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Politica

“L’agente segreto”: il film-capolavoro sul Brasile della dittatura

Giovedì 5 marzo 2026 ore 13:19 Fonte: Strisciarossa
“L’agente segreto”: il film-capolavoro sul Brasile della dittatura
Strisciarossa

Un film politico di memoria e sogno, di vita dolce e vite recise che parla al cuore. “L’agente segreto” del brasiliano Kleber Mendonça Filho, ambientato a Recife – città natale del regista – nel pieno del Carnevale 1977, è, tanto per chiarire, un capolavoro capace di miscelare con tocco felicissimo un’infinità di registri e di renderli in un’architettura armoniosa.

L’aspro quotidiano della dittatura nel Paese sudamericano (iniziata nel ’64, terminata nell’85) con il viaggio al termine della notte di Armando Solimões (Wagner Moura), professore di Tecnologie non comprabile e quindi perseguitato da un industriale amico del regime, Henrique Ghirotti (Luciano Chirolli), già responsabile dell’eliminazione della moglie di Armando, Fátima (Alice Carvalho); le accensioni oniriche con l’amore profumato di nostalgia per un cinema che tracima da una storica sala di Recife nelle strade della città atlantica; il bieco grottesco degli sgherri e il filo della resistenza alle derive di morte. Wagner Moura in una scena del film Un film accostabile – a parte i materiali fantastici e simbolici peculiari dell'”Agente segreto” – al recente, bellissimo “Io sono ancora qui” di Walter Salles,  imperniato, sempre nel Brasile sotto dittatura, su una storia vera, la lotta di Eunice Paiva (interpretata dalla magnifica Fernanda Torres) per fare chiarezza sulla scomparsa del marito Rubens, ex deputato e oppositore inghiottito da un centro di detenzione-eliminazione.

Conoscere ogni abiezione antidemocratica per evitarla in futuro, il tema è bollente ovunque e il Brasile con Bolsonaro ha conosciuto un pessimo rigurgito nel segno di una destra autoritaria. Kleber Mendonça Filho lo affronta in questo suo ultimo lavoro, di cui è anche sceneggiatore, con alcuni flash-forward nella contemporaneità dedicati alla studentessa Flavia (Laura Lufési) impegnata a riascoltare vecchi nastri registrati, alcuni con la voce di Armando, e a mettersi sulle tracce del suo figlio Fernando.

Il professore sta fuggendo da San Paolo a bordo di un Maggiolino Volkswagen giallo e, nei pressi di Recife, ha un primo, inquietante affaccio sulla morte: nel piazzale di un benzinaio giace da tempo un cadavere molto ambito da una pattuglia di cani randagi, ma la polizia sembra non avere alcuna fretta di portarlo all’obitorio. Un segno di ambiguità, dell’arbitrio, cifra caratterizzante nel corteo di pseudo-tutori dell’ordine corrotti mesi in scena da Mendonça.

Armando ha un indirizzo sicuro a Recife, la grande casa di Dona Sebastiana (Tânia Maria), anziana anarchica e poi comunista. Ha vissuto in Italia a Sassuolo fino al’42 poi è scappata dal fascismo e dalla guerra.

Madre generosa di molti “figli”, ospita un paio di profughi dell’Angola dilaniato dalla guerra civile, un giovane omosessuale osteggiato in casa e Claudia (Hermila Guedes), allontanatasi dal marito violento. La rete degli oppositori, in attesa di farlo espatriare, ha trovato ad Armando un’occupazione provvisoria presso una specie di Anagrafe, dove è conosciuto come Marcelo e bazzicano gli agenti di Euclides (Roberto Diógenes), un commissario molto amico dei due killer sulle tracce del professore, il muscolato Bobbi (Gabriel Leone) e Augusto (Roney Villela), espulso dall’esercito di un regime feroce ed è tutto dire.

A Recife vive anche il piccolo Fernando, a casa del nonno Alexandre (Carlos Francisco), proiezionista in un cinema del centro, il São Luiz, luogo magnetico e ghiotto deposito di memorie in celluloide per il cinquantasettenne regista e critico. Passano fotogrammi di “Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo”, titolo originale “Le magnifique” di Philippe de Broca con Jean-Paul Belmondo spione gabbato, spuntano le locandine di “Pasqualino Settebellezze” della Wertmüller e di “Donna Flor e i suoi due mariti” di Bruno Barreto, con Sônia Braga, regina della scena brasiliana e superba protagonista nella precedente regia di Kleber Mendonça Filho, “Aquarius”, spietata requisitoria contro l’affarismo immobiliare a Recife fondato su precise complicità politiche e celebrazione di una donna coraggiosa non disposta a cedere alle convenzioni e ai soprusi.

“Aquarius”, molto elogiato dalla critica, non era stato chiamato, tra mille polemiche, a rappresentare il Brasile agli Oscar 2017. Il regista aveva pubblicamente protestato a Cannes contro la destituzione da presidente di Dilma Roussef del Partito dei Lavoratori, regolarmente eletta nel 2014 e il nuovo presidente Temer si era voluto vendicare.

Ma ci sono emozioni e tracce di cinema pronte addirittura a riversarsi nel film. Di humour gustoso è la donna che esce indemoniata dalla sala dopo aver visto “Il presagio” di Richard Donner, primo capitolo della cavalcata horror-esoterica con protagonista Damien, di professione Anticristo.

E altro ancora, quasi un fil rouge surreale, esce dallo schermo per rinascere nella storia di Armando. La celebre locandina ideata e disegnata da Roger Kastel per “Lo squalo” di  Spielberg, esposta nella sala dove lavora nonno Alexandro, ci porta al piccolo Fernando, spaventato e affascinato dalle fauci del predatore marino, vorrebbe vedere il film e sarà accontentato proprio mentre a Recife impazza sulle cronache del Diário de Pernambuco la storia di una gamba maschile trovata nello stomaco di uno squalo e dotata di strani poteri reazionari, come prendere nottetempo a calci gay e amanti occasionali in un parco della città.

Una allucinazione collettiva, nei fatti una gamba è stata sottratta dalla polizia all’obitorio e gettata in mare: forse è un reperto scomodo, un indizio possibile per risalire a un delitto. Lo sfrenato Carnevale, alla fine farà 91 vittime e attirerà per una breve danza liberatoria Armando ormai tallonato da Vilmar (Kaiony Venâncio, che maschera!) un assassino abituale cui Bobby e Augusto hanno subappaltato l’eliminazione del professore.

In un film così felicemente, sudamericanamente in bilico tra il fantastico e il prosaico in cui irrompono ritmi da thriller, può accadere di tutto. Il regista ha l’occhio incollato alla vita quotidiana della gente di Recife, trova lo spazio per un’amicizia affettuosa tra la vittima designata e Claudia, la donna accolta da Dona Sebastiana, ricollega il cinema São Luiz all’oggi: è diventato una clinica dove si effettuano i prelievi del sangue e lavora come medico Fernando (sempre Wagner Moura, spiumato della barba e dei baffi paterni).

Raggiunto dalla studentessa impegnata nello scavo degli archivi segreti del passato regime ammette: “Ricordi molto più tu di mio padre di quanto ne abbia memoria io”.

Ogni memoria è un tesoro, il cinema stesso è un “documento”, anche una testimonianza, nel caso di Kleber Mendonça Filho, indissolubilmente artistica e politica. Una “tensione” alta, un viaggio tra tempo e sogno che attraversa i generi e ricorda “Bardo, la cronaca falsa di alcune verità” il film più intimo, politico, quasi autobiografico  del messicano Alejandro Iñárritu.

Un thriller che ha avuto due premi a Cannes ed è candidato a quattro Oscar “L’agente segreto” – due premi a Cannes, per il miglior attore protagonista a Wagner Moura e la migliore regia – ha ottenuto quattro candidature all’Oscar, miglior film, miglior film internazionale, miglior attore protagonista e anche miglior cast. La galleria di personaggi scolpita da Mendonça Filho è formidabile, tornita ai particolari di ciascun “carattere” e riserviamo un applauso al più perfido villain visto al cinema nell’ultimo anno, ovvero Henrique Ghirotti, reso magistralmente da Luciano Chirolli, un diabolico ingranaggio nella macchina del regime, insolente, razzista, pronto a uccidere chi non si piega alla sua legge, come Armando e la moglie Fátima, indimenticabile quando le canta a quell’ometto potente sì, ma spregevole.

Piccola nota per ricordare, tra gli interpreti, Udo Kier, smagliante scheggia impazzita del cinema tedesco e non solo, amato da Lars Von Trier, Fassbinder, Morrissey e scomparso a 81anni nello scorso novembre. Si era fatto valere anche stavolta, nei panni del sarto Hans, un nevrile e martoriato ebreo sopravvissuto all’Olocausto scambiato dal commissario Euclides per un reduce del Terzo Reich.

Della serie: caro Paese verde-oro, dacci oggi la nostra follia quotidiana. Nato da una coproduzione tra Brasile, Francia, Paesi Bassi e Germania, il lungometraggio (due ore e quaranta minuti che volano) è fotografato da Evgenija Aleksandrova, brava a immergere lo spettatore in colori saturi, “emotivi”, mentre le musiche di Mateus Alves e Tomas Alvez Sousa pescano a piene mani, tra l’altro, nel repertorio di Ennio Morricone, il brano più catturante è “Guerra e Pace, Pollo e Brace”, singolare tema cantato da un coro di voci bianche in “Grazie zia”, esordio nell’anno 1968 di Salvatore Samperi con Lisa Gastoni e Lou Castel, un film che i suiveurs più avanti con gli anni non avranno certo dimenticato.

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