Politica
Salario minimo, la Puglia batte Meloni
“Si… può… fare!”, gridava Gene Wilder, il dottor Frankenstein jr. dell’immortale capolavoro di Mel Brooks. In questo caso, parliamo di una breccia aperta nel muro governativo contro il salario minimo, sia pure localizzata e limitata a un settore specifico.
La notizia, che forse avrebbe meritato maggiore risonanza pubblica, è la bocciatura da parte della Corte costituzionale del ricorso del governo Meloni contro la legge regionale della Puglia che introduce il salario minimo negli appalti di competenza della Regione e degli enti che da essa dipendono. La buona notizia della sentenza n. 188/2025 contiene, a sua volta, altre due buone notizie: la prima è che esistono degli strumenti che consentono di mettere in discussione il caporalato di Stato, cioè quella catena di appalti, subappalti e forniture pubbliche che alimentano la creazione del lavoro povero, legittimano le imprese che lo sfruttano e normalizzano i cosiddetti “contratti pirata”, firmati da organizzazioni poco o per nulla rappresentative ma affettuosamente disponibili nei confronti delle imprese più scorrette; la seconda è che il collegio della Consulta, pur recentemente riequilibrato con componenti di elezione parlamentare più sensibili alle ragioni dell’attuale maggioranza di governo, mantiene un suo grado di autonomia rispetto agli orientamenti di palazzo Chigi.
Nel mirino del governo la legge regionale n. 30/ 2024, poi modificata dalla legge n. 39/2024. Con queste norme, la Puglia è diventata la prima regione italiana a disciplinare organicamente la materia del salario minimo.
Come? Regione ed enti strumentali (per esempio le Asl) devono prevedere, in tutte le procedure di gara, che al personale impiegato negli appalti pubblici e nelle concessioni sia applicato il contratto collettivo attinente all’attività svolta, stipulato dalle organizzazioni più rappresentative.
Inoltre, inserisce una soglia minima retributiva di nove euro l’ora, sotto la quale non possono trovarsi i dipendenti delle aziende che concorrono a tali gare. Le contestazioni governative si concentravano su tre aspetti principali: primo, l’imposizione di una cifra fissa minima lederebbe l’autonomia della contrattazione collettiva nella determinazione delle retribuzioni; secondo, la materia rientrerebbe nella competenza esclusiva dello Stato in tema di ordinamento civile; terzo, la fissazione di una soglia salariale minima altererebbe la parità di condizioni tra le imprese partecipanti alle gare, incidendo sulla libera concorrenza.
“La Corte costituzionale – precisa il comunicato ufficiale della Consulta, che è stato diffuso in occasione del deposito della pronuncia – non è entrata nel merito delle censure in quanto le disposizioni regionali impugnate non introducono un obbligo generalizzato di retribuzione minima che si imponga direttamente a tutti i contratti di lavoro privato subordinato stipulati nel territorio regionale, ma hanno un ambito di applicazione circoscritto alla sola sfera degli appalti pubblici e delle concessioni affidati dalla Regione e dagli enti strumentali”. I giudici delle leggi non sono entrati nel merito, come rivendica la sintesi diffusa alla stampa, ma in un passaggio della pronuncia accendono un faro sul dumping contrattuale “alimentato dalla coesistenza di molteplici contratti collettivi in uno stesso settore, spesso sottoscritti da soggetti poco o per nulla rappresentativi”, che favorisce il lavoro povero, “consentendo un confronto concorrenziale fondato sulle retribuzioni più basse, a discapito delle tutele del lavoro e della qualità dell’offerta”.
È il contrasto a questo costume violentemente antisociale l’obiettivo sostanziale della legge pugliese, che, pur essendo limitata e settoriale, come la stessa Corte ha sottolineato argomentando sulla inammissibilità del ricorso governativo, a suo modo smaschera anche l’ignavia di amministrazioni e perfino governi nei quali il centrosinistra ha avuto ruoli di peso, ma si è in genere ben guardato dal turbare il sonno degli apparati sindacali tradizionalmente affezionati all’esclusiva competenza sulle retribuzioni, anche quando firmano contratti che tradiscono il dettato della Costituzione, che al primo comma dell’articolo 36 stabilisce il diritto del lavoratore a una retribuzione “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Per fortuna, inizia a farsi strada l’idea che, se l’Italia è il fanalino di coda europeo per l’andamento dei salari negli ultimi decenni, forse è il momento di sperimentare interventi legislativi che valorizzino la contrattazione collettiva “qualificata”, fornendo una base minima sotto la quale non è possibile andare.
Naturalmente, sappiamo quanto la strada sia in salita: non è un caso che uno degli scontri politici più feroci dell’ultimo decennio si sia consumato su un tema contiguo, quello del reddito di cittadinanza che minacciava di mettere fuori mercato le offerte lavorative equiparabili o addirittura inferiori al sussidio pubblico, svolgendo così una sorta di supplenza indiretta del salario minimo, che – ricordiamolo – è presente in ventidue su ventisette Stati membri dell’Unione europea, ma in Italia non c’è. Quello che la Consulta manda a dire agli amministratori pubblici è che quello che ha fatto la Puglia possono farlo tutte le regioni (ma ci sono anche dei comuni che hanno imboccato la stessa strada, come Firenze, Napoli, Bari).
Non crediamo di essere troppo audaci nel suggerire che, se vogliono tradurre in pratica la loro collocazione politica alternativa alla coalizione di destra-centro attualmente alla guida dell’Italia, tutte le regioni governate dal centrosinistra hanno il dovere (politicamente, s’intende) di mettere in cantiere norme simili. Norme che peraltro sono in sintonia con la proposta di legge per il salario minimo a suo tempo lanciata unitariamente da quasi tutte le opposizioni, e poi di fatto affondata da Giorgia Meloni affidando la pratica al Cnel, presieduto dal fido ex ministro berlusconiano Renato Brunetta (“terzogiornale” ne ha scritto qui).
Potrebbe essere interessante se nei mesi, ormai non troppi, che ci separano dalle prossime elezioni politiche, oltre a trastullarsi su leadership, primarie e comparsate in tv e alle feste di partito altrui, l’aspirante coalizione progressista provasse a dare prova di coesione almeno su un tema come questo. Non per scriverlo “in teoria” sul programma del futuro, ma per sfruttare la strada aperta dalla Puglia, e legittimata dalla Consulta, e avviare così in concreto una politica comune di tutte le regioni e i comuni amministrati dal centrosinistra.
Perché, appunto, si può fare. L'articolo Salario minimo, la Puglia batte Meloni proviene da Terzogiornale.