Politica
I fondi russi non verranno sequestrati, ma i negoziati sull’Ucraina restano molto difficili
Il testo che segue è un riassunto dell'articolo I fondi russi non verranno sequestrati, ma i negoziati sull’Ucraina restano molto difficili generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.
I governi dell’Unione europea non utilizzeranno i soldi russi investiti in Europa per finanziare il megaprestito di 200 miliardi all’Ucraina. Gli asset, in tutto circa 210 miliardi investiti prevalentemente (185) in un istituto belga e per il resto in Francia e in altri paesi, verranno congelati con una procedura legale promossa dal Consiglio europeo finché il governo russo non avrà pagato all’Ucraina i danni provocati con l’invasione cominciata nel 2022.
La decisione è stata presa ieri, 12 dicembre, “con una maggioranza molto chiara”, hanno precisato fonti di Bruxelles, dai rappresentanti permanenti dei 27 governi in una riunione convocata dalla presidenza di turno danese e dovrebbe essere approvata formalmente dal Consiglio europeo nel pomeriggio di oggi, 13 dicembre. La procedura adottata ha consentito di evitare la trappola del voto all’unanimità, rendendo vana l’opposizione dei rappresentanti dell’Ungheria e della Slovacchia.
Si tratta ora di vedere quali effetti avrà questa decisione sul complicato confronto in atto sulle diverse opzioni negoziali in campo per un accordo che metta fine alla guerra in Ucraina. Com’è noto, nel piano negoziato a suo tempo con i russi dagli inviati di Donald Trump era previsto che quei soldi confluissero in un fondo comune con investimenti statunitensi destinato alla ricostruzione del paese.
Insomma, in una gigantesca impresa immobiliare. I governi di diversi paesi europei, Francia e Regno Unito in testa, volevano invece che gli asset russi fossero requisiti e utilizzati come garanzia di un prestito che avrebbe dovuto consentire a Kiev di continuare a sostenere lo sforzo della difesa contro gli invasori.
Cristine Lagarde La questione degli asset non rientrava tra i numerosi e profondi emendamenti che per iniziativa soprattutto di Parigi, Londra e Berlino sono stati discussi con Volodymyr Zelensky e poi inseriti nel piano americano, fino a delineare una proposta di risoluzione del conflitto sostanzialmente nuova che dovrebbe essere messa a punto e formalizzata in un vertice nella capitale tedesca cui è stato invitato anche il presidente americano. Il quale però, da quanto ha fatto capire ieri la sua portavoce, pare che non abbia alcuna intenzione di presentarsi perché “è stanco delle chiacchiere” e non vede alcunché di nuovo sul tavolo delle trattative.
A questo punto si dovrebbe dire “vedeva”, visto che una novità c’è e risolve un contrasto che era proprio uno degli ostacoli da superare, pure se è molto dubbio che la soluzione prospettata nel Consiglio europeo piacerà alla Casa Bianca, essendo certo che non piacerà affatto al Cremlino. Che da Mosca arrivi un no, infatti, è abbastanza probabile, anche se per i russi il mantenimento del congelamento dei fondi, che c’è dall’inizio della “operazione speciale” e delle sanzioni occidentali, è certamente meglio del puro e semplice sequestro che ai loro occhi sarebbe stato nient’altro che un “furto”.
Ricapitoliamo brevemente la questione. Qualche settimana fa, diversi esponenti di governi dell’Unione avevano proposto il sequestro dei fondi russi per utilizzarli come garanzia del megaprestito comunitario sull’ordine di grandezza di 200 miliardi considerato inevitabile per evitare il collasso di Kiev.
Sembrava una soluzione radicale ma abbastanza semplice. In realtà non si poteva fare, come spiegò subito Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea che secondo i sostenitori del sequestro avrebbe dovuto sobbarcarsi la garanzia a tutela del governo belga sotto la cui giurisdizione è l’istituto da cui venivano prelevati i soldi.
Un’eventualità esclusa non solo per ragioni di opportunità politica, sui quali si potrebbe pure discutere, ma banalmente perché è proibita dagli articoli (3 e 13) dei Trattati europei che istituiscono la BCE oltre che da vari regolamenti dell’istituto stesso. Ragion per cui, a meno che non si mettesse nel conto l’ipotesi di una subitanea revisione dei Trattati, si stava parlando di aria fritta.
Il sequestro dei fondi russi allontanerebbe gli investitori di altri paesi Il fatto che non si possa proprio fare, però, non ha impedito che per settimane i diversi paesi dell’Unione si siano divisi tra i falchi che volevano sequestrare i soldi dei russi e le colombe che invitavano alla prudenza. Né che le divisioni siano scese per li rami fino alle forze politiche nazionali, tra accuse di avventurismo all’inseguimento di Zelensky e di putinismo più o meno dichiarato.
Eppure in realtà c’è un argomento che avrebbe dovuto tagliare, come si dice, la testa al toro: anche se fosse giuridicamente legittimo, il sequestro avrebbe conseguenze pratiche disastrose (e forse le ha già avute il fatto di averlo solo evocato). Non solo perché introdurrebbe un fattore di incontrollabile disordine nel sistema della finanza internazionale, ma soprattutto perché distruggerebbe la credibilità delle banche europee agli occhi degli investitori esterni.
Chi si fiderebbe mai di investire i propri capitali in un paese in cui glieli possono tranquillamente “rubare”? Lagarde propone di aiutare l’Ucraina con l’emissione di bond europei A dimostrare quanto fosse stata insensata la querelle ci ha pensato alla fine la stessa Lagarde, la quale ha ricordato a tutti che se davvero si vuole aiutare finanziariamente l’Ucraina un metodo, semplice e pulito, c’è: un prestito garantito dalla stessa Unione tramite l’emissione di bond europei.
Quello cioè che si è fatto per combattere la pandemia e che molti propongono per gli investimenti nella difesa comune europea. A questo punto, tolte di mezzo le chiacchiere, la questione è stata rimessa sui piedi: si tratta di discutere sul merito del prestito a Kiev.
Serve davvero? A che cosa?
All’acquisto di nuove armi o alla ricostruzione? Quanto deve essere consistente?
Insomma, la mossa del Consiglio europeo sugli asset toglie di mezzo una delle questioni che non solo possono bloccare fin dall’inizio la definizione di un pacchetto di misure che renda percorribile un negoziato con Mosca e approfondiscono la frattura con Washington, ma rischiano di indebolire l’iniziativa europea in difesa delle ragioni di Kiev minandone la coerenza. Ma, com’è evidente, ne esistono altre.
Ne citiamo due: la collocazione internazionale futura dell’Ucraina – la sua neutralità, vista con gli occhi di Mosca – e il ruolo militare degli occidentali nel sistema di garanzie che per l’Ucraina sono imprescindibili per l’accettazione di qualsiasi accordo con la Russia. Vediamo questi due aspetti.
Dalle indiscrezioni che vengono fatte circolare sul piano che dovrebbe essere messo a punto nella riunione di Berlino emerge che accanto alle complicatissime e controverse sistemazioni territoriali, la sorte del Donbass, tutto intero o solo per la parte già conquistata dai russi, il cessate il fuoco e la zona demilitarizzata tra Zaporiggia e Kherson, e la consistenza delle forze armate di Kiev, verrebbe evocata anche l’entrata dell’Ucraina nell’Unione europea. Come?
Secondo indiscrezioni pubblicate dal Washington Post la nuova versione del piano contemplerebbe l’entrata dell’Ucraina nell’Unione europea già nel 2027. Una specie di consolazione per la rinuncia definitiva, che sarebbe ormai data per scontata, all’adesione alla NATO.
Chiunque abbia un minimo di conoscenza delle cose europee è in grado di giudicare come una balla clamorosa questa “notizia”, che pure è stata ripresa dai media europei e da parecchi esponenti politici, anche di governo. L’adesione di un nuovo paese alla UE è un processo lungo e complesso che nel caso dell’Ucraina è appena agli inizi.
Ci sono da affrontare e chiudere 32 dossier, qualcuno molto delicato, dopo di che la candidatura deve essere approvata con voto unanime dal Consiglio europeo nel quale sono rappresentati i governi, alcuni dei quali, come quello ungherese, sono al momento sicuramente pronti al veto. Poi è necessario un voto del Parlamento europeo, dopo il quale si può cominciare a compilare il trattato dell’adesione che deve entrare nei dettagli dei rapporti con le istituzioni comunitarie e può essere composto da migliaia di pagine.
Infine l’adesione di un nuovo membro deve essere ratificata dai parlamenti nazionali di tutti gli stati dell’Unione. Il nodo dell’adesione di Kiev all’Unione Europea Anche a voler immaginare per Kiev una procedura supersemplificata per ragioni di opportunità politica, è praticamente impossibile che l’iter venga percorso in pochi mesi.
Si pensi, come termine di paragone, che le trattative che durano da anni con il Montenegro e l’Albania non si concluderanno che nel 2028 con Podgorica e nel 2030 con Tirana. Inoltre c’è da considerare le enormi difficoltà negoziali che andranno superate per quanto riguarda gli effetti che l’arrivo sul mercato europeo della grande produzione agricola ucraina avrà sulla politica comune in questo settore.
Si tratterà di discutere regole, compensazioni e finanziamenti senza i quali si rischierebbero vere e proprie rivolte dei contadini negli altri paesi. Altro che cortei di trattori e forconi… L’impressione è che il miraggio di un’adesione immediata alla UE sia stata evocata, forse da americani inconsapevoli della complessità dei meccanismi dell’Unione più che dagli europei, più che altro come la ribadita indicazione di una volontà politica da far diventare fatto compiuto quando sarà possibile sperando così di rendere più appetibile ai dirigenti di Kiev la dolorosa, ma inevitabile in vista di qualsiasi intesa di pace, rinuncia a un allargamento al loro paese della NATO.
Ma anche a considerare il fatto che, in modo anche sorprendente, officials russi e in un’occasione anche il ministro degli Esteri in passato abbiano detto pubblicamente che non esiste un esplicito veto all’entrata di Kiev nella UE, è evidente che la prospettiva di vedere affacciarsi ai confini della Russia l’odiata congrega europea occidentale, per quanti possibili vantaggi economici e commerciali possa portare, non dev’essere di per sé una prospettiva che a Mosca possa essere contemplata con leggerezza. Almeno da parte di Vladimir Putin il cui esplicito disprezzo per il “corrotto e decadente” mondo europeo è il sentimento che più lo accomuna al suo compagno di merende di Washington.
Vladimir Putin Il terzo aspetto della posizione negoziale degli europei che rischia di bloccare ogni ipotesi di confronto riguarda l’intenzione di fornire all’Ucraina le garanzie di sicurezza anche con l’invio di un contingente militare boots on the ground. Qui c’è poco da argomentare.
Appare abbastanza chiaro che i russi, i quali hanno invaso il paese vicino anche (certo non solo) perché temevano che entrasse nella NATO, considerino questa prospettiva come una provocazione. Sotto questo profilo, appare abbastanza incomprensibile l’insistenza con cui i cosiddetti “volenterosi” continuano a proporre una condizione che sanno in partenza verrà giudicata dall’altra parte un ostacolo insormontabile e non si convincono piuttosto a suggerire soluzioni sicuramente più negoziabili, come un contingente dell’ONU formato da truppe peacekeeping neutrali.
Un’ultima notazione riguarda la condizione posta nelle ultime ore da Zelensky sulla necessità che le cessioni di territori cui presumibilmente un futuro accordo di pace costringerà l’Ucraina vengano comunque approvate da un referendum. Si tratta di una condizione che anch’essa potrebbe condurre in un vicolo cieco, visto che lo stesso Zelensky sostiene (giustamente) che in Ucraina non si può votare finché la guerra è in atto, il che sottintende che il referendum dovrebbe inevitabilmente essere tenuto dopo un cessate il fuoco, ovvero esattamente quello che i russi rifiutano.
Per cui si tornerebbe al punto di partenza. L’ipotesi del referendum L’evocazione dell’ipotesi di referendum, però, potrebbe essere considerata come l’indicazione di una strada da seguire per il momento, sperando che arrivi, in cui messe a tacere le armi si voglia cominciare a pensare a soluzioni di convivenza permanenti.
I russi giustificano l’occupazione dei territori occupati che ora rivendicano con l’argomento che sono abitati in maggioranza da russofoni. Ricordiamo che la premessa con cui Putin cominciò l'”operazione speciale” era che i russofoni dell’Ucraina si sarebbero sollevati e avrebbero appoggiato le truppe dei “liberatori”, cosa che in tutta evidenza non avvenne se non in piccolissima parte segnando così, a parere di molti, la sconfitta precoce della sua avventura militare.
Perché non immaginare, una volta cessate le operazioni belliche, l’indizione di referendum nei quali gli abitanti delle zone oggi contese possano indicare loro con chi vogliono stare? Ovviamente dovrebbe trattarsi di referendum veri, non quelli truffaldini organizzati a suo tempo dalle forze d’occupazione.
Ci sono buone ragioni per immaginare che, tolta forse qualche parte del Donbass, anche la maggioranza dei russofoni voterebbe per restare in un paese relativamente più sviluppato e democratico piuttosto che andare a vivere sotto una dittatura che, oltretutto, li ha presi anche a cannonate. Fantasie, che per ora non hanno alcun ancoraggio alla dura realtà della guerra e alla spietatezza con cui gli invasori bombardano le città e distruggono le strutture civili per rendere la vita impossibile agli abitanti.
Ma guardare lontano può aiutare. L'articolo I fondi russi non verranno sequestrati, ma i negoziati sull’Ucraina restano molto difficili proviene da Strisciarossa.