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Istat, censimento persone senza dimora. Uno sguardo alla complessità del fenomeno
Nelle notti del 26 e 27 gennaio, in 14 città italiane centro di area metropolitana, come avevamo informato i nostri lettori, migliaia di volontari hanno condotto a termine il primo Censimento Nazionale delle Persone Senza Dimora. Ora l’ISTAT che ha organizzato il Censimento avvalendosi della collaborazione con la fio.PSD-ETS (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora), ha iniziato a comunicare alla stampa e a tutti gli interessati, i primi dati – essenzialmente quantitativi – che emergono dalla prima notte di rilevazioni, quella in cui i volontari, divisi in piccolissime squadre, hanno percorso, strada per strada, le Città per mappare la presenza di PSD.
Solo a fine anno, invece, saranno resi disponibili i dati raccolti nella seconda notte di rilevazioni, quelli ricavati dalle interviste che i volontari hanno ottenuto da un campione significativo delle PSD individuate nel corso della prima rilevazione. Con questo Censimento l’ISTAT, nell’ambito della più ampia strategia del Censimento permanente della popolazione e delle abitazioni, si è proposto di rilevare e monitorare quella che sembra essere una sempre più grave marginalità adulta, con la produzione di dati affidabili, comparabili e metodologicamente coerenti con gli standard internazionali.
A questo proposito c’è subito da fare una precisazione: una Persona Senza Dimora (PSD) è un soggetto con caratteristiche sue proprie. Non è da confondere con le persone senza fissa dimora – come, ad esempio, i giostrai o i circensi – che una casa ce l’hanno, anche se essa si sposta con loro.
I PSD, al contrario, una casa non l’hanno e talvolta neppure vogliono averla, Vivono in strada o in sistemazioni di fortuna, prive di un riparo che possa essere definito come una soluzione abitativa; con tende, baracche assemblate alla meglio, roulottes ed auto abbandonate oppure, ma si tratta della minoranza, in strutture di accoglienza dove rovano un letto e dell’acqua corrente. Il Censimento, una volta che tutti i dati raccolti saranno analizzati, permetterà di fornire un quadro statistico che consenta di analizzare il fenomeno in profondità, individuando le principali caratteristiche socio-demografiche delle PSD e approfondendo aspetti legati alla condizione di homelessness, quali i bisogni specifici, i percorsi che hanno condotto alla perdita dell’abitazione e le relazioni con il territorio e con i servizi di assistenza.
Materiale prezioso, indispensabile per fornire un punto di riferimento su cui le Amministrazioni locali, cui compete attrezzare il territorio con strutture e servizi adeguati all’entità ed alla qualità del fenomeno, potranno basare le proprie scelte di allocazione dei finanziamenti e di tipologie di servizi in grado di rispondere alle esigenze e, talvolta, al modo di vivere delle PSD, per strano che ai nostri occhi esso possa apparire. I primi dati complessivi I dati fin qui analizzati dicono che, nella notte del 26 gennaio, nelle città di Torino, Genova, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Messina, Catania e Cagliari i PSD di almeno 18 anni di età censiti il 26 gennaio 2026 ammontano a 10.037 individui.
Tra essi, 5.563 persone (55,4 %) erano ospitate nelle strutture di accoglienza notturna, mentre le altre 4.474 persone (44,6 %) sono state conteggiate in strada, in spazi pubblici o in sistemazioni di fortuna. Roma accoglie oltre un quarto del totale delle persone senza dimora conteggiate (26,1 %); seguono Milano (16,4 %), Torino (10,3 %) e Napoli (10,3 %).
Se complessivamente le persone senza dimora conteggiate in strada rappresentano il 44,6 % del totale, nelle quattro città delle Isole la quota risulta inferiore, raggiungendo il valore minimo a Messina (19,4 %); le quote più elevate si osservano invece a Genova (65,9 %) e a Napoli (55,0 %), ma anche a Firenze (59,0 %) che pure, tra le città del Centro/Nord presenta un numero ridotto complessivo di PSD come pure Bologna. Diffusione territoriale Abbiamo visto come, sommando tutte le persone senza dimora presenti, in una notte qualunque, nelle 14 città più grandi d’Italia, si arrivi, a stento, a 10.000 persone.
Peraltro, di esse, quasi la metà è praticamente invisibile, almeno nelle fasce notturne, in quanto ospite di strutture di accoglienza. Eppure, bastano 5000 persone per determinare un allarme sociale che fa sì che si possano ascoltare sentenze del tipo «hanno invaso la città», «non ci si può più azzardare ad uscire di casa» e persino «sono un esercito che ci sta per sommergere».
E la cosa più interessante è che, a pronunciare queste espressioni cariche di paure del tutto infondate, sono spesso cittadini che abitano in zone dove di persone senza dimora non c’è neanche l’ombra. Chi scrive, avendo passato tutta la notte del 26 gennaio a percorrere, via per via, una parte non piccola della zona nord-ovest di Roma, è ritornato alla base al tempo stesso contento e frustratissimo per il fatto di non essere riuscito a “scovare” nemmeno una di queste fantomatiche PSD.
A cosa si deve, dunque, quella che, se stessimo ai numeri, sarebbe da archiviare come pura e semplice suggestione collettiva?Una risposta il censimento aiuta a darla: le PSD non hanno invaso nessuna città e men che meno le nostre periferie. Come molte altre delle persone in difficoltà, tendono a raggrupparsi in poche zone, talvolta in poche vie.
Quelle che, peraltro, sono le più frequentemente oggetto di riprese televisive, passaggi di cittadini che si recano al lavoro e scendono nei capolinea delle stazioni della metro, dei treni o dei bus regionali, o, infine, quelle maggiormente frequentate dai turisti stranieri. Oltre il 50% si concentra – lo dice il censimento – in aree centrali ad alta densità che rappresentano, in media, meno del 10 per cento della superficie comunale.
Non lo può, ovviamente, dire il censimento, ma é facilmente intuibile da chiunque ci ragioni solo un istante, che si tratta di banale tendenza a raggrupparsi dove più facilmente si potranno determinare occasioni di recuperare qualche moneta, un pasto caldo o semplicemente un luogo facilmente accessibile in cui passare la notte. Se infatti guardiamo alle cifre, questi sono i dati reali:
A livello comunale, anche in questo caso, emergono differenze: a Bari, Cagliari, Messina e Catania la quota di persone senza dimora nelle aree del centro urbano supera il 70%, mentre a Firenze, Genova, Milano e Palermo una quota rilevante si osserva anche sulle vie a grande scorrimento. A Roma meno di una persona su cinque (19,9%) è stata rilevata nelle aree periferiche, mentre a Venezia nelle aree non urbanizzate o meno accessibili staziona circa un terzo delle persone senza dimora (28,1%), anche in considerazione di estese zone lagunari.
Benché il conteggio abbia interessato l’intera superficie comunale dei 14 Comuni, i risultati mostrano che la presenza di persone senza dimora si concentra in porzioni circoscritte del territorio dal momento che le aree centrali ad alta densità rappresentano, in media, meno del 10% della superficie comunale. Dati qualitativi Passando ai dati qualitativi, occorre considerare che la rilevazione in strada è stata effettuata senza contatto ravvicinato con le PSD per non disturbare o innervosire i PSD, soprattutto se già involtolati in coperte o sacchi a pelo, e quindi una serie di dati, quali il sesso, l’età e la nazionalità sono da considerare necessariamente approssimativi.
Tuttavia, alcuni dati risultano interessanti, ad iniziare dalla rilevazione del genere delle persone senza dimora. Ebbene la quota femminile tra i PSD è decisamente inferiore a quella che le caratterizza nella totalità della popolazione residente, il che potrebbe spiegarsi per effetto delle specifiche difficoltà che la condizione di senza dimora comporta per le donne in particolare, anche se non è possibile, allo stato, esprimersi sulle cause, verosimilmente numerose, che determinano il fenomeno.
Le donne, fra le persone senza dimora, rappresentano una minoranza, sia in strada che nelle strutture. In strada (dove è stato possibile distinguere il sesso solo per circa il 75 % dei casi conteggiati) circa il 12 % è rappresentato da donne.
Nelle strutture il numero sale a 1.189 ma anche lì le donne rappresentano una minoranza (21,4%). Nelle strutture di accoglienza notturna le persone di nazionalità straniera sono oltre i due terzi del totale (3.838 contro 1.725 di nazionalità italiana) e, anche tra chi è stato rilevato in strada, rappresentano il 70,5 % dei casi con nazionalità individuata.
L’età delle persone senza dimora Tra i conteggiati in strada, la quota di chi ha oltre 60 anni è pari al 10,6 % dei casi con età rilevata, mentre è assai più forte la presenza di PSD nella fascia di età compresa tra i 31 e i 60 anni (73,2%). Nelle strutture, dove la rilevazione dell’età era ovviamente più semplice, i giovani (tra i 18 e i 30 anni) rappresentano il 15,3 % (851 persone), le persone tra i 31 ai 60 anni il 61,3 % (3.413), mentre gli ultrasessantenni il 23,4 %o (1.299).
Nelle diverse città oggetto di indagine si incontra un – talvolta anche notevole – diversa composizione per classi di età delle PSD: i giovani sono più presenti in alcune città del Sud e delle Isole (Bari 31,2%, Catania 39,3 % e Messina 25,0 %), ma anche a Milano e Torino la loro presenza è relativamente elevata (20,5 % e 17,5 % rispettivamente). Al contrario, gli over 60 sono circa un terzo a Roma (33,1 %), Napoli (29,8 %) e Genova (29,6 %) mentre scendono a circa uno su 10 a Bari.
Dove dormono o si rifugiano le persone senza dimora? Tra le persone senza dimora per le quali è stato possibile individuare la “sistemazione” quasi la metà (48,7%) si trova in spazi pubblici privi di qualsiasi riparo.
L’incidenza delle sistemazioni in spazi pubblici senza riparo supera il 40 % nella maggior parte dei Comuni, con l’eccezione di Cagliari (35,0 %) e di Firenze (34,9 %), dove le persone si trovano principalmente in spazi riparati (rispettivamente 60,0 % e 56,2 %). La netta prevalenza delle sistemazioni in spazi senza riparo caratterizza alcune città del Sud, come Catania (61,3 %), Napoli (57,9 %), Bari (58,5 %), Palermo (51,4 %) e Messina (73,9 %, a fronte di un valore assoluto particolarmente esiguo).
Anche a Venezia l’incidenza degli spazi aperti (44,8 %) supera nettamente quella degli spazi riparati. Per chi dorme in strada, le sistemazioni più frequenti sono quelle relative a giacigli di fortuna collocati direttamente su strada (35,1%), seguite dai giacigli in aree verdi, normalmente panchine, ma anche sacchi a pelo direttamente sul terreno (11,4 %) o, in misura minore, in parcheggi, soprattutto dei grandi supermercati o dei cinema (2,2 %).
Un ulteriore 36,5 % è stato rilevato in spazi urbani riparati, prevalentemente portici o sottopassi di ferrovie/ponti (32,1%), mentre risultano residuali le presenze all’interno di strutture commerciali (2,1%), di pertinenze di edifici pubblici od ospedali (1,9 %) o di edifici abbandonati (0,4 %). Quasi una persona senza dimora su 10 ha una sistemazione presso le stazioni o i terminal di trasporto (9,3 %), una su 20 in tende o auto (5,5 %).
Ovviamente la scelta di dove dormire o rifugiarsi dipende molto anche dalle caratteristiche dell’urbanistica cittadina. Così, infatti, è possibile osservare che a Torino e Genova le persone senza dimora si concentrano soprattutto sotto portici e sottopassi (rispettivamente 37,9 % % e 34,7 % dei casi con sistemazione rilevata), mentre a Roma e Napoli le sistemazioni più diffuse sono quelle collocate direttamente sulle strade (rispettivamente 42,0 % e 51,0 %).
Una quota limitata delle persone senza dimora si sistema anche in tende o auto, soprattutto a Roma (10,0 %). A Venezia, infine, il 38,4 % ha una sistemazione vicino a terminal di trasporti.
Le strutture di accoglienza Per quanto riguarda le strutture di accoglienza delle PSD, ci si è limitati a censire gli ospiti di quelle di prima accoglienza a bassa soglia (cosiddette di I livello), ossia i servizi rivolti prevalentemente a persone provenienti direttamente dalla strada, caratterizzati da massima accessibilità e da requisiti di accesso non selettivi, Si tratta di strutture permanenti e temporanee (anche stagionali), con orari di apertura variabili (h9–h24), sia convenzionate con il pubblico, sia gestite dal privato sociale, comprese quelle a utenza mista. Sono stati invece esclusi i centri per migranti (CAS e SAI), i centri per donne vittime di violenza o tratta, le comunità di recupero dalle dipendenze e le strutture a prevalente carattere sanitario.
A dimostrazione di come il fenomeno delle persone senza dimora sia largamente sottovalutato, tanto dalla politica che dalle Istituzioni, la disponibilità di posti letto nelle strutture di accoglienza notturna considerate (pari a 6.678 posti letto) risulta inferiore al numero complessivo delle 10,037 persone senza dimora conteggiate nelle strutture e in strada. Il che significa che tali strutture non sarebbero comunque capaci di dare una risposta esaustiva ove tutte le PSD decidessero di rivolgersi ad esse e anzi, in taluni casi le strutture già oggi risultano al limite della capienza.
Interessante è l’approfondimento di informazioni che il Censimento ha permesso di fare sulle strutture che accolgono le PSD. La prima differenza è quella tra strutture “istituzionali” e quelle cosiddette “informali”.
Le prime sono quelle in cui il servizio è erogato direttamente dall’Ente Pubblico, oppure operato in regime di sussidiarietà riconosciuta (convenzione, appalto, ecc.) da associazioni, fondazioni, cooperative sociali, ecc. Le strutture “informali” sono invece quelle in cui il servizio prestato, pur conservando i caratteri di un intervento ripetuto e socialmente riconosciuto, è erogato in forma spontanea dal mondo del terzo settore, cosa che testimonia del suo notevole coinvolgimento in risposta ai drammi della marginalità estrema.
Peraltro, la maggior parte delle strutture nelle quali è stata realizzata la rilevazione ha un carattere istituzionale (149). Solo in 6 città operano anche strutture cosiddette informali.
In particolare, nelle città di Bari, Cagliari e Reggio Calabria operano esclusivamente strutture istituzionali; mentre la presenza delle strutture informali è particolarmente diffusa a Roma (13), Bologna (7) e Catania (3). Le strutture informali solo nel caso di Roma hanno una capienza superiore ai 40 ospiti, altrove si caratterizzano per offrire un numero di posti letto che va dai 3 ai 15.
Le strutture si differenziano anche rispetto ai requisiti di accesso. In 8 Comuni sono presenti strutture (36, di cui 13 a Bari) che permettono l’accesso solamente a chi è in possesso di documenti d’identità validi.
Sono ammessi anche i cittadini stranieri purché possano dimostrare la regolarità della loro presenza sul territorio nazionale, ad esempio mostrando un appuntamento in questura. In tutte le strutture informali, invece, l’essere senza dimora è condizione sufficiente per l’accoglienza, sia pure dopo aver accettato e seguito le procedure prestabilite da ciascuna struttura.
Decisamente poche (2) sono le strutture che accolgono esclusivamente italiani, mentre tutte le strutture differenziano l’accoglienza per genere (23 per sole donne, 104 per uomini, 90 miste). Nelle strutture informali sono state registrate anche deroghe per casi di particolare bisogno.
PSD italiani e non: un dato interessante, ma anche molto prevedibile, riguarda le nazionalità dei presenti nelle strutture: 1.725 (31,0%) sono risultati essere gli italiani, mentre le PSD di nazionalità straniera sono risultate ben di più:
3.838 (69,0%). In particolare, la quota di persone di nazionalità straniera supera i tre quarti a Torino, Milano, Firenze e Bari.
Questi quattro Comuni complessivamente ospitano circa l’80 % delle persone senza dimora di nazionalità non italiana tra quelli censiti nelle strutture. La quota scende a meno della metà a Genova, Napoli e Cagliari, dove le persone senza dimora di nazionalità italiana risultano essere la maggioranza; in particolare, a Cagliari otto ospiti su 10 (79,5 %) sono di nazionalità italiana.
Solo per il 59,7 % degli ospiti delle strutture è stato possibile ottenere informazioni sul Paese di origine, che peraltro tende a confermare le percentuali dei richiedenti i permessi di soggiorno o i registri di iscrizione anagrafica dei cittadini stranier nelle diverse località: ad esempio, PSD provenienti da Marocco, Romania ed Egitto sono i più presenti nelle strutture milanesi; Rumeni e Polacchi a Roma;
Somali e Nigeriani prevalgono nelle strutture delle altre città del Nord. Un dato da attenzionare, che in qualche misura conferma alcuni “pre-giudizi” rispetto a come sia organizzata la permanenza sul nostro territorio degli appartenenti ad alcune comunità, riguarda Cinesi, Filippini e provenienti da Bangladesh e Sri Lanka.
Sebbene, com’è noto, la presenza di migranti provenienti da questi Paesi sia rilevante in alcune zone del Paese, essa tra i senza dimora risulta praticamente assente. Peraltro, anche per i peruviani la presenza di PSD è decisamente più bassa di quella riscontrata da quei gruppi di cittadini nella popolazione residente nel nostro Paese.
Conclusioni provvisorie È del tutto evidente che i dati finora raccolti e resi noti – sebbene fondamentali per darci una misura del problema – hanno bisogno di molte altre informazioni per poter essere letti in modo efficace per chi voglia affrontare con giudizio, senza allarmismi inutili né buonismo inefficace, un problema che, da ciò che sappiamo, non è certo limitato al solo nostro Paese o alle nostre maggiori città. Senza fare riferimento alle sterminate megalopoli africane, basterà pensare ai casi di alcune metropoli americane – da San Francisco a Los Angeles, solo per fare due casi tra i più celebri – in cui la presenza degli homeless è di una dimensione per molti italiani neppure immaginabile.
Certamente, quando alla fine dell’anno, l’ISTAT ci darà conto di quanto raccolto la notte del 27 gennaio, attraverso le interviste ad una parte di quelle 10.000 PSD che la notte precedente erano state censite, avremo al possibilità di comprendere meglio chi siano, questi nostri concittadini, come e quando – e magari anche perché – si siano trovati a non avere un tetto, sia pure precarissimo, sulla testa e, infine, a conoscere meglio quali siano i loro desideri e le loro speranze. Quel che è certo che il solo fatto di aver realizzato il Censimento diventa, per la politica e le Istituzioni, soprattutto quelle cittadine, un elemento non più ignorabile.
Costruire strutture in numero sufficiente e collocarle là dove effettivamente servano; predisporre servizi di assistenza e di sostegno anche a chi non voglia o non possa usufruirne; cercare di combattere pregiudizi e ostilità nei confronti di chi, in molti casi, non ha scelto di diventare un senza dimora. Ė questa l’eredità che ci lasciano due nottate a girare per le città e a indagare su quelle di cui troppe volte dimentichiamo che, oltre ad essere nostri concittadini senza dimora, sono anche, spesso, senza diritti.
Mauro Sarrecchia The post Istat, censimento persone senza dimora. Uno sguardo alla complessità del fenomeno appeared first on Mentinfuga.