.

Donald J Trump (Foto di Chris Kleponis / Pool/Sipa USA Lo scoglio della presenza militare europea in Ucraina Resta da chiedersi, a questo punto, perché i partecipanti alle riunioni di Berlino si siano invischiati in un insieme di prese di posizione e di proposte che sono con ogni probabilità destinate a finire in un vicolo cieco. La difficoltà che rischia davvero di far naufragare ogni possibile avvicinamento negoziale è senza dubbio l’ipotesi di intervento di truppe europee boots on the ground nel paese invaso.

Forse per quanto riguarda le garanzie da offrire a Kiev potrebbe essere utile riprendere in esame la soluzione che era stata indicata nei colloqui bilaterali russo-ucraini che tra la fine di febbraio e la prima metà di aprile del 2022 avevano fatto arrivare le parti vicino a un accordo. Non è vero, come sostiene certa propaganda insufflata dai russi con una delle loro classiche operazioni di disinformatija, che l’intesa fallì perché Zelensky fu convinto a continuare la guerra da Londra o Washington, anche se le pressioni probabilmente ci furono.

I negoziatori ucraini abbandonarono i colloqui perché Putin pretendeva non solo la presenza della Federazione russa nel Comitato dei Garanti formato da 11 paesi (oltre alla Russia, Regno unito, Cina, USA, Francia, Turchia, Germania, Canada, Polonia, Italia, Israele) che avrebbe dovuto gestire il cessate il fuoco e poi gli eventuali accordi territoriali, ma anche l’obbligo dell’unanimità per le azioni che lo stesso comitato avrebbe dovuto intraprendere a difesa dell’Ucraina in caso di nuovi attacchi. In pratica, per Mosca una sorta di diritto di veto.

Tornare a quella logica dei garanti, magari formata nell’ambito dell’ONU, potrebbe aiutare a mettere sui piedi un negoziato. Allora l’accordo fu vicino e messo nero su bianco, con solo dettagli secondari da superare, ma riprenderlo dopo la rottura fu impossibile soprattutto per la violenza delle iniziative dei russi, a cominciare dall’orribile eccidio di Bucha, e per l’escalation delle armi cui essa portò.

Oggi è tutto più difficile, ma forse il filo può essere riannodato. L'articolo Gli accordi di Berlino non avvicinano la pace, no di Mosca ai “volenterosi” in Ucraina proviene da Strisciarossa.

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