Storia
I pellegrinaggi che riempirono le casse della Chiesa
La notte di Natale del 1299 un’insolita folla di pellegrini e romani si riversò nella basilica di San Pietro, che stava per compiere il suo primo millennio; era stata costruita da Costantino, il primo imperatore cristiano di Roma. Circolava la voce che, con l’arrivo dell’ultimo Natale del secolo, il papa avrebbe concesso indulgenze straordinarie.
Ciò colse di sorpresa finanche il pontefice Bonifacio VIII, appartenente alla potente famiglia Caetani. Era lo stesso Bonifacio VIII che Dante, nella sua Divina Commedia, avrebbe mandato all’inferno collocandolo tra i simoniaci, coloro che trafficavano beni e cariche ecclesiastiche.
A conferma del fatto che l’afflusso della notte di Natale non era stato un episodio isolato, anche la notte del primo gennaio si radunò una moltitudine simile. Ciononostante, papa Bonifacio, indeciso sul da farsi, scelse di rimanere nella sua residenza abituale del palazzo del Laterano, sede storica dei pontefici prima che la basilica di San Pietro acquistasse maggiore importanza.
Infine, il 17 gennaio, un numero di fedeli superiore a ogni aspettativa, si radunò in occasione della processione annuale del Velo della Veronica, un panno di lino sul quale, secondo la tradizione, rimase impresso il volto di Cristo dopo che la santa lo usò per asciugargli il sangue e il sudore durante la passione. Ottenere il perdono In quest’ultima occasione, papa Bonifacio aveva già ordinato di consultare gli archivi vaticani per verificare se esistesse qualche precedente storico o fondamento dottrinale che giustificasse la credenza secondo cui, al termine del centesimo anno, la visita alle chiese più sacre di Roma garantisse l’indulgenza dei peccati.
Le ricerche si rivelarono infruttuose. D’altra parte la testimonianza orale di un anziano che sosteneva di aver partecipato insieme al padre a una simile adunata cento anni prima sembrò fornire una traccia.
Non era granché come prova e a un esperto di teologia e diritto come Bonifacio non bastò, ma per evitare la delusione dei fedeli il pontefice stabilì che la mancanza di documentazione potesse essere dovuta a guerre, negligenza o calamità, e che la tradizione popolare poteva colmare tale lacuna. Così, il 22 febbraio promulgò la bolla Antiquorum habet fida relatio (C’è adesione degna di fede da parte degli antichi).
In essa si richiamava la tradizione delle indulgenze, dei perdoni e delle grazie concessi fin dagli inizi della Chiesa a coloro i quali si recavano a Roma per visitare le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, e si stabiliva la «cancellazione piena e più larga, anzi pienissima» di tutti i peccati, ossia l’indulgenza plenaria, a condizione che i fedeli romani effettuassero trenta visite alle basiliche di San Pietro e San Paolo nel corso dell’anno – quindici nel caso dei pellegrini – senza l’obbligo di effettuare donazioni. Bonifacio stabilì che l’indulgenza avesse valore retroattivo: si applicava dal 25 dicembre 1299 e restava valida fino al Natale successivo.
Consapevole dell’eccezionale portata dell’evento, il papa stabilì che la sua periodicità fosse centenaria, con il chiaro intento di distanziarlo nel tempo e conferirgli un carattere storico. L’indulgenza plenaria era un concetto relativamente recente e, in genere, veniva concessa ai pellegrini che si recavano in Terra Santa come ricompensa per i sacrifici e i pericoli affrontati, o ai crociati.
Ma dopo la caduta di San Giovanni d’Acri nel 1291, la regione rimase in mano ai musulmani e i pellegrini ebbero bisogno di una nuova destinazione. Fu così che la Roma di Bonifacio VIII si trasformò in una nuova e più accessibile Gerusalemme.
Un fiume di pellegrini Nonostante la mancanza di preparativi, il primo giubileo fu un successo. «Folle di gente si avviano all’istante a caterve su Roma, così numerose da lasciare dovunque passino l’impressione d’un esercito o di uno sciame», racconta il cardinale Jacopo Caetani degli Stefaneschi, autore di numerose e vivaci descrizioni, precisando anche che alcune persone morirono schiacciate dalla folla. Nella sua Divina Commedia, Dante paragonò l’ammassarsi delle anime dannate nell’inferno alla processione dei pellegrini sul ponte Sant’Angelo, dove uno steccato separava i due sensi di marcia.
Roma, che allora contava appena ventimila abitanti, dovette organizzarsi per accogliere questa folla inattesa. Secondo Stefaneschi, «né i forni né i molini sovraccarichi parevan bastare alla moltitudine».
Il cronista Giovanni Villani afferma che, oltre al popolo romano, c’erano duecentomila pellegrini, così tanti che «ogni giorno a tutte le ore sembrava che un intero esercito percorresse la via Clodia» e che «giorno e notte due chierici rimanevano accanto all’altare di san Paolo, tenendo in mano dei rastrelli con cui raccoglievano il denaro infinito» donato dai pellegrini. Un successo indiscutibile Era chiaro che il giubileo non avrebbe potuto avere una cadenza secolare: aveva suscitato troppe speranze, generato troppe ricchezze e grazie alle indulgenze aveva rafforzato il potere della Chiesa come detentrice delle chiavi dell’aldilà.
Nel 1343 diciotto rappresentanti del popolo romano si recarono ad Avignone – sede del papato dal 1309 – per chiedere a papa Clemente VI di tornare a Roma, una città “vedova” della Chiesa (come la definì Francesco Petrarca), e di convocare un nuovo giubileo. Il pontefice non prese in considerazione la prima richiesta, ma accolse la seconda e promulgò una bolla che istituiva il giubileo del 1350, in cui veniva utilizzato per la prima volta il termine giubileo e venivano stabilite le condizioni per ottenere l’indulgenza plenaria.
Eppure Clemente VI non aveva alcuna intenzione di partecipare personalmente alle celebrazioni. Quello del 1350 fu dunque un giubileo senza papa.
Non dobbiamo dimenticare che la Roma dell’epoca, come tutta l’Europa, aveva appena superato l’epidemia di peste nera, che aveva decimato un terzo della popolazione del continente. Ciò rende ancora più sorprendente il grande afflusso di pellegrini, che secondo un cronista furono 1,2 milioni, una cifra esagerata e poco credibile.
Forse fu proprio l’orrore degli anni della peste a favorire il successo dell’anno santo, poiché i cristiani sentivano la necessità di ristabilire il loro rapporto con Dio dopo una moria percepita come castigo per i loro peccati. Un entusiasmo contagioso percorse l’Europa.
Petrarca, che partecipò alla celebrazione, scrive a un amico: «Che cosa fai? Non ti disponi a visitare Roma?
Viene gente da tutte le parti; vengono cimbri, iberi, greci, britanni, ciprioti, irlandesi, davi, svevi e tu, italiano, te ne starai? Possiamo aspettare un altro giubileo?».
Questa volta la città non si fece trovare impreparata. I romani si erano trasformati in albergatori improvvisati e non lasciarono una buona impressione allo scrittore Buccio di Ranallo: «Quilli mali romani, quando albergavano la sera, […] che se mostravan angeli, et poi erano cani» poiché promettevano un letto per tre o quattro persone, e poi ve ne ammassavano fino a otto.
I cronisti dell’epoca immortalano la situazione: «La citate de Roma stava in grandissima travaglia […] Da onne parte se derobava. Dove era luoco, le vergine se detoperavano […] Li pellegrini […] erano scannati e derobati», scrive un biografo anonimo del tribuno romano Cola di Rienzo.
Intanto, da Avignone, Clemente VI manteneva contatti con tutta l’Europa. Elisabetta d’Ungheria e i re d’Inghilterra, che non poterono recarsi a Roma per il giubileo, si confessarono nei propri palazzi, un privilegio concesso in cambio di un’offerta.
La notizia si diffuse in tutto il continente e il privilegio si estese ai nobili siciliani, inglesi e brindisini, a condizione che offrissero l’equivalente delle spese di viaggio. Gli abitanti dell’isola di Maiorca ottennero un’indulgenza collettiva all’alto prezzo di 30mila fiorini.
Fu così stabilito una sorta di tariffario delle indulgenze. Benefici spirituali e materiali La periodicità giubilare era appena stata ridotta da cento a cinquanta anni, ma ben presto anche questi parvero troppi.
Papa Urbano VI, insediatosi a Roma dopo una tumultuosa elezione, li ridusse a trentatré, in riferimento all’età di Cristo al momento della sua crocifissione, e convocò il giubileo per il 1390. Tuttavia non riuscì a presiederlo, poiché morì due mesi prima della sua apertura.
L’afflusso di pellegrini fu inferiore alle aspettative, sia per la scarsa organizzazione sia per il divieto di partecipare all’evento indetto da Clemente VII, l’antipapa che contestava l’autorità del papato romano di Avignone. Inoltre la peste, sebbene in maniera meno devastante rispetto a mezzo secolo prima, tornò ad abbattersi sulle folle di fedeli radunate nelle chiese, nelle processioni e nelle locande.
Per rimediare a questo insuccesso, Bonifacio IX, il nuovo papa di Roma, organizzò una rete epistolare attraverso la quale concedeva indulgenze a distanza in tutta l’Europa previo pagamento dell’equivalente delle spese di viaggio e di un’offerta. I pagamenti erano garantiti dalle banche fiorentine, le prime ad avere una rete continentale di agenti che consentiva loro di trasferire fondi tra le rispettive sedi.
Dieci anni dopo, nel 1400, ebbe luogo un insolito giubileo. La sua celebrazione fu del tutto imprevista, probabilmente causata dall’afflusso di pellegrini che accorrevano in città attratti dalla particolarità della data – la fine di un secolo – e dal ricordo del primo giubileo celebrato cento anni prima.
Bonifacio IX non lo aveva convocato né lo avrebbe ufficializzato con alcuna bolla, ma non poteva ignorare i pellegrini che affollavano la città. Così i fedeli ottennero le loro indulgenze mentre la Chiesa beneficiava delle offerte: il pellegrinaggio all’altare di san Paolo fruttò da solo sessantamila fiorini.
Roma pagò un prezzo alto per il giubileo: una nuova ondata di peste, più virulenta di quella del 1390, causò fino a ottocento morti al giorno. Infine, nel 1417 fu risolto lo scisma d’Occidente e Martino V ascese al soglio pontificio come unico signore del papato, con sede a Roma.
In ottemperanza alla periodicità di trentatré anni dall’ultimo giubileo ufficiale, seppur senza una bolla di convocazione, nel 1423 il pontefice indisse un nuovo anno santo per celebrare la restaurata unità della Chiesa e, al tempo stesso, per riempire le casse di una città bisognosa di risorse. Roma, infatti, era in rovina: il Foro romano era ormai noto come Foro vaccino, perché vi pascolavano le mucche.
Data la deplorevole situazione, non smette di stupire che il raffinato segretario personale del papa Poggio Bracciolini parlasse di «un’inondazione dei barbari, i quali aveva riempito la città di sporcizia e sudiciume» riferendosi alla moltitudine di pellegrini stranieri, molto più numerosi di quelli italiani. Nel 1423 venne coniata la prima moneta commemorativa del giubileo e avvenne la prima apertura di una porta santa: quella della basilica di San Giovanni in Laterano.
Pellegrini… e turisti Con la proclamazione del nuovo anno santo nel 1450, papa Niccolò V sperava di ripristinare la periodicità di cinquant’anni che Clemente VI, da Avignone, aveva voluto conferire ai giubilei un secolo prima, e abbandonare così definitivamente il successivo groviglio di date che evidenziava la mancanza di un criterio stabile. Il giubileo fu un successo, anche se la peste non mancò all’appuntamento.
Ci furono pellegrini mossi sia dalla devozione sia dalla nuova sensibilità artistica del Rinascimento, come Giovanni Rucellai, ricco mercante e mecenate fiorentino, che vi partecipò con la sua famiglia: «Durante il tempo trascorso a Roma abbiamo osservato questa regola: al mattino montavamo a cavallo e andavamo a visitare le quattro chiese [le basiliche maggiori di San Pietro, San Paolo fuori le mura, San Giovanni in Laterano e Santa Maria maggiore], e poi, dopo aver mangiato, tornavamo a cavallo alla ricerca di tutte quelle antiche mura e cose degne di Roma, e la sera, tornando a casa, le ricordavo». A partire da questo momento, insomma, il pellegrinaggio lasciò indietro l’esclusiva valenza spirituale per iniziare ad assumere anche una dimensione turistica.
Come se non bastasse, la grande affluenza di pellegrini contribuì ancora una volta al risanamento delle finanze pontificie. L’umanista Vespasiano da Bisticci scrisse che «la sede apostolica guadagnò ingenti somme di denaro; per questo il papa iniziò a costruire edifici in vari luoghi e ad acquistare libri e codici greci e latini ovunque fosse possibile, senza badare al prezzo; e assunse moltissimi copisti, tra i più eccellenti, affinché trascrivessero continuamente i codici», che con il tempo avrebbe portato alla creazione della formidabile Biblioteca apostolica vaticana.
Paolo II emanò una bolla con cui modificò nuovamente la periodicità dei giubilei riducendola a venticinque anni, misura che sarebbe diventata definitiva. Il suo successore Sisto IV indisse un nuovo giubileo per il 1475 e ne utilizzò i proventi, tra le altre cose, per edificare il ponte Sisto (che alleggerì il traffico sul ponte di Castel Sant’Angelo, fino ad allora l’unico sul Tevere che conduceva alla basilica di San Pietro) nonché per la costruzione della Cappella Sistina, i cui lavori iniziarono proprio in quell’anno.
Quello fu anche il primo giubileo indetto dopo l’invenzione della stampa. La bolla che lo annunciava fu stampata, così come lo sarebbero state le Mirabilia urbis Romae, guide della città di Roma destinate ai pellegrini.
Alessandro VI, papa Borgia, indisse il giubileo del 1500 estendendo l’indulgenza alle anime del purgatorio, che dovevano purificarsi dal peccato prima di essere ammesse in paradiso. Esperto di diritto canonico e diplomazia, studiò lo sviluppo del giubileo come un vero e proprio evento per il grande pubblico, rivedendo l’urbanistica delle strade, ma ebbe un occhio attento anche al simbolismo suggestivo: fu lui a ideare la cerimonia di apertura della porta santa nella basilica di San Pietro, allora in costruzione.
Stabilì pure che la porta rimanesse chiusa dopo un giubileo e che il pontefice abbattesse l’apertura murata per inaugurarne un altro. Quando procedette a quella prima apertura, i fedeli che assistettero all’evento raccolsero i detriti della demolizione, prendendo a venerarli come reliquie.
Erano trascorsi duecento anni dal primo giubileo, due secoli che avevano visto nascere una delle più importanti manifestazioni collettive del cattolicesimo e la sua progressiva definizione nella forma in cui lo conosciamo oggi. Per saperne di più SAGGI.Due papi per un giubileo.
Celestino V, Bonifacio VIII e il primo anno santo Chiara Frugoni. Il Mulino, Bologna, 2024.
Il giubileo Lucetta Scaraffia. Il Mulino, Bologna, 1999.
Questo articolo appartiene al numero 203 della rivista Storica National Geographic.