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Cultura

Fail fast!

Lunedì 2 febbraio 2026 ore 14:36 Fonte: La ricerca
Fail fast!
La ricerca

Nel 1912 il Titanic, la celebre “nave inaffondabile”, naufragò durante il suo viaggio inaugurale causando la morte di oltre 1.500 persone. I progettisti avevano usato rivetti di qualità inferiore in alcune parti dello scafo, soprattutto nelle sezioni soggette a forti sollecitazioni, e le lastre di acciaio non erano del tutto adatte a resistere alle basse temperature dell’Atlantico.

Inoltre, la suddivisione interna in compartimenti stagni era insufficiente: l’acqua che penetrava in un compartimento si riversava rapidamente in quelli vicini. È forse questo il caso più celebre fra quelli documentati nel Museo dei fallimenti (vedi qui), cui sono dedicati tutti i box nel Dossier di questo numero. (© iStockphoto, immagine ricostruita da IA).

Oggi negli Stati Uniti è comune imbattersi in poster e slogan che celebrano il principio del fail fast, un approccio diffuso soprattutto nell’ambiente delle startup. L’idea è quella di sperimentare rapidamente, accettando l’errore come tappa inevitabile del processo creativo: fallire in fretta permette di imparare in fretta.

Questa visione positiva del fallimento, che lo interpreta come fonte di apprendimento e innovazione, è diventata parte integrante della cultura americana contemporanea. Si tratta però di una conquista recente, legata all’evoluzione del capitalismo e a un profondo mutamento nella percezione sociale dell’insuccesso.

Lo storico Scott A. Sandage, nel volume Born Losers: A History of Failure in America (2005), ha mostrato come tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento il fallimento fosse percepito come una vera e propria colpa morale.

Agenzie private come Dun & Bradstreet, antesignane delle moderne società di rating, non si limitavano a valutare la solidità economica delle imprese: raccoglievano informazioni dettagliate anche sulla condotta personale dei debitori, redigendo vere e proprie “pagelle morali”. Chi non riusciva a restituire un prestito non veniva considerato soltanto un cattivo imprenditore, ma un individuo privo di carattere e integrità.

Sandage cita numerose lettere inviate a John D. Rockefeller da debitori in rovina, nelle quali emergeva la dimensione emotiva e sociale del fallimento. Molti non chiedevano semplicemente aiuto economico, ma cercavano di difendere la propria rispettabilità.

Temendo l’emarginazione, spiegavano che le loro difficoltà non erano dovute a disonestà o incompetenza, ma alla sfortuna o a circostanze fuori dal loro controllo. In una società fondata sull’etica protestante del lavoro e sull’idea di responsabilità individuale, fallire significava essere giudicati come moralmente difettosi, incapaci di autodisciplina e indegni di fiducia.

È in questo contesto che si affermò la contrapposizione tra il self-made man, capace di costruire autonomamente il proprio successo grazie a talento e intraprendenza, e il born loser, percepito come destinato a rimanere ai margini della società. Non era un singolo insuccesso a definirlo, ma una condizione permanente di inaffidabilità e mancanza delle virtù ritenute necessarie per emergere.

La figura del born loser divenne un archetipo culturale: racconti popolari, articoli di giornale, giudizi delle agenzie commerciali e pratiche sociali diffondevano l’idea che la mancanza di successo derivasse più dal carattere personale che dalle circostanze esterne, fungendo da monito morale e rafforzando le ideologie meritocratiche e le norme sociali. Il fallimento, dunque, non era solo un evento economico, ma una caduta morale e identitaria.

La Silicon Valley e la cultura del fallimento Questo rovesciamento di prospettiva gettò le basi per quella che, molti decenni dopo, sarebbe diventata una delle caratteristiche distintive della Silicon Valley, la regione californiana che si impose come epicentro mondiale dell’innovazione tecnologica e dell’imprenditorialità digitale. Qui, dove si concentravano aziende high-tech, incubatori, investitori e professionisti dello sviluppo di nuove tecnologie, l’errore non venne più vissuto come una macchia o una colpa, ma come una tappa necessaria del processo creativo.

Negli anni Novanta prese piede il motto fail fast, fail often (“sbaglia in fretta, sbaglia spesso”), attribuito a Carol Bartz, ex CEO di Yahoo!, che divenne un vero e proprio mantra della cultura imprenditoriale locale. L’invito a fallire rapidamente esprimeva una logica di sperimentazione continua: testare presto e spesso idee e progetti per individuarne i limiti, correggere la rotta e ottimizzare tempo e risorse.

In questo approccio, il fallimento cessava di essere la fine di un percorso e diventava un passaggio operativo verso il miglioramento. Espressioni come embrace failure (“abbraccia il fallimento”) o learn fast, fail faster (“impara in fretta, sbaglia ancora più velocemente”) contribuirono a costruire un linguaggio comune e un vero e proprio ethos del lavoro, fondato sulla sperimentazione, sulla rapidità e sulla resilienza.

Questi slogan non erano semplici formule motivazionali, ma segni di appartenenza a una comunità che condivideva valori e pratiche precise: l’accettazione dell’incertezza, la curiosità verso l’errore e la fiducia nel miglioramento continuo. Come ogni cultura, anche quella della Silicon Valley assunse una forma materiale, visibile negli oggetti, negli spazi e nei rituali quotidiani.

Nei corridoi e negli uffici comparvero poster ironici che ricordavano come gli insuccessi fossero parte integrante del processo creativo; lavagne colme di annotazioni e correzioni documentavano i tentativi precedenti, rendendo visibile la logica dell’apprendimento per iterazioni; stanze dedicate ai prototipi difettosi o ai progetti abortiti raccontavano la storia concreta degli esperimenti falliti. Perfino i gadget aziendali – magliette, tazze, block notes – celebrarono l’errore in chiave ironica, con riferimenti a bug, crash o prototipi malfunzionanti.

Tutto contribuiva a materializzare una nuova ideologia del lavoro: quella in cui fallire non significava più perdere, ma partecipare attivamente al ciclo dell’innovazione. Il mitico garage di Hewlett-Packard La celebrazione del fallimento e della sperimentazione continua nella Silicon Valley non si limitava a slogan o pratiche di lavoro: come ogni cultura consolidata, essa costruì i propri miti fondativi, narrazioni esemplari capaci di incarnare i valori e i comportamenti ideali della comunità.

Il più celebre di questi miti è quello del garage di Hewlett-Packard, a Palo Alto, considerato la “culla” simbolica della Silicon Valley. Nel 1938, Bill Hewlett e Dave Packard iniziarono in quel piccolo spazio a progettare strumenti elettronici – oscillatori audio, amplificatori, apparecchi di misura – con risorse limitate e un forte spirito di sperimentazione.

Il loro primo prodotto, un oscillatore audio poi utilizzato dalla Disney per il film Fantasia, rappresentò un successo commerciale, perché permise di sincronizzare musica e immagini in modo innovativo. Tuttavia, la strada che condusse a quel risultato fu tutt’altro che lineare: molte idee iniziali non trovarono mercato, diversi prototipi fallirono i test, e alcuni progetti vennero abbandonati perché troppo costosi o difficili da produrre in serie.

Invece di essere nascosti o dimenticati, questi insuccessi divennero parte integrante della narrazione fondativa dell’azienda. Gli errori tecnici permisero di migliorare i materiali, affinare i circuiti, ottimizzare i processi produttivi: il fallimento si trasformò così in un elemento generativo, indispensabile alla costruzione del successo.

Il garage, più che un semplice luogo fisico, assunse il valore di simbolo culturale – il laboratorio primordiale in cui l’ingegno, la perseveranza e la libertà di sperimentare diedero origine a un modello imprenditoriale destinato a influenzare generazioni di innovatori. Gli eroi del fallimento Dal mito fondativo del garage di Hewlett-Packard alla celebrazione dei suoi protagonisti contemporanei, la Silicon Valley ha continuato a costruire la propria identità attraverso figure simboliche che incarnano la capacità di apprendere dagli errori e di trasformarli in opportunità.

Ogni cultura ha i propri eroi, e nella valle dell’innovazione questo ruolo è occupato da imprenditori come Steve Jobs ed Elon Musk, elevati a icone della resilienza e del rischio calcolato. Nella biografia di Walter Isaacson (2011) e nel film Steve Jobs di Danny Boyle (2015), il fondatore di Apple è rappresentato non come un imprenditore dal successo lineare, ma come un visionario che ha saputo fallire, cadere e rinascere.

Il momento cruciale della sua carriera risale al 1985, quando fu allontanato dalla propria azienda dopo il lancio del Macintosh. Lontano da Apple, Jobs fondò NeXT e acquisì Pixar, due avventure segnate da incertezze e insuccessi iniziali:

NeXT non riuscì a imporsi sul mercato, mentre Pixar rischiò più volte il collasso prima del trionfo di Toy Story nel 1995. Eppure, nella narrazione successiva, questi fallimenti vennero reinterpretati come esperienze formative, indispensabili per affinare la visione e la capacità imprenditoriale che avrebbero reso possibile il suo ritorno in Apple e la rinascita dell’azienda.

Un destino analogo, anche se in un contesto più recente, ha assunto la figura di Elon Musk, fondatore di PayPal, SpaceX, Tesla e Neuralink. Nelle sue dichiarazioni pubbliche, Musk ha più volte presentato i fallimenti come tappe necessarie del processo innovativo: dai lanci esplosivi dei primi razzi di SpaceX alle difficoltà produttive e finanziarie dei primi anni di Tesla.

Ogni errore, nella sua visione, rappresentava un esperimento utile per individuare difetti strutturali e colmare lacune progettuali. Non a caso, uno dei motti a lui attribuiti sintetizza perfettamente l’etica del fallimento tipica della Silicon Valley:

If things are not failing, you are not innovating enough – «Se le cose non stanno fallendo, significa che non stai innovando abbastanza». Riti collettivi:

FailCon e Fuckup Nights Come ogni cultura, anche quella del fallimento si consolida attraverso riti collettivi. Nella Silicon Valley la celebrazione dell’errore assume forme pubbliche e ritualizzate in eventi come FailCon, nata a San Francisco nel 2009 e oggi diffusa in tutto il mondo, e le Fuckup Nights, avviate a Città del Messico nel 2012.

FailCon è una conferenza rivolta a imprenditori, innovatori e professionisti del mondo delle startup, che invita a rielaborare gli insuccessi come tappe necessarie del successo. Sotto il motto Embrace your mistakes.

Build your success (“Abbraccia i tuoi errori. Costruisci il tuo successo”), gli speaker raccontano esperienze di fallimento, traendone lezioni manageriali e strategie per il futuro.

Le Fuckup Nights, più informali, nascono dall’iniziativa di cinque amici messicani desiderosi di ribaltare la connotazione negativa del fallimento e proporlo come strumento di apprendimento condiviso. Nel corso di serate pubbliche, tre o quattro relatori ripercorrono in pochi minuti un proprio errore – professionale o personale – spiegando cosa sia andato storto e quale trasformazione ne sia scaturita.

L’obiettivo è normalizzare l’errore, mostrare che dietro un momento di crisi può celarsi l’occasione di cambiare direzione, e costruire una comunità fondata sulla trasparenza e sull’apprendimento reciproco. Dal 2012 le Fuckup Nights si diffondono in oltre 300 città di più di 90 paesi, diventando un vero e proprio rito globale del fallimento.

A queste esperienze si affiancano format analoghi, come le Fail Nights e le Engineering Failures promosse in ambito universitario, fino a iniziative museali come il Museum of Failure in Svezia, che espone prodotti e idee commerciali naufragate per ricordare come l’errore sia parte costitutiva di ogni processo innovativo (si veda qui). Il fallimento accademico: normalizzare i rifiuti La cultura del fallimento ha progressivamente superato i confini dell’innovazione tecnologica per radicarsi anche nel mondo accademico.

Negli ultimi anni, sempre più università hanno adottato strategie volte a trasformare gli insuccessi in strumenti di apprendimento, riconoscendo che gli errori costituiscono una componente essenziale del percorso scientifico e professionale. Un esempio emblematico è il CV of Failures, proposto nel 2010 dalla ricercatrice in neurobiologia Melanie Stefan sulle pagine di Nature.

L’idea, semplice ma dirompente, consiste nel compilare un “curriculum degli insuccessi” accanto a quello tradizionale: un elenco di articoli respinti, borse di studio non ottenute e candidature fallite. Rendere pubblici questi episodi significava sottrarli alla vergogna individuale e trasformarli in occasioni di apprendimento condiviso.

L’iniziativa ebbe una forte risonanza nella comunità scientifica: studiosi come Johannes Haushofer, docente di psicologia e affari pubblici a Princeton, pubblicarono online i propri CV of Failures, contribuendo a rendere visibile la dimensione invisibile della carriera accademica e a incoraggiare una maggiore trasparenza nel sistema della ricerca. Sulla stessa linea si colloca la Rejection Collection, promossa presso l’Università della California–Irvine.

Come racconta la giornalista Rhaina Cohen in un articolo su The Atlantic (A Toast to All the Rejects, 2022), il laboratorio di scienze cognitive diretto da Barbara Sarnecka raccoglie e celebra collettivamente i rifiuti accademici: ogni cento respinte, il gruppo organizza un rejection party. L’obiettivo non è l’autocommiserazione, ma la costruzione di una cultura della normalità del fallimento, capace di contrastare la sindrome dell’impostore e di rafforzare il senso di comunità tra ricercatori.

Come afferma la stessa Sarnecka sul suo profilo LinkedIn, I think a lot about scientific writing and about how to be happy in academia («Rifletto molto sulla scrittura scientifica e su come poter essere felici nel mondo accademico»). I Critical Failure Studies La cultura del fallimento, nata come strumento di emancipazione e apprendimento, ha avuto indubbi effetti positivi: ha contribuito a ridurre lo stigma dell’insuccesso, a promuovere la resilienza individuale e a creare reti di sostegno tra chi affronta esperienze simili.

Tuttavia, come hanno messo in luce i Critical Failure Studies (studi critici del fallimento: si legga un approfondimento qui), un filone di ricerca interdisciplinare che indaga il fallimento come fenomeno sociale, economico e culturale, la sua celebrazione pubblica nasconde anche contraddizioni profonde. Questi studi mostrano come il discorso del “fallire per crescere” non sia neutro né universalmente accessibile: funziona solo per chi dispone di capitale sociale, risorse economiche e reti di sostegno.

In una società diseguale, non tutti possono permettersi di fallire. In questo senso, la cultura del fallimento rischia di trasformarsi in una ideologia meritocratica che legittima la vulnerabilità come valore solo quando è reversibile.

Chi possiede i mezzi per ripartire può “fallire in alto”, convertendo gli errori in reputazione, esperienza e visibilità; chi invece parte da posizioni svantaggiate rischia di “fallire in basso”, subendo conseguenze materiali come indebitamento, precarietà o esclusione sociale. Ciò che per alcuni è raccontato come esperienza formativa o eroica, per altri può tradursi in perdita definitiva.

Come osservano Arjun Appadurai (celebre antropologo, statunitense per storia accademica e indiano tamil di nascita e formazione) e Neta Alexander (esperta di Nuovi media, cinema e Rete) nel loro libro Failure (2019), nel capitalismo contemporaneo il fallimento è un fenomeno gestito in modo selettivo e strategico. Alcuni errori vengono rapidamente dimenticati o occultati, mentre altri vengono enfatizzati e trasformati in narrazioni di successo.

Un esempio emblematico è la crisi finanziaria del 2008: nonostante le enormi perdite accumulate, le grandi banche furono salvate dallo Stato secondo la logica del too big to fail, riuscendo a rafforzare la propria posizione nel sistema economico. Si trattò di un caso evidente di “fallimento verso l’alto”, in cui l’errore sistemico si tradusse in consolidamento del potere.

Lo stesso meccanismo si riproduce nei contesti digitali e tecnologici. Fenomeni come il blocco dei software, la batteria scarica, il buffering o l’obsolescenza programmata vengono reinterpretati non come difetti, ma come occasioni di profitto: spingono l’utente ad acquistare aggiornamenti, servizi aggiuntivi o nuovi dispositivi.

Chi dispone di risorse può adattarsi facilmente a questo ciclo di innovazione forzata, mentre chi è escluso da tali opportunità ne subisce gli effetti senza benefici; un altro modo, meno visibile ma altrettanto concreto, di “fallire in basso”. In questo quadro, i Critical Failure Studies invitano a spostare lo sguardo: dal fallimento come esperienza individuale da valorizzare al fallimento come processo sociale diseguale, prodotto da strutture economiche, culturali e politiche che determinano chi può permettersi di sbagliare e chi no.

Bibliogafia A. Appadurai, N. Alexander, Failure, Cambridge, Polity Press, 2019, trad.it. Fallimento, traduzione di F. Peri, Raffaello Cortina Editore, Milano 2020.

R. Cohen, A Toast to All the Rejects, in «The Atlantic», 20 giugno 2022. W. Isaacson, Steve Jobs, Simon & Schuster, New York 2011.

S.A. Sandage, Born Losers: A History of Failure in America, Harvard University Press, Cambridge 2005.

M. Stefan, The CV of Failures, in «Nature» n. 468, 467, 2010. L'articolo Fail fast! proviene da La ricerca.

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