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Cultura

Pillion: un film sulla scoperta della propria parafilia

Domenica 1 marzo 2026 ore 02:32 Fonte: ReWriters
Pillion: un film sulla scoperta della propria parafilia
ReWriters

Attenzione, spoiler. Detto questo, andiamo dritti al punto:

Pillion è un film politico. Il primo che racconta con tanta sincerità la pratica BDSM (insieme di pratiche sessuali e relazionali basate su Bondage (B), Dominazione (D), Sottomissione, Sadismo (S), Masochismo (M), spesso indicate come "kinky") all'interno di una coppia gay.

Ma attenzione, il tema riguarda tutte e tutti, perchè parla di identità, piacere, desiderio, moralità e giudizio. Un film talmente sincero da assomigliare a un docufilm Un documentario.

Un reportage. E non perchè non ci sia un'idea o la sceneggiatura non riesca ad osare: semplicemente, la totale assenza di romanticismo e la assoluta fedeltà al vero non aiuta a sviluppare insight.

Ma cominciamo dal principio. Se avete amato (come me) Secretary, resterete deluse e delusi: qui il principe non sveglia la principessa e nessuno, alla fine, si sposa.

In Pillion, al contrario, l'amore non esiste ("non è questo il punto", dice Ray a Colin, in risposta al suo ti-amo): esiste la pratica del BDSM, la parafilia. Che non è perversione, mi raccomando:

“Nel dibattito psicoanalitico contemporaneo - spiega la psicoterapeuta Eleonora Calagreti - la parola perversione, già cancellata dalla nosografia psichiatrica, sta scomparendo. Nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) si parla infatti di parafilie, preferenze sessuali non patologiche, come il feticismo, il drag, l’esibizionismo, il voyeurismo, sadomasochismo, etc.

Non ci sono infatti godimenti normati, piaceri giusti o sbagliati, la differenza la fanno appagamento o sofferenza. Se tra due o più persone si sviluppa una pratica che porta appagamento, è consensuale, non reca danno o sofferenza ai singoli partecipanti, il problema non sussiste".

Ma se, viceversa, la pratica diventasse il soggetto della relazione, una coazione che schiaccia, annienta, polverizza, imprigiona il desiderio della persona, impedendone la libertà di compiersi ed esprimersi, e trasformando il* partner in componente indifferente? Niente paura, nel film nessuno soffre, nonostante le pratiche sado-masochiste e, anzi, è proprio questo che l'arco narrativo del protagonista esplora attraverso l'interpretazione del bravissimo attore inglese Harry Melling: la presa di coscienza di avere la parafilia del masochista.

Il punto, infatti, è sempre il consenso Entrambi i protagonisti desiderano praticare i rispettivi ruoli del dominatore e dello schiavo, sia a letto che nella relazione emotiva, con la differenza che mentre Ray (più grande) è consapevole da tempo della propria parafilia, Colin scambia la pratica BDSM per amore, ancora inconsapevole della propria propensione. E per questo crolla, nel momento in cui si accorge di essere interscambiabile, sostituibile, funzione e non persona.

Ma il film racconta, dicevo, prorio il percorso di liberazione ed empowerement di Colin, alle prese con la scoperta del suo masochismo, consapevolezza che lo trasloca dal sentirsi vittima abusata (prima dalla madre intrusiva poi dal partner dominatore) a persona con una sua identità e natura, responsabile dei propri gusti, capace di scegliere chi essere, come essere e con chi essere. Un po' come in Baby girl, in cui una coraggiosa Nicole Kidman ci fa riflettere sulla questione del consenso legato alla sottomissione femminile in rapporto alla dominazione maschile.

Oggi, con l’evoluzione degli studi sull’identità di genere (da binario a spettro), con la decostruzione del patriarcato, con l’educazione sessuo-affettiva, sappiamo che il modello della sessualità genitale basato sull’immaginario cisgender ed eteropatriarcale (un po' Vanilla) non è fondativo ma assunzione culturale. A mio parere, però, resta molto importante distinguere tra pratica e affettività e Pillion ci costringe a interrogarci su questa distinzione: quando Ray, in uno slancio affettivo, trasgredisce le regole BDSM e bacia Colin, rompendo il diaframma che separa nettamente la pratica dall'affettività, la loro relazione si disintegra nel tempo di un battito di ciglia.

Per poi però riprodursi identica e clonata subito dopo, ed è questo il colpo di scena. Dopo un dolore senza fondo, infatti, Colin capisce che può essere di nuovo felice, anche senza Ray, perchè a renderlo felice non era la persona Ray, la sua presenza, ma la pratica del BDSM che Ray gli aveva fatto conoscere.

Colin trova un altro padrone che gli permette di essere di nuovo schiavo, dunque felice. Pillion riguarda tutte e tutti noi perchè ci invita (anche se brutalmente) a distinguere senza giudizi morali tra una felicità che fiorisce dall'incontro con una persona specifica e insostituibile e quella generata quando qualcuno, chiuque esso sia, ci fa sentire in un certo modo preciso.

Si tratta di due felicità diverse perchè la prima afferisce al caso, alla fortuna, al mistero, mentre la seconda è artificiale, può essere procurata, è assicurata. The post Pillion: un film sulla scoperta della propria parafilia appeared first on ReWriters.

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