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Ben-Gvir, il mostro perfetto che salva tutto il resto
Il video di Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale israeliano, che cammina tra i fermati della Global Sumud Flotilla inginocchiati sul ponte della nave, con le mani legate dietro la schiena e i volti a terra, ha suscitato indignazione in tutto il mondo. L'immagine è diventata immediatamente simbolica: il ministro che sventola la bandiera del proprio Paese davanti a corpi umiliati e immobilizzati, mentre una donna che grida "Free Palestine" viene scaraventata a terra. Le reazioni europee sono state immediate: convocazioni di ambasciatori, dichiarazioni di sdegno, parole dure contro un trattamento definito "incivile". Tuttavia, la domanda più inquietante è perché questa scena ha finalmente scandalizzato l'Europa, considerando che le organizzazioni internazionali hanno denunciato torture, detenzioni arbitrarie, umiliazioni, fame imposta e violenze sistemiche sui detenuti palestinesi per anni.
La risposta a questa domanda sembra essere legata al fatto che i corpi umiliati erano europei, occidentali, immediatamente riconoscibili dall'opinione pubblica. Quando la stessa grammatica della violenza si è mostrata davanti a cittadini occidentali, è diventata improvvisamente uno scandalo globale. Questo fenomeno è stato analizzato da Edward Said, che ha spiegato come il palestinese sia stato trasformato, nel linguaggio politico e mediatico occidentale, non in un soggetto umano e politico pienamente riconosciuto, ma in un problema di sicurezza, in una presenza amministrativa, in una minaccia astratta. Il nodo centrale, allora, non è soltanto la violenza materiale, ma la gerarchia implicita delle vite umane: alcune vengono immediatamente percepite come degne di protezione e di lutto, mentre altre sembrano dover continuamente giustificare la propria umanità.
Il caso di Ben-Gvir non può essere liquidato come una semplice deviazione estremista, poiché è il prodotto di una lunga abitudine politica all'eccezione permanente. La domanda allora diventa inevitabile: può una democrazia continuare a definirsi tale mentre governa per decenni milioni di persone senza uguaglianza politica, libertà di movimento e reale rappresentanza? Questa stessa domanda attraversa profondamente la poesia di Mahmoud Darwish, che lotta ostinatamente contro la cancellazione, non solo quella fisica di un popolo, ma quella simbolica che riduce gli esseri umani a numeri, a profughi, a pratiche amministrative, a massa indistinta.
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