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Usa-Israele: le ragioni dell’attacco all’Iran

Lunedì 2 marzo 2026 ore 07:31 Fonte: Valigia Blu

Il testo che segue è un riassunto generato dall'IA dell'articolo "Usa-Israele: le ragioni dell’attacco all’Iran" . L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.

L'attacco congiunto degli Stati Uniti e d'Israele in Iran che ha causato la morte dell'Ayatollah Khamenei è stato motivato da diversi fattori tra cui le preoccupazioni riguardo alle ambizioni nucleari iraniane, gli interessi personali del presidente americano Trump e del primo ministro israeliano Netanyahu, nonché il timore di un aumento dei conflitti che potrebbe portare a una escalation senza controllo.
Usa-Israele: le ragioni dell’attacco all’Iran
Valigia Blu

Il 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato “Operation Epic Fury”, un massiccio assalto militare contro l'Iran. Israele ha preso di mira alti funzionari del governo iraniano, gli Stati Uniti hanno attaccato obiettivi militari.

Almeno 165 persone sono state uccise e altre 200 sono state ferite, secondo l'organizzazione statunitense HRANA (Human Rights Activists News Agency), in un attacco missilistico contro una scuola femminile nel sud dell'Iran. Negli attacchi è rimasto ucciso l'Ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran dal 1989.

Da quando, a fine dicembre 2025, sono iniziate le proteste dei cittadini iraniani, la feroce repressione del regime ha portato all’arresto di almeno 50mila persone e all’uccisione di decine di migliaia di civili: il governo iraniano ha parlato di 3mila vittime, le organizzazioni per i diritti umani, basandosi sulle fonti mediche e sulle testimonianze delle famiglie, di un totale di oltre 40mila morti. Uno dei fallimenti morali di parte della sinistra internazionale è la propensione a romanticizzare le dittature solo perché si atteggiano ad "anti-USA".

Così cancellano le persone che vivono concretamente sotto quei regimi: prigionieri, torturati, giustiziati, scomparsi@hawzhinazeez.bsky.social — Valigia Blu (@valigiablu.it) 2026-03-01T08:33:20.621Z L'Iran ha risposto con attacchi contro Israele e con attacchi alle basi statunitensi in Bahrain, Iraq, Kuwait, Giordania, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Poco dopo gli attacchi, il Presidente Donald Trump, che si trovava a Mar-a-Lago in Florida, ha pubblicato un video di 8 minuti sui social in cui annunciava "importanti operazioni di combattimento in Iran" e giustificava l’operazione affermando che gli USA e Israele stavano attaccando per impedire al "regime criminale" del paese di diventare un "Iran dotato di armi nucleari".

Nel giugno 2025, l'amministrazione Trump aveva colpito i laboratori nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan, per poi affermare di aver "completamente annientato" le strutture nucleari dell'Iran. Nel video Trump ha dichiarato che, nei negoziati successivi, gli Stati Uniti avevano avvertito l'Iran di "non riprendere mai la loro malvagia ricerca di armi nucleari, e abbiamo cercato ripetutamente di fare un accordo.

Ci abbiamo provato. Loro volevano farlo. Non volevano farlo. Di nuovo volevano farlo. Non volevano farlo. Non sapevano cosa stesse succedendo.

Volevano solo praticare il male. Ma l'Iran ha rifiutato, proprio come ha fatto per decenni e decenni".

Trump ha omesso di dire che proprio la sua amministrazione nel 2018, durante il primo mandato, ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo nucleare del 2015, noto come JCPOA, negoziato dal suo predecessore Barack Obama, che limitava le capacità nucleari dell'Iran. Dopo il ritiro degli USA, nel giro di un anno, l'Iran ha iniziato a ignorare i limiti imposti dal JCPOA.

Secondo quanto riportato dal Washington Post, l'intelligence statunitense ha valutato che la minaccia dell'Iran non fosse "imminente", affermando che era improbabile che l'Iran rappresentasse una minaccia per il territorio degli Stati Uniti per almeno dieci anni. L'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica afferma che non ci sono prove che l'Iran abbia un piano attivo per la creazione di armi nucleari.

Poche ore dopo Trump ha però cambiato la sua narrazione. Al Washington Post ha dichiarato che il suo vero obiettivo è il cambio di regime in Iran.

"Tutto ciò che voglio è la libertà per il popolo", ha detto ai giornalisti. E quando è stata annunciata l’uccisione di Khamenei, Trump ha affermato:

"Questa è la più grande occasione per il popolo iraniano di riprendersi il proprio paese". Per poi aggiungere:

"I pesanti bombardamenti di precisione continueranno... per tutto il tempo necessario a raggiungere il nostro obiettivo di PACE IN TUTTO IL MEDIO ORIENTE E NEL MONDO!". Le affermazioni ondivaghe di Trump seguono la vaghezza degli obiettivi che persegue, scrive la storica Heather Cox Richardson.

Secondo alcuni analisti l’attacco potrebbe essere un tentativo per distrarre l'opinione pubblica da questioni interne: la situazione economica, i rastrellamenti e gli omicidi dell’ICE, la crisi della sanità pubblica, la perdita di credibilità presso gli alleati in tutto il mondo, i file di Epstein e il crollo di popolarità certificato dai sondaggi. Secondo la storica ed esperta di autoritarismi, Ruth Ben-Ghiat, dietro l’attacco non ci sarebbe la difesa della democrazia, ma la convergenza degli interessi di Trump e Netanyahu.

Come ricostruisce Axios, sulla base di retroscena “ufficiali” (non immediatamente verificabili da fonti indipendenti) di funzionari statunitensi e israeliani, i semi dell'operazione sarebbero stati piantati durante la visita del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, a Trump a Mar-a-Lago alla fine di dicembre. Le proteste contro il regime erano appena iniziate in Iran e non era ancora chiaro quanto sarebbero diventate imponenti e continue.

Nelle settimane successive, mentre Trump valutava contemporaneamente di usare una strada diplomatica per arrivare a un accordo con l’Iran alle sue condizioni, il direttore del Mossad si sarebbe recato due volte a Washington, seguito dal capo dell'intelligence militare israeliana e dal capo di stato maggiore dell'IDF, tutti impegnati a coordinare quelle che sarebbero diventate le operazioni Epic Fury e Roaring Lion. Proprio l'ambiguità della condotta di Trump, spiega Axios, si sarebbe rivelata una risorsa strategica, lasciando la leadership iraniana vulnerabile al più grande attacco aereo mai condotto dall'esercito israeliano e creando le condizioni favorevoli per l’uccisione di Khamenei.

“Trump si sta comportando secondo il classico schema autocratico: diventare più espansionista quando le cose in patria non vanno bene, avverando la propria propaganda di essere infallibile e ‘sempre nel giusto’”, osserva Doug Bandow del Cato Institute a Middle East Eye. Questa guerra fa parte del disegno espansionistico del potere israeliano nella regione, osserva in un’ intervista con Ben Ghiat, il politologo iraniano-americano Vali Reza Nasr, specializzato in studi mediorientali e storia dell'Islam: siamo di fronte a un tentativo di ridisegnare il Medio Oriente per soddisfare ambizioni imperialiste e profitti privati.

Limitarsi a leggere l'Operazione Epic Fury come una risposta a minacce imminenti significherebbe ignorare il substrato ideologico e personale che anima questa amministrazione, prosegue Nasr. Dietro la cortina fumogena del pericolo nucleare - smentito dalle stesse agenzie di intelligence - emerge un intreccio di messianismo cristiano, lobbying israeliano e la necessità di distrarre l'opinione pubblica.

A sostegno dell’obiettivo imperialista statunitense e israeliano, le ideologie messianiche ortodosse e nazionaliste laiche israeliane si fondono con le visioni del nazionalismo cristiano americano. Queste visioni sono state espresse recentemente dall'ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee - per il quale Israele avrebbe un diritto biblico di occupare ampie zone del Medio Oriente, scatenando l'indignazione degli stati arabi - e dal Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, che ha fatto regolarmente ricorso alla retorica nazionalista cristiana nella sua comunicazione militare.

In sostanza, i consiglieri più stretti di Trump vedono in questo conflitto il compimento di una visione messianica. L'assalto all'Iran smette, così, di essere una mera operazione militare per diventare, nelle loro parole, una vera e propria “Guerra Santa”.

Probabilmente Netanyahu premerà per la continuazione delle ostilità, in parte per evitare le elezioni e il processo per corruzione a suo carico. Anche lui, come Trump, “sta usando la guerra come una colossale cortina fumogena” per distrarre l’attenzione dal “genocidio a Gaza e in Cisgiordania”, e “sta calpestando i diritti costituzionali: persegue un colpo di stato giudiziario per eliminare la separazione dei poteri, svuota di autorità l’indipendente Procuratore Generale, tenta di far cadere il proprio processo per corruzione e politicizza le nomine in quella che un tempo era un'amministrazione pubblica neutrale”, osserva Robert Reich, accademico e segretario del lavoro degli Stati Uniti d'America durante la presidenza di Bill Clinton.

Dal canto suo, spiega ancora Nasr nell’intervista con Ben-Ghiat, a Trump interessa poco se gli Stati Uniti saranno meno sicuri: gli preme soltanto restare al potere e continuare a trarre profitto dai suoi "affari" con i paesi arabi della regione. Secondo lo storico Timothy Snyder, è proprio questa la lente entro cui interpretare l’attacco congiunto all’Iran da parte di USA e Israele.

La caratteristica strutturale di base della politica regionale è la rivalità tra l'Iran da un lato e gli Stati arabi del Golfo più Israele dall'altro. In questi anni, gli Stati arabi del Golfo che si oppongono al potere iraniano hanno fatto affari “generosi” con società associate personalmente a Trump e ai membri della sua famiglia.

E ora, conclude Snyder, Trump sta “ripagando il debito, usando l'esercito americano come una sorta di servizio di sicurezza privato per combattere il loro nemico giurato (l'Iran): “Trump ha trasformato la politica estera americana in un business di famiglia: i paesi arabi pagano le aziende di Trump, e Trump in cambio usa i soldati americani per colpire l'Iran, che è il loro principale nemico”.

Va letto sotto questa cornice, commenta un articolo del Washington Post, il comportamento del principe saudita Mohammed bin Salman che in pubblico affermava che non avrebbe mai permesso che lo spazio aereo o il territorio saudita fossero utilizzati per un attacco all'Iran, e nei colloqui con i funzionari statunitensi avvertiva che l'Iran si sarebbe rafforzato se gli Stati Uniti non avessero attaccato subito. Infine, l'attacco solleva gravi questioni costituzionali.

La Costituzione degli Stati Uniti assegna al Congresso, e non al presidente, il potere di dichiarare guerra. I democratici stanno chiedendo il ritorno immediato del Congresso per votare sulla prosecuzione dell'azione militare.

L'attacco viola inoltre lo statuto delle Nazioni Unite, e il Segretario Generale dell'ONU António Guterres ha avvertito che si deve fare di tutto per evitare un'ulteriore escalation. E ora?

“Il peggiore degli scenari possibili è il caos totale”, scrive The Atlantic. Uccidere il leader supremo era una cosa.

Rovesciare il regime sarà un'altra. L’attacco all’Iran, l’idea del cambio di regime e cosa potrà venire dopo Immagine in anteprima: frame video AP via YouTube

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