Cultura
Uomini come Cose: l'abisso di Lagioia tra la pagina e la scena
C'è un termine che la filosofia usa spesso, ma che raramente ci sentiamo cucito addosso: Reificazione.
O, per dirla in modo più brutale e diretto: la Cosificazione. La riduzione dell'essere umano a oggetto, a suppellettile, a "cosa" da usare e poi scartare.
È questo il cuore pulsante e nero de La città dei vivi di Nicola Lagioia. Ma oggi non voglio parlarvi solo del libro.
Voglio parlarvi di come questo abisso sia stato reso carne viva nell'adattamento teatrale (regia, video e drammaturgia di Ivonne Capece) andato in scena anche al Bellini di Napoli. Un'opera che ho analizzato con i miei due occhi: quello dell'esperta di comunicazione che indaga le dinamiche sociali, e quello della fotografa che vive di luce e composizione.
L'Antropologia del Vuoto: la droga non crea mostri, li rivela Foto Luca Del Pia Lo spettacolo non è un true crime, ma, al contrario, ne rappresenta l’antitesi. Ho scelto di non concentrarmi sui dettagli del caso di cronaca — pur centrali nel libro — per indagare invece gli aspetti più universali ed esistenziali che emergono dalla trama.
Nel suo romanzo, Nicola Lagioia pone al centro non solo la vicenda, ma anche la città di Roma, che diventa una grande metafora dell’umanità. Anche per questo, in scena non vengono mai pronunciati nomi propri: i personaggi assumono il valore di archetipi, figure che incarnano diverse sfumature della condizione umana.
Ivonne Capece Lo scenario Roma "Ci sono le città dei vivi, popolate da morti. E poi ci sono le città dei morti, le uniche dove la vita abbia ancora un senso" Nicola Lagioia.
Foto Luca Del Pia Lagioia: il delitto Varani Partiamo da una provocazione necessaria. Si è parlato tanto del delitto Varani come di un eccesso, un delirio tossico, una follia indotta da cocaina e alcol.
È una idea rassicurante. Leggendo Lagioia, e osservando la realtà che mi circonda, l'opinione che sostengo è un'altra: gli stati alterati della mente non creano l'alienazione.
La slatentizzano. Foffo e Prato non diventano disumani perché drogati.
Più ci addentriamo nelle pieghe dei personaggi di Lagioia più scopriamo un'umanita a cui la droga ha semplicemente tolto i freni inibitori, una disumanità che era già lì, sedimentata nella noia, nel narcisismo, nella percezione dell'altro come mero strumento di piacere o conferma del sé. Lagioia e la Capece mettono a nudo una verità che, per esperienza personale e professionale, ho visto troppe volte: esiste un'alienazione "di fondo" in persone apparentemente normali, integrate, "funzionali".
Lagioia e la Capece sono stati in grado di riportare in parole e immagini vive le emozioni che stanno alla base di una vicenda di violenza umana, troppo umana C’è il mistero della violenza, quel paradosso intrinseco all’essere umano, capace di scolpire il Mosè di Michelangelo ma anche di distruggerlo a martellate, riducendolo in polvere da sniffare. È il contrasto fra la grandezza creativa e la brutalità distruttiva dell’uomo, un dualismo ineludibile che percorre l’intera messinscena.
Ivonne Capece «Tutti temiamo di vestire i panni della vittima. Viviamo nell’incubo di venire derubati, ingannati, aggrediti, calpestati.
Preghiamo di non incontrare sulla nostra strada un assassino. Ma quale ostacolo emotivo dobbiamo superare per immaginare di poter essere noi, un giorno, a vestire i panni del carnefice?» E’ sempre: ti prego, fa’ che non succeda ame.
E mai: ti prego, fa che non sia io a farlo. Lagioia Foto Luca Del Pia La Cosificazione di Luca Varani – ridotto a materiale di consumo per un sadico test esistenziale – è l'estrema conseguenza di una società che ci insegna a vedere le persone come pixel su uno schermo o numeri in un database.
Il mostro non è la sostanza chimica; il mostro è il vuoto pneumatico di chi, guardando un altro essere umano, non vede nulla se non uno specchio per il proprio ego. "Distruggere il più debole...
Colpire per sottrarsi alla paura di essere colpiti" La scena: un acquario di fantasmi Foto Luca Del Pia Se l'analisi antropologica ci lascia con l'amaro in bocca, è l'analisi visiva della messa in scena che mi ha letteralmente rapita. Da fotografa, abituata a scrivere con la luce, ho trovato nella regia di questo spettacolo una raffinatezza tecnica rara.
La sfida era enorme: come rappresentare l'assenza? Come mostrare più piani temporali (il prima, il durante, il dopo) contemporaneamente, senza confondere lo spettatore?
La risposta è stata geniale nella sua gestione dello spazio scenico: l'effetto "acquario" e la retroilluminazione, l'utilizzo di doppi pannelli e materiali traslucidi (simili al velatino o scrim teatrale) ha creato una profondità di campo narrativa. Davanti, la luce nitida del presente e della narrazione (i genitori, lo scrittore); dietro, in una luce lattiginosa, offuscata, quasi subacquea, si muovevano le scene della vita notturna e del festino.
Visivamente, questo ci diceva che il male è sempre lì, che nuota in background nelle nostre vite, anche mentre facciamo colazione. Il Videomapping e le Statue:
L'uso della proiezione sulle statue per evocare i personaggi assenti è stato un tocco di classe. Trasformare la pietra immobile in volto vivo, per poi farla tornare pietra, è la metafora perfetta di quella reificazione di cui parlavo prima.
In scena, gli attori dal vivo convivono con un universo multimediale di figure semi-olografiche, proiettate a grandezza naturale, che contribuiscono a creare un’atmosfera spettrale e onirica. L’uso delle tecnologie sonore e visive diventa così una vera e propria cifra espressiva: la multimedialità rappresenta il mondo esterno, quello dei social, dei giornali, degli amici e dei conoscenti.
Ivonne Capece Foto Luca Del Pia Dietro questa complessa macchina scenica c'è la mano e lo sguardo di Ivonne Capece, una regista che non si limita a "dirigere" gli attori, ma scolpisce lo spazio. Attualmente direttrice artistica del Teatro Fontana (@tf__teatrofontana) e del Lucy Festival (@lucy_festival), Capece porta in scena il frutto della ricerca condotta con (S)Blocco5 (@sblocco5_), il suo centro di sperimentazione teatrale.
Per chi, come me, vive di composizione visiva, il lavoro di Capece è una rivelazione: lei tratta il palcoscenico come un sensore sensibile, dove la tecnologia non è mai accessoria ma drammaturgica. L'uso dei doppi fondi visivi e del videomapping non serve a "stupire", ma a tradurre il linguaggio frammentato della nostra epoca.
Capece ha intuito che per raccontare la Roma di Lagioia – una città che vive contemporaneamente online e offline, nella luce e nell'ombra – serviva un teatro ibrido. La sua regia riesce a visualizzare l'inconscio dei personaggi, proiettando letteralmente i loro demoni sulle superfici sceniche, fondendo la carne degli attori con la luce digitale in un unicum che ricorda le installazioni di videoarte più raffinate.
Niente sangue splatter, niente realismo volgare. Solo la secchezza della morte, lo scarto, il vuoto.
Una scelta estetica che, come fotografa, ho trovato di una potenza devastante: ha reso la morte non un evento biologico, ma un fallimento spirituale. In conclusione, La città dei vivi a teatro non è solo cronaca nera.
È una lezione di visual storytelling e un pugno nello stomaco alla nostra presunta "normalità". Approfondimenti e Link Per chi vuole scendere ancora più a fondo in questa analisi dell'abisso umano e delle sue rappresentazioni:
L'omicidio di Luca Varani è un caso di cronaca nera avvenuto la notte tra il 4 e il 5 marzo 2016 nel quartiere Collatino, in provincia di Roma. Il Teatro:
Scopri la stagione e le produzioni del Teatro Bellini di Napoli (e controlla le prossime date della tournée) La Regia: Approfondisci il lavoro di Leonardo Lidi, un regista capace di tradurre l'invisibile in azione scenica.
Il Libro: La città dei vivi di Nicola Lagioia (Ed.
Einaudi). Un testo imprescindibile per capire l'Italia contemporanea.
La suggestione visiva (Manga): Se vi interessa l'analisi clinica della psicopatia e del vuoto emotivo, vi consiglio di recuperare "Mars" di Fuyumi Soryo.
Anche se è un manga, la precisione con cui l'autrice (in particolare attraverso il personaggio di Kirishima) analizza la mente priva di empatia è forse l'unico parallelo degno della profondità di Lagioia. The post Uomini come Cose: l'abisso di Lagioia tra la pagina e la scena appeared first on ReWriters.