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Cultura

Romanticismo dell’esplosione e nostalgie dell'assoluto: l'intensità che distrugge e quella che resta, fino a Tristano e Isotta

Martedì 31 marzo 2026 ore 23:02 Fonte: ReWriters
Romanticismo dell’esplosione e nostalgie dell'assoluto: l'intensità che distrugge e quella che resta, fino a Tristano e Isotta
ReWriters

Ci sono notizie che, più di altre, riescono a fermarmi. Non solo a colpirmi, ma proprio a interrompere il flusso distratto con cui spesso scorriamo la realtà, obbligandomi a una riflessione che è insieme simbolica ed emotiva.

È il caso del ritrovamento a Roma, nel parco degli Acquedotti, di due corpi dentro una cascina crollata: un uomo e una donna, sepolti sotto le macerie, probabilmente mentre confezionavano un ordigno artigianale. Qualcosa è esploso prima del tempo, o nel modo sbagliato.

Boom. Fine.

Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. Compagni nella vita e nella politica.

Compagni nell’anarchia e nella morte. E dentro questa stessa notizia emergono dettagli crudi, un braccio staccato, tatuaggi utilizzati per il riconoscimento, che riportano la violenza a una dimensione fisica, concreta, quasi arcaica.

Colpisce il contrasto con le immagini che scorrono ogni giorno sugli stessi schermi e dagli stessi giornali: guerre combattute a distanza, attraverso droni, sistemi autonomi, tecnologie sempre più sofisticate che rendono la violenza anonima, disincarnata, quasi invisibile nei suoi meccanismi. Qui invece tutto è corpo, presenza, rischio immediato perché in questo scarto non c’è solo un contrasto, ma un vero e proprio anacronismo.

Da una parte, la guerra contemporanea: droni guidati a distanza, sistemi autonomi, satelliti, interfacce che trasformano l’atto della distruzione in un gesto mediato, quasi astratto. Una guerra che assomiglia sempre più a un’infrastruttura tecnologica, dove chi colpisce è spesso lontano, protetto, invisibile.

Dall’altra, questa scena: corpi presenti, mani che assemblano, rischio immediato, errore fatale. Una tecnologia rudimentale, quasi fuori dal tempo, che richiede prossimità, esposizione, coinvolgimento totale.

È come se nello stesso presente convivessero due epoche incompatibili: una in cui la violenza si smaterializza dentro sistemi complessi, e un’altra in cui resta legata al corpo, al gesto diretto, alla possibilità concreta di saltare in aria insieme a ciò che si costruisce. Ed è forse proprio questo scarto, questo cortocircuito temporale, più ancora della violenza, a generare quella sensazione disturbante che ho chiamato romantica.

Non per la violenza in sé, che resta tale e non va mai idealizzata, ma per ciò che sembra evocare: l’idea di un coinvolgimento totale, di una vita vissuta interamente dentro un’idea, in una dimensione che richiama più l’Ottocento o il primo Novecento che il nostro presente. Un tempo in cui politica e destino personale si intrecciavano fino a diventare indistinguibili.

È paradossale che, mentre i telegiornali parlano di fosforo, missili intelligenti e operazioni “chirurgiche”, emergano ancora storie che sembrano appartenere a un immaginario fatto di clandestinità, passione ideologica e gesti radicali, spesso tanto inutili quanto autodistruttivi. E tuttavia sarebbe ingenuo fermarsi a questa suggestione.

Quella che appare come “romanticità” è anche, inevitabilmente, una proiezione estetica e narrativa. La realtà resta fatta di morte violenta, di rischio per altri, di isolamento e chiusura.

Eppure, ciò che continua a colpirmi è il fatto che, in un mondo sempre più mediato e distante, esista ancora qualcuno disposto a vivere le proprie idee in modo così corporeo, assoluto, quasi fuori dal tempo. Come se un frammento di un’altra epoca fosse riemerso nel presente.

Quella sensazione che chiamo romantica è, forse, il riconoscimento di un’intensità. Un’intensità che, in forme completamente diverse, cerco anch’io nell’arte, nelle relazioni, nelle esperienze, ma senza il bisogno, né il desiderio, di passare attraverso la violenza.

Accanto a questo fascino, però, emerge anche una nostalgia più sottile: quella per un mondo che appariva più assoluto, meno ambiguo, in cui le persone stavano dentro le proprie idee con tutto il corpo, senza le mediazioni e le frammentazioni che caratterizzano il presente. Oggi tutto sembra più complesso, più stratificato, forse anche più sicuro, ma allo stesso tempo più diluito.

E allora un evento come questo, pur nella sua tragicità, sembra restituire per un attimo l’illusione di un tempo in cui si viveva fino in fondo. Ma è proprio qui che serve uno sguardo più lucido.

Quell’intensità assoluta, che oggi può apparire affascinante, era spesso anche rigida, chiusa, incapace di trasformarsi. Non era solo profondità, ma una forma di coerenza spinta fino al limite, che poteva facilmente diventare autodistruzione.

Per questo, se da un lato questa storia può evocare qualcosa di romantico sul piano simbolico, dall’altro rappresenta anche un punto cieco: l’impossibilità di evolvere senza spezzarsi. Io quella tensione la conosco.

L’ho attraversata nelle relazioni, nell’attivismo, nelle scelte della mia vita. Ma oggi mi è chiaro che la sfida è un’altra.

Tenere l’intensità senza distruggerci. Restare vivi.

Trasformarci senza esplodere In un mondo segnato da guerre sempre più tecnologiche e disumanizzate, il bivio che abbiamo davanti è forse meno spettacolare, ma più esigente: non fuggire, non annullarci, non rifugiarci in modelli assoluti, ma attraversare la complessità e trasformarla. Quel modello “romantico” brucia in fretta e si consuma.

A noi resta il compito, più silenzioso ma non meno radicale, di continuare. Di costruire, dentro questa realtà imperfetta, percorsi di pace e giustizia.

E non è meno potente. È solo meno spettacolare. 16 marzo 2026 – “Russia strikes Kyiv in rare daytime drone attack” (Reuters) 17 marzo 2026 – “Guerra Ucraina Russia, Kiev:

"Droni di Mosca su centro Leopoli, danni a sito Unesco” (Sky-TG24) 20 marzo 2026 - “Roma, esplode un casolare: morti due anarchici. Tra ipotesi azione su obiettivo vicino” (Sole24ore) 21 marzo 2026 – “Iran missile and drone attacks escalate regional war” (The Guardian) 22 marzo 2026 – “Guerra in Iran, le news.

Trump: “Se Hormuz non riapre entro 48 ore, colpiremo le centrali”.

La risposta dell’Iran: “Distruggeremo le infrastrutture energetiche”” (La Repubblica) opera di Barbara Lalle e della sua collaboratrice artificiale Una musica per restare dentro questa tensione Se c’è un modo per restare dentro questa riflessione senza trasformarla in qualcosa di puramente razionale, è attraversarla con un’esperienza che tenga insieme intensità e distanza.

Per questo viene in mente un brano preciso: il Liebestod da Tristano e Isotta di Richard Wagner. Ascoltiamola insieme, in una esecuzione della Berliner Philharmoniker È il momento finale dell’opera.

Non c’è più azione, non c’è più possibilità di scelta. C’è solo un’estasi che tiene insieme amore e morte, desiderio e fine, in una forma così totale da sembrare quasi insostenibile.

Non è una musica “bella” nel senso semplice del termine. È una musica che porta al limite, che non risolve subito, che resta in tensione.

Come se non volesse mai davvero finire. E forse è proprio per questo che risuona con ciò che attraversa questo testo.

Dentro quel brano c’è la stessa idea di intensità assoluta: vivere qualcosa fino in fondo, senza mediazioni. Ma c’è anche il suo esito inevitabile, il punto in cui quella tensione non può più trasformarsi e diventa dissoluzione.

Ascoltarlo oggi, in questo contesto, produce uno scarto. Quell’intensità resta, ma noi non siamo più dentro quel mondo.

Possiamo avvicinarci, sentirla, attraversarla, senza doverla incarnare fino alla distruzione. Forse è proprio questa la differenza.

Non rinunciare alla profondità, ma cambiare il modo in cui la abitiamo. opera di Martino Pirella e della sua collaboratrice artificiale The post Romanticismo dell’esplosione e nostalgie dell'assoluto: l'intensità che distrugge e quella che resta, fino a Tristano e Isotta appeared first on ReWriters.

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